R Ní d’Áigűra - Il Nido d'Aquila

Le Nid de l’Aigle

rivista etno-antropologica e linguistica delle culture delle Alpi Liguri-Marittime

 diretta da Pierleone Massajoli, Via F.D. Guerrazzi 14/14 - 16146 Genova - Tel 010 3621 829 

 

I Turchi di Canate


Luigi Felolo

 

Là In fondo ad un vallone che finisce contro i rapidissimi fianchi del monte Alpesisa, poco oltre Prato, nell'immediato entroterra di Genova, a metà di una montagna che sembra scivolare da tutte le parti tanto è ripida, c'è un grappolo di case che si chiama Canate. Vedendo Canate da lontano ci si domanda chi mai possa avere avuto l'idea di appiccicare un paesino a quel pendio, perché non si capisce di che cosa ci si potesse vivere. Vicini a Canate ci si accorge che appoggiato alla montagna c'è un pilastro con in cima un praticello su cui si affacciano le case di Canate e che alternati alle rocce circostanti, fatte della stessa pietra, ci sono i muri delle fasce di Canate. Le fasce di Canate sembrano vasi di terra, tanto sono piccole, e schizzano verso l'alto o sprofondano lungo i fianchi del pilastro su cui si arrampicano i millequattrocento scalini di un'erta e stretta scalinata, che si districa fra i salti di roccia e le fasce. Su e giù per quella scalinata gli abitanti di Canate se ne andavano con i loro carichi. La vita degli abitanti di Canate è stata raccontata al nipotino ed ai suoi compagni di terza elementare da una nonna, che ricorda quanto a sua volta sentiva raccontare dalla nonna sua. La diceva la nonna che questo paese era stato fondato dai banditi «turchi», che vi si erano rifugiati secoli prima per sfuggire alla giustizia. Infatti il nonno della nonna sua era detto «il turco» per il suo aspetto. Quando era molto piccola la portavano in villeggiatura a Canate e le è rimasto il ricordo delle ombrose stradine fra le case e delle donne del paese che portavano l'acqua in grossi secchi sulla testa, con il sostegno di un pezzo di stoffa arrotolato a ciambella. Le è rimasto anche il ricordo del forte odore di pane buono che si sentiva passando davanti alle case e che si confondeva con quello delle stalle. Gli abitanti di Canate erano tenaci e laboriosi. Vivevano con quel poco che producevano i loro orti ricavati nelle fasce. Ogni famiglia aveva una o due mucche che venivano portate a pascolare sui monti sovrastanti. Per la rapidità e la costituzione geologica dei versanti circostanti, che hanno impedito la costruzione di una minima carrareccia, Canate è tutt'ora accessibile solo per sentieri scoscesi, scalette di pietra ed una stretta mulattiera. Per questo non c'è mai stata una chiesa nè vi è stato aperto un negozio. Nei primi anni cinquanta, dopo che la frazione più vicina, Marsiglia, fu raggiunta dalla strada asfaltata e da una corriera, gli abitanti di Canate cominciarono a non resistere più al loro isolamento che impediva di avere i servizi più necessari. Incominciò un esodo inarrestabile. 

L'articolo completo è sul numero 20, Luglio - Dicembre 1993

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(notizie, articoli e fotografie pubblicati sul web il 20/9/2001, Enrico Pelos)

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