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Sommario DIECI ANNI (Pierleone Massajoli) .....pag. 2 ZOONIMI BRIGASCHI (Pierleone Massajoli) .....pag. 7 TUBARE O FUMARE (Pierleone Massajoli) .....pag. 11 ANCORA SUL TOPONIMO "LUBAIRA" (Charles Muller) .....pag. 12 UN CACCIATORE DELLA VALLE ARGENTINA (a cura di P.L.Massajoli e A.Cuggè) .....pag. 13 LESSiCO PASTORALE ED AGRICOLO (Studio comparativo tra il Brigasco e il dialetto di Andagna (Valle Argentina), 2° (Antonio Cuggè) .....Pag. 16 R CARATUN (poesia in Brigasco) (Dunà d'Mari da Méiga) .....Pag. 18 LES METIERS EN VOIE DE DISPARITION: Muletiers et Charretiers (Jacques Giusto) .....Pag. 19 * Granile e Segàa f fèn Viusèna (P.L. M.) .....Pag. 22 BANDI CAMPESTRI E RURALI DI NIZZA (Giulio Vignoli) .....Pag. 23 Valli del Kyè: IL. PRESEPE DI PREA (Alberto Zaro) e Mestieri rappresentati a Prea e termine corrispondente in Brigasco (Pierleone Massajoli) .....Pag. 25 ORGANIZZAZIONE E TRASFORMAZIONE DELL' ABITAZIONE NELLA LIGURIA MONTANA: LA VAL BREVENNA (Paolo Giardelli) .....Pag. 27 Minoranze mitiche o scomparse nella Liguria montana: I VALDESI DELLA VAL FONTANABUONA e I "TURCHI" DI CANATE (Luigi Felolo) .....Pag. 35 VAL VARENNA (Danilo Bruno) .....Pag. 37 ARCHEOASTRONOMIA NATURALE IN MONTAGNA (Luigi Felolo) .....Pag. 39 DA UNA BAITA OSSERVANDO UNA FARFALLINA BIANCA (Mario Mariotti) .....Pag. 41 LENGA D'OC: OTTO SECOLI IN POCHE RIGHE (Pier delle Ville) .....Pag. 43 * Repechages: VIOZENE e VERDEGGIA .....Pag. 44 PROBLEMI ETNICI: L'ISTRIA (Pierleone Massajoli) .....Pag. 45 LOC E AMA LEGIU' (recensioni) (P.L. M.) .....Pago 49 DIECI ANNI DE "R NI D'AIGURA" :INDICE ALFABETICO PER AUTORI .....Pag. 50 A TRUMBETA DA CRIA .....Pag.58
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RINNOVATE |
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DIECI ANNI La nostra rivista compie con questo numero dieci anni di vita. Anzi, qualcosa di più, poiché fu presentata al pubblico il 14 agosto 1983 a Realdo, in occasione delle Feste di Mezz’agosto, per ricambiare in qualche modo la cortesia della Pro Loco, che mi aveva offerto, quale gradito omaggio per i miei due anni di ricerche e di lavoro sul posto, un'artistica incisione che rappresentava una delle più antiche case di Burnighe. Ho sott'occhio quel foglio fotocopiato, il numero 'zero' di 8 pagine, cui collaborarono anzitutto Cravét, poi Roberto Moriani, Carlo Lanteri di Upega, Luciano Frassoni. Il testo era composto prevalentemente da composizioni poetiche in Brigasco (A sciumbìa, A béla d'Cà da Roca di Cravét - Entò Lanteri d'Già di Gruli - più un mio tentativo intitolato Rëmigrànt) e in Italiano (di Jaqueline Masi Lanteri, Tiziana Guatta, Anna Fumanelli, Marisa Biga Bestagno. I disegni (tutti relativi a Realdo) erano di Elena Chiesa. Non farò la cineseria di rifare la nostra storia su noi stessi. La raccolta è lì, ed è una palese testimonianza del lavoro fatto, che è parallelo a quello di ricerca scientifica, anzi ne è lo specchio popolare. R NI D'AIGURA ha,dato storicamente la prima possibilità ai Brigaschi di esprimersi per iscritto nel loro antico dialetto, armonioso e spigoloso a un tempo, e che io sento bellissimo. Natura1mente si doveva fare qualcosa di più. L'esistenza della rivista e l'uscita del mio primo libro nel 1984 (CULTURA ALPINA IN LIGURIA) crearono le condizioni di base perchè si potesse costituire un'associazione, non limitata alla sola Realdo - come voleva allora qualcuno - ma estesa a tutta un’area quella brigasca, perfettamente identificabile dal punto di vista etno-antropologico e linguistico. Tale fu A VASTERA, Uniun de Tradisiun Brigasche, interessata a tutti gli otto centri di quella che chiamammo 'Terra Brigasca'. Si imponeva anzitutto una continuazione sistematica della ricerca dialettale, finchè erano vivi quegli anziani che, per conoscenza, memoria, versatilità, erano dei testimoni preziosi ed insostituibili. Il lavoro doveva dar luogo a numerose iniziative, tra cui quello di continuare la rivista e quello, essenziale, di realizzare un Dizionario Brigasco, che fu posto tra i primi scopi dell'associazione,e che vedeva all'inizio un certo numero di collaboratori-elaboratori, ridottisi poi a due, Massajoli e Moriani. R NI d'AIGURA (così chiamata per un suggerimento del compianto Cravét ("i nostri' palsi li sun com r nì d'àigura ën le roche”) crebbe di volume e di contenuto, estendendosi a tutta la Terra Brigasca prima, a tutte le aree contermini poi, per necessrie ragioni di comparazione scientifica. L'elenco dei collaboratori e degli articoli pubblicati è riportato in fondo al fascicolo: io ringrazio tutti coloro che hanno contribuito con lavoro redazionale od organizzativo, in primo luogo R.Moriani. Un ringraziamento speciale va ai nostri bravissimi artisti, che hanno fatto sì che la rivista assumesse quel tono scientificoartistico, che la caratterizza: (in ordine di tempo): Elena Chiesa, Roberto Moriani, Lucia Cappati, Alessandro Berra, Paola Lodesani, Andrea Ovcinnicoff, Sara Pettinari, Elena Mancuso, Elena Pongiglione, Egle Bertetich... dei quali riproduciamo una rapida selezione di disegni. Pierleone Massajoli |
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Una poesia in brigasco di Dunà d'Marì da Méiga |
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R caratùn
R caratùn muntava cian
cianìn |
Il carretto
Il carretto saliva piano
piano |
| Luigi Felolo
«Visse al marito concordissima nella fede cristiana quando intolleranza religiosa cagionò loro carcere e sofferenze nella torre di Chiavari». Queste parole, che sottintendono una persecuzione, la carcerazione nelle prigioni dello Stato di Chiavari, sono incise su una lapide in un piccolo cimitero abbandonato, nascosto in cima ai monti della Val Fontanabuona, nell'entroterra di Chiavari, lungo la strada che da Favàle di Màlvaro sale verso il Passo della Scoglina, valico tra il vallone di Favàle di Màlvaro e l'alta Val d'Aveto. Questo piccolo cimitero, restaurato da pochi anni, è quasi sconosciuto anche se è l'importante evidenza, il monumento, di un fenomeno religioso anomalo: la Val Fontanabuona, tradizionalmente cattolicissima, tanto che, durante il periodo napoleonico, i suoi abitanti che rifiutavano le nuove idee venute dalla Francia e che si rivoltavano contro le truppe francesi quando queste bruciavano i loro paesi e depredavano le loro chiese, venivano chiamati i «Viva Maria». Viva Maria fu il grido che lanciò un predicatore di Leivi a Camposacco, culla della rivolta dei 1797, per incitare i primi componenti di quell'esercito di quasi diciottomila uomini che, dopo aver marciato su Chiavari, Rapallo e Camogli si avvicinò a Genova prima di sparpagliarsi e riparare sui monti di provenienza, perché il capoluogo ligure era ben difeso da imponenti forze francesi. Ma in contrasto con il tradizionale ardore cattolico dei Viva Maria, nella seconda metà del 1800, fra le poche case di Castello, una frazione di Favàle di Màlvaro, si forma una comunità valdese attorno alla famiglia Gereghino e fu proprio Giuseppe, l'ultimo dei Cereghino, che fece incidere quelle parole sulla tomba della madre Vittoria Costa. Attorno, in alto, fanno corona i crinàli che delimitano il Vallone di Favale di Malvaro con il Monte Caucaso, il Monte Pagliari ed il Monte Rondanara. Più lontano, a levante, li sovrasta il Monte Ramaceto. Il gruppo valdese della famiglia Careghino si formò in un momento in cui l'attività dei valdesi si irradiò da Torino in Val d'Aosta, nell'Alessandrino e a Genova dove, nel 1852, fu organizzato un primo nucleo evangelico.
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| Luigi Felolo
Là In fondo ad un vallone che finisce contro i rapidissimi fianchi del monte Alpesisa, poco oltre Prato, nell'immediato entroterra di Genova, a metà di una montagna che sembra scivolare da tutte le parti tanto è ripida, c'è un grappolo di case che si chiama Canate. Vedendo Canate da lontano ci si domanda chi mai possa avere avuto l'idea di appiccicare un paesino a quel pendio, perché non si capisce di che cosa ci si potesse vivere. Vicini a Canate ci si accorge che appoggiato alla montagna c'è un pilastro con in cima un praticello su cui si affacciano le case di Canate e che alternati alle rocce circostanti, fatte della stessa pietra, ci sono i muri delle fasce di Canate. Le fasce di Canate sembrano vasi di terra, tanto sono piccole, e schizzano verso l'alto o sprofondano lungo i fianchi del pilastro su cui si arrampicano i millequattrocento scalini di un'erta e stretta scalinata, che si districa fra i salti di roccia e le fasce. Su e giù per quella scalinata gli abitanti di Canate se ne andavano con i loro carichi. La vita degli abitanti di Canate è stata raccontata al nipotino ed ai suoi compagni di terza elementare da una nonna, che ricorda quanto a sua volta sentiva raccontare dalla nonna sua. La diceva la nonna che questo paese era stato fondato dai banditi «turchi», che vi si erano rifugiati secoli prima per sfuggire alla giustizia. Infatti il nonno della nonna sua era detto «il turco» per il suo aspetto. Quando era molto piccola la portavano in villeggiatura a Canate e le è rimasto il ricordo delle ombrose stradine fra le case e delle donne del paese che portavano l'acqua in grossi secchi sulla testa, con il sostegno di un pezzo di stoffa arrotolato a ciambella. Le è rimasto anche il ricordo del forte odore di pane buono che si sentiva passando davanti alle case e che si confondeva con quello delle stalle. Gli abitanti di Canate erano tenaci e laboriosi. Vivevano con quel poco che producevano i loro orti ricavati nelle fasce. Ogni famiglia aveva una o due mucche che venivano portate a pascolare sui monti sovrastanti. Per la rapidità e la costituzione geologica dei versanti circostanti, che hanno impedito la costruzione di una minima carrareccia, Canate è tutt'ora accessibile solo per sentieri scoscesi, scalette di pietra ed una stretta mulattiera. Per questo non c'è mai stata una chiesa nè vi è stato aperto un negozio. Nei primi anni cinquanta, dopo che la frazione più vicina, Marsiglia, fu raggiunta dalla strada asfaltata e da una corriera, gli abitanti di Canate cominciarono a non resistere più al loro isolamento che impediva di avere i servizi più necessari. Incominciò un esodo inarrestabile.
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(notizie, articoli e fotografie pubblicati sul web il 20/6/2001, Enrico Pelos)
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