Persone che fanno conoscere gli Appennini e i Monti di Liguria

People and Liguria Mountains

Federico Laurianti


 

L'estratto dalla tesi  "Comunità e villaggi abbandonati nelle valli del monte Antola" è qui pubblicato con il consenso dell'autore.

Chi fosse interessato all'argomento e volesse approfondire la lettura

può scrivere direttamente all'autore all'indirizzo fedelau86@hotmail.it 

 

Enrico Pelos

 

 

Tesi di laurea UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI GENOVA

Facoltà di Lettere e Filosofia

Corso in Scienze Geografiche Applicate territorioambiente-turismo

“COMUNITA’ E VILLAGGI ABBANDONATI
NELLE VALLI DEL MONTE ANTOLA”

“Cultura, storia e prospettive”

Referente: Massimo Quaini   Coreferente: Mauro Spotorno   2007/2008

1. INTRODUZIONE

La regione del monte Antola, storicamente divisa tra le province di Genova, Pavia, Piacenza e Alessandria, svolse sino all’inizio del XX secolo un importante ruolo di crocevia, attraverso la quale passavano importanti itinerari che univano le diverse realtà del mondo mediterraneo e di Genova con l’Italia padana dell’oltregiogo. Proprio nel corso del XX secolo ha preso avvio un rapido processo di spopolamento delle valli dell’Antola e delle altre povere regioni montane, prevalentemente innescato da mutazioni sociali ed economiche che portò all’abbandono di diverse comunità e villaggi in meno di cento anni. L’abbandono minaccia così secoli di storia costruiti con l’ingegno e la quotidiana fatica degli abitanti di queste valli; è proprio la quotidianità che caratterizza la storia rurale dell’entroterra genovese, priva di ogni carattere celebrativo, rischia di passare in secondo piano rispetto ad “altre storie” portando ad un silenzioso abbandono del territorio da parte degli abitanti così come dall’attenzione degli storici, degli enti pubblici e dai rappresentanti politici.

Con la seguente tesi si tenterà di studiare lo spopolamento montano e i fattori sociali, economici e culturali che lo hanno determinato, analizzando in particolare la realtà delle comunità e dei villaggi che hanno risentito maggiormente delle dinamiche dello spopolamento, sino ad arrivare all’abbandono. In generale si possono definire abbandonati quei villaggi dove è venuta meno una presenza umana permanente in grado di mantenere in vita e/o evolvere quel sistema di strutture sociali ed economiche che per secoli hanno caratterizzato le comunità rurali.

La cultura propria delle valli dell’Antola, infatti, potrà pur essere catalogata “cultura minore” e la sua storia non sarà celebrativa ma negli stretti viottoli dei vecchi villaggi, tra le pietre dei muri a secco o all’ombra di un castagno, come abbiamo visto, ogni gesto aveva il suo significato, nulla era lasciato al caso, ogni oggetto, e ogni pietra aveva il suo scopo che ancora oggi possono raccontare. Gli affreschi un po’ naif di una piccola cappella di montagna o di uno spartano interno di un’abitazione rurale non avranno certo i rigori canonici dell’arte urbana ma non per questo sono incapaci di toccare l’animo e di raccontare con le loro tinte sbiadite, i colori luminosi di una vita fatta di fatiche e di semplicità, ma in straordinaria comunione con l’ambiente circostante e soprattutto, nonostante le circostanze, ricca di momenti felici.

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8. MONOGRAFIE

8.1 Val Brevenna

La val Brevenna si snoda stretta tra le dorsali montuose che scendono dall’Antola per circa 15 km con andamento prevalente SO-NE. Nonostante l’aspetto aspro e la natura avara, le testimonianze della presenza umana in questa valle risalgono al 4000 a.C., i frequenti toponimi di origine ligure testimoniano la presenza di veri e propri insediamenti già in epoca pre-romana. La vallata è racchiusa oggi interamente all’interno dei limiti amministrativi del comune di Valbrevenna, che conta quasi 50 frazioni sparse sul suo territorio. Oggi numerosi di questi villaggi, a causa di un forte spopolamento, particolarmente intenso nell’alta valle, sono totalmente o parzialmente abbandonati e l’intesa attività contadina che animava l’intera territorio è ormai venuta meno determinando un evidente degrado di boschi e fasce. Località come Lavazzuoli, Piancassina, Roiale, Senarega, Cerviasca, Pian dei Curli, Tessaie, Piani, Crosi, Aia Vecchia, Tonno e Mareta, hanno tutte meno di 10 residenti che spesso trascorrono altrove i lunghi inverni. Seguirà ora una breve descrizione dei villaggi in cui l’abbandono è stato più consistente o traumatico, soprattutto se comparato all’importanza che alcuni di questi centri ebbe in passato.

8.1.1 Senarega

Figura 8 Planimetria di Senarega

 

Il borgo di Senarega è situato nell’alta val Brevenna, in prossimità del fondovalle, a 723 m. d’altitudine, stretto tra il Brevenna ed un suo piccolo affluente. Senarega ha origini molto antiche e, sicuramente, ebbe un certo prestigio in epoca medievale prima sotto il dominio della famiglia dei Senarega e successivamente dei Fieschi. L’assetto urbanistico è di tipo radiale caratterizzato da una viabilità interna sostanzialmente irregolare orientata verso la torre-castello che domina il borgo.

Senarega è probabilmente il borgo più bello della vallata e sicuramente il più ricco dal punto di vista artistico e architettonico, le antiche e nobili origini hanno determinato caratteristiche che non si incontrano in nessun altro villaggio della val Brevenna, infatti, oltre alle suggestive vie su cui si aprivano le botteghe ancora riconoscibili, si sono conservate testimonianze architettoniche di notevole pregio. Il paese è dominato dalla torre medievale fatta erigere dai Senarega nel XII secolo, affiancata dalla castello edificato nel XV secolo33 . La torre probabilmente non ebbe mai funzione militare ma più verosimilmente ebbe una valenza celebrativa, in quanto Senarega non svolse mai un ruolo difensivo bensì fu a lungo un centro con funzioni fiscali e amministrative sui territori della valle34. Di fronte all’ingresso della torre sorge la “fontana del Mascherone”, un tempo alimentata da un piccolo acquedotto in pietra ancora visibile nel suo ultimo tratto, sopra l’arco che sovrasta il sentiero che conduce all’oratorio e al cimitero. Poco più in basso della torre, accanto alla casa padronale si erge il massiccio campanile barocco e la chiesa dell’Assunta, ricostruita tra 1675 e 1700 su un edificio preesistente del 124835, l’interno è ad unica navata, con quattro absidi, impreziosito da un prestigioso altare in marmo realizzato dallo scultore genovese Francesco Campora, con porticina del porticato dipinta dallo stesso e raffigurante “Cristo portacroce dal cui costato escono zampilli di sangue che disseta alcuni agnelli”36. Di fronte alla chiesa si apre l’ampio piazzale, un tempo centro d’aggregazione contadina, lastricato in pietra e chiuso su tre lati da un muro sedile.

3

3 A. LAVAGGI, op. cit., pag. 103. 34 L. MAZZILLI, op. cit., pag. 55. 35 PRO LOCO VALBREVENNA,   La val Brevenna e le sue chiese, pag. 6. 36 G. MERIANA, “Valbrevenna… cit., pp.. 3435.

 

 Di notevole pregio sono pure l’oratorio in prossimità del cimitero e l’antico ponte medievale in pietra, sorto accanto al piccolo santuario della Madonna delle Grazie, che costituì per lungo tempo il principale collegamento per accedere all’abitato. A Senarega vi è inoltre la sezione etnologica del Museo Storico dell’alta Valle Scrivia, ricavato all’interno dell’antica stalla della casa padronale in cui vi sono esposti oggetti annessi alla vita contadina e all’allevamento. Nonostante preziosissime ricchezze ed una storia prestigiosa, il villaggio non è stato risparmiato dal fenomeno dell’abbandono, la popolazione residente è infatti scesa dai 30 abitanti del ’51, ai 17 abitanti del ’71 sino agli 8 residenti censiti nel 2001, di cui oggi, alla luce di sopralluoghi, nessuno vive più stabilmente in inverno. (Ultimo sopralluogo 14/12/2008).

 

8.1.2 Progetto di riqualificazione Senarega

Ai fini di recupero del borgo di Senarega e dei suoi ricchissimi valori architettonici di origine medievale, ambientali e paesaggistici, è stato di recente proposto un progetto di riqualificazione del borgo, presentato dalla Provincia di Genova ed inserito in un più ampio piano integrato denominato “Terre dei Fieschi” che prevede il restauro di borghi e manieri dell’entroterra genovese, legati alla storia filiscana, sfruttando i fondi europei messi a disposizione della Regione sull’Asse 4.1 per la promozione e la valorizzazione del patrimonio culturale e naturale. Per quanto riguarda Senarega il progetto si prefigge di rilanciare l’immagine del paese attraverso la creazione di iniziative quali un centro agronomico per la coltivazione dei prodotti autoctoni quali mele cabelotte e patate, creare una struttura polifunzionale all’interno del castello, che possa coniugare la valenza ricettiva con lo svolgimento di attività culturali come convegni, concerti o spettacoli, sfruttando anche gli spazi interni dell’Oratorio di San Giovanni Battista. Il tutto inserito in un progetto di riqualificazione dei percorsi pedonali all’interno del borgo, sostituendo all’asfalto un acciottolato che meglio si inserisce nel contesto medievale e rurale del borgo. Il costo complessivo di tutti gli interventi di riqualificazione ammonterà ad un totale di 979.900,00 €, finanziati all’80% dalla Regione Liguria e la restante parte a carico del Parco Antola e del comune di Valbrevenna.37 Il progetto potrebbe quindi costituire un esempio metodologico “apripista” per le numerose realtà affini nelle valli dell’Antola e dell’entroterra ligure, in cui l’abbandono sta mettendo a rischio il patrimonio culturale e storico.

37 ENTE PARCO ANTOLA, A. V. (a cura di), Le voci dell’Antola, n. 17, gennaio 2009, pag. 4


8.1.3 Tonno

Figura 9 Planimetria di Tonno

 

Magnificamente esposto a Sud, Tonno, si trova su uno sperone che scende dal monte Buio, quasi alla testata della val Brevenna, a 918 m. Sorto lungo un importante percorso di crinale che si diparte dal monte Antola, il nucleo ha sicuramente origini antichissime, anteriori alla conquista romana come attesta il suo nome che, nell’antica lingua dei liguri, significava “villaggio”38, probabilmente per la sua posizione sicura, lungo la direttrice che conduce all’Antola, potrebbe aver costituito un primitivo rifugio per le antiche popolazioni, anche se nell’aspetto attuale si riconosce esclusivamente una vocazione agricola dell’insediamento. Il borgo si inserisce perfettamente nell’ambiente adagiandosi su un pianoro che rompe il ripido crinale che scende dal monte Buio, spezzettato dalle vecchie terrazze che sovrastano il paese e, nonostante la vocazione essenzialmente rurale, il villaggio presenta un pregevole impianto urbanistico di tipo radiale, che dal polo costituito dalla chiesa di S. Margherita (prime notizie risalenti al 1242, l’edificio subì probabilmente restauri ed ampliamenti a partire dal 157639), si irraggia verso il territorio circostante a terrazze. Buona parte degli edifici dell’abitato, nonostante alcune recenti ed infelici opere di restauro, si sono conservati nel loro originario aspetto con muri in pietra a vista e tetti che in alcuni casi conservano ancora la tradizionale copertura in ciappe, donando a Tonno quell’aspetto che riesce ancora oggi ad essere esemplificativo della struttura tipica delle vecchie comunità rurali della val Brevenna. Il forte decremento demografico negli ultimi anni si fa però sentire con forza crescente e tracce d’abbandono intaccano il tessuto urbano, la popolazione di “residenti ufficiali” è, infatti, ormai ridotta all’ esiguo numero di 10 abitanti che durante la stagione invernale sono praticamente assenti, nel 1951 la popolazione residente era di 57 persone e vi era in paese una scuola elementare rimasta aperta sino alla fine degli anni ’70 quando gli abitanti scesero abbondantemente sotto le 20 unità40. Diventa così difficile mantenere intatto quell’inserimento nel paesaggio circostante che ne ha caratterizzato la struttura, e gli interventi di manutenzione più recenti, provenendo da soggetti ormai esterni al contesto agricolo rurale, sono spesso di pessimo inserimento nel tessuto urbano originario. (Ultimo sopralluogo 25/12/2008).
39
MONS. C. GOGGI, Storia dei comuni e delle parrocchie della diocesi di Tortona, Tortona 2000, pag.399. 40 P. FALZONE, V.GARRONI CARBO (a cura di), Liguria, territorio e civiltà. Centri storici in provincia di Genova e La Spezia, Genova 1976, pag. 95.

8.1.4 Piancassina

Piancassina sorge a 1036 m. sulle pendici che dall’Antola scendono verso il monte Duso con un ottima esposizione verso Sud e Sud-Est ed è uno dei paesi più alti della val Brevenna. Piancassina conserva le antiche caratteristiche di centro rurale con uso frequente di muri in comune e case disposte lungo le principali direttrici che portavano alle fasce circostanti, ai casoni e all’Antola. L’insediamento è composto da due nuclei divisi dal piazzale della cappella della Madonna della Guardia. La parte più bassa del paese, sorta lungo il sentiero che si dirige a Lavazzuoli, è impostata a gradoni e sfalsata nei volumi dall’alto al basso. Nell’altro nucleo le case, saldate l’una all’altra, sono allineate lungo il sentiero che porta ai casoni di Lomà. Tutto il terreno intorno al paese era strutturato in fasce su cui venivano coltivati cereali o tagliata l’ erba per produrre fieno. Dai due nuclei si dipartivano a raggiera le vecchie mulattiere che collegavano il paese ai casoni, a Lavazzuoli, al monte Antola ed ai paesi di Chiappa, Senarega o ancora alla costa dei Colletti da cui si poteva scendere verso Torriglia.41 Piancassina ha subito negli ultimi anni un abbondante calo di popolazione: al censimento del ’51 gli abitanti erano 37 (più di Senarega), dieci anni dopo 25, nel ’71, 16 e nell’ 81, 9, al censimento del 2001 i residenti ufficiali erano 4 ma oggi il presidio fisso è venuto meno ed inverno sono numerosi i giorni in cui il paese rimane completamente disabitato.
41 G. MERIANA, Valbrevenna… cit., pp. 3233

8.1.5 Cerviasca

Cerviasca è un piccolo villaggio che sorge a 957 m. sul ripido crinale che scende dal monte Penzo. Il nucleo ha origini antichissime ed è costituito da una ventina di edifici. L’elementare viabilità interna è caratterizzata da ripide stradine che salgono in direzione delle vecchie fasce, ormai abbandonate e verso la piccola chiesetta dedicata alla Madonna del Caravaggio che domina il piccolo abitato, purtroppo recentemente ristrutturata utilizzando un poco intonaco rosa che stona con le vecchie case con muri in pietra a vista. L’ abbandono dei terreni e delle fasce è evidente come in tutta la valle, le case invece, nonostante nessuno risieda più nel villaggio durante l’intero arco dell’anno, sono ancora sufficientemente conservate. Al sopralluogo effettuato il 12/12/2008 non vi erano tracce di residenti che nel 1951 erano ancora 35.

 

8.1.6 Aia Vecchia

Aia Vecchia, situato a 777 m., è un piccolo borgo composto da una decina di edifici. Il nucleo molto raccolto è interessantissimo per le forme di edilizia rurale ancora conservate nella loro forma originaria con muri in comune e stupendi passaggi coperti, archi e portici. Purtroppo gli edifici restaurati a fini d’abitazione turistica stagionale stonano con l’originaria essenza della frazione e la maggior parte dei vecchi edifici rurali versano in uno spiacevole stato d’abbandono e sono ormai in buona parte pericolanti.

8.2 Val Vobbia

La val Vobbia è una valle aspra con andamento longitudinale E-O caratterizzata dalle profonde e spettacolari gole scavate nei conglomerati dell’Antola. Considerata la collocazione e la vocazione esclusivamente agricola ha risentito fortemente del fenomeno dello spopolamento tanto che nel 1908 al momento della creazione dell’omonimo comune, contava più di 2000
42
abitanti contro i meno di 500 al censimento del 2001, è così che oggi sono diversi i villaggi, anche di vaste dimensioni e importanza passata, come Costaclavarezza e Piani che, anche a causa dei difficili collegamenti alla viabilità principale, sono abbandonati per buona parte dell’anno o altri che, come Canai e Sensassi, hanno da tempo perduto anche la vocazione di località di villeggiatura estiva e buona parte delle abitazioni stanno rapidamente cadendo in rovina43
42 M. RATTO, A SCHIAVI, op. cit., pag. 33. 43 M. RATTO, A. SCHIAVI, op. cit., pag. 19.

 

8.3 Val Pentemina

La val Pentemina è una delle valli più selvagge dell’entroterra di Genova, divisa tra i comuni di Montoggio e Torriglia, ha risentito pesantemente dello spopolamento montano che in questa valle ha assunto risvolti particolarmente drammatici, i collegamenti sono difficili, infatti buona parte della strada che percorre il fondovalle è sterrata, costantemente vessata da frane e smottamenti ed alcuni paesi non sono neppure raggiunti dall’illuminazione pubblica, quanto basta per mettere in fuga abitanti e tener lontani villeggianti. La valle è oggi quindi abitata e mantenuta in buone condizioni solo nei pressi di Montoggio e alla sua testata nelle frazioni di Pezza e Pentema dove i collegamenti stradali sono più favorevoli ad uno sviluppo residenziale e turistico. I villaggi della media valle invece, raggiunti solo da rotabile a fondo naturale, sono ormai abbandonati e il tempo e la natura si stanno riprendendo le pietre su cui sono stati eretti Vallecalde, Poggio, Case Vecchie, Cognole (oggi tenuta in vita da un agricoltore di Montoggio), Costapianella, Serre di Pentema, Tinello, Riola e Tecosa. La val Pentemina si presenta quindi, anche a prima vista, come la valle del versante mediterraneo dell’Antola dove l’abbandono è stato più massiccio e diffuso.

8.3.1 Vallecalde

Vallecalde si incontra lungo la strada che dal fondovalle sale verso Case Vecchie, situato a 663 m., si arrampica su di un ripido pendio con esposizione Est. Il nucleo è molto concentrato e si sviluppa lungo due stretti assi viari, uno di mezza costa che porta alle fasce, l’ altro che porta al fondovalle, gli edifici ancora ben conservati, costruiti con muri in comune, hanno forte sviluppo in altezza di cui la maggior parte sono a tre piani44 .

 

Camminando per le strette vie del paese si percepisce immediatamente che la posizione in cui sorge non è delle più favorevoli, il pendio è molto ripido e l’ esposizione ad est hanno probabilmente giocato, assieme ad una difficile viabilità, un ruolo importante nel determinare l’ abbandono del villaggio e delle sue attività agricole, e da ciò che si può constatare visitandolo, solo parzialmente compensato dall’afflusso di villeggianti nella stagione estiva.

44 Sopralluoghi diretti il 15/11/2008 e 20/12/2008.

Nel ’51 i residenti erano 23, bruscamente scesi a 3 nel’71, 2 nell’81, 1 nel ’91 e

nessuno al censimento del 200145 . (Sopralluoghi 15/11/2008 e 20/12/2008)

8.3.2 Costapianella

Costapianella sorge in magnifica posizione su uno sperone che scende dal monte Penzo a 740 m. con perfetta esposizione a solatio. Gli edifici sono in buona parte pericolanti ma ancora in piedi, giungendo al paese dalla piccola chiesetta il sentiero si divide in due stradine che attraversano le case, una conduce a Cognole e quindi Case Vecchie, l’ altra al crinale del monte Penzo da cui si possono raggiungere la val Brevenna o il monte Antola.

45 Fonte: anagrafe comune di Montoggio

Il villaggio era composto da una quindicina di edifici che presentano già alcune

caratteristiche “moderne” come intonaci sui muri esterni e tegole marsigliesi, le case sono quasi tutte a due piani e i muri in comune sono meno frequenti che altrove, concentrati quasi esclusivamente nel gruppo di case disposto al centro del nucleo, probabilmente costituito da edifici più antichi rispetto a quelli sorti nelle posizioni più marginali. Il paese, raggiungibile solo a piedi con quarantacinque minuti di cammino da Case Vecchie o dalla strada di fondovalle, non è mai stato collegato da carrozzabile e questo ha sicuramente contribuito a determinarne l’abbandono poiché una volta crollata la cultura contadina mossa dalla fame e dalle necessità, la manutenzione delle case è venuta meno, e non avendo Costapianella caratteristiche tali da rispondere alle esigenze della villeggiatura estiva l’abbandono ha rapidamente preso il sopravvento Gli abitanti nel ’51 erano 18 ma l’abbandono fu repentino, le fasce che circondavano l’abitato sono oggi irriconoscibili, ricoperte di rovi e sterpaglie e il degrado dell’abbandono poté essere frenato solo dai vecchi nativi del paese che continuando a trascorrervi le estati sino agli anni ’90 garantendo una minima manutenzione, ormai venuta meno. (Sopralluogo 15/11/2008)

8.4 Monte Banca – Montoggio

Il crinale che dall’ Antola scende verso i monti Duso, Liprando e Banca, nei pressi di Montoggio, si divide dando forma a tre piccole vallette, in due delle quali (valle della Lena e valle delle Cogne) sorgono rispettivamente Serrato e Fasciou.

 

8.4.1 Serrato e Fasciou

Serrato e Fasciou sono due piccoli nuclei spontanei composti da poche piccole case, sorti lungo l’itinerario che dai pressi di Montoggio conduceva al monte Banca e, seguendo il crinale che separa val Brevenna e Pentemina, al monte Antola. Serrato sorge a 740 m. ed è composto da meno di dieci edifici ancora in condizioni discrete di cui due probabilmente utilizzate come residenza periodica

o stagionale, sull’aia che si apre al centro del piccolo nucleo di case è ancora conservato il vecchio lavatoio. Fasciou sorge invece poco più su, a 805 m. raggiunto da una breve strada sterrata, fu definitivamente abbandonato a metà degli anni ’80 e buona parte degli edifici sono ormai in completo abbandono e solo da qualche anno alcune abitazioni in prossimità della strada sono state restaurate ed utilizzate per la realizzazione di un agriturismo per il quale è stata costruita anche una nuova stalla per il bestiame. (Sopralluogo 14/11/2008).

8.5 Val Trebbia

La val Trebbia, collocata nel centro dell’Appennino Ligure è stata uno dei territori dove lo spopolamento montano ha assunto caratteristiche più massicce46 . Se i centri sorti lungo il fondovalle dove oggi passa la statale della val Trebbia hanno saputo adattarsi ed attenuare il loro abbandono, quelli delle valli laterali e della val Brugneto sono ormai privi di qualsiasi vitalità economica, i più grandi ed importanti, raggiunti da buone strade asfaltate, come Caprile, Rondanina,

46 G. FERRO , Movimenti di popolazione nella regione ligure 1951 – 1971, Genova 1973, pag. 156.

Propata, Fascia e Alpe sono mantenuti in piedi, non sempre felicemente, dal turismo e dalla villeggiatura, gli altri di minore importanza, situati lungo direttrici secondarie invece hanno subito un pesante abbandono che si rispecchia in un evidente degrado dell’ambiente e dei centri abitati. Paesi come Varni, Bosco, Spescia, Maiada, Costamarenga, Costazza, Serre di Ponte Trebbia, Donderi, Conio di Mezzo e Caprili sono ormai abbandonati.

 

Caso particolare è quello di Alpe, i residenti (18 nel 2001) sono più che altrove ma l’importanza che assunse il paese in passato e la sua grandezza (quasi un centinaio di edifici) fanno si che l’ esiguo presidio fisso non possa contrastare il degrado complessivo dell’abitato e l’antico legame con l’ambiente ormai rotto è stato profondamente intaccato da infelici costruzioni e restauri operati da villeggianti, tali circostanze assieme all’abbandono delle vecchie usanze e della vecchia cultura fanno si che Alpe sia suo malgrado a pieno titolo un villaggio se non già abbandonato, destinato a diventarlo, seguendo i destini di Varni e Bosco.

8.5.1 Varni

Varni è posto alla testata della val Terenzone ad un’altitudine di 888 m. ed è sorto lungo un itinerario che collegava il fondovalle del Trebbia a Casa del Romano e quindi all’Antola o al versante piemontese. Costituito da due piccoli nuclei, il paese contava nel complesso 32 abitazioni47 di cui oggi una buona parte in stato d’abbandono, in particolare nel primo piccolo nucleo che s’incontra lungo la strada che scende da Casa del Romano le condizioni degli edifici sono di evidente degrado, il secondo nucleo, separato dal primo da una serie di fasce e terrazzamenti ormai incolti, è quello di dimensioni maggiori e origini più antiche, ha andamento lineare lungo il principale collegamento che da Varni giunge ad Alpe, nel punto più alto del nucleo si trova la chiesa con accanto un piccolo camposanto, scendendo si snoda l’insieme serrato delle vecchie abitazioni che conservano le antiche

47 P. FALZONE, V. GARRONI CARBO (a cura di), op. cit., pag. 77.

caratteristiche della casa rurale tipica, tra le quali è ancora riconoscibile è la vecchia osteria. Il borgo fu raggiunto dalla rotabile asfaltata solo a metà anni ’80, il tardivo collegamento alla viabilità principale ha favorito il processo di abbandono tenendo lontano anche i villeggianti, tanto che qui più che altrove le caratteristiche originarie architettoniche si sono conservate in maniera eccezionale. Nel 1951 gli abitanti erano 85, nel 1971 la popolazione residente era scesa a 30 abitanti oggi vi è rimasto un solo anziano abitante (cens. ISTAT 2001 8 residenti) che, anche in inverno, vive qui circondato ormai solo da un immenso numero di gatti miagolanti48 . (Ultimo sopralluogo 22/11/2008).

8.6 Alta val Borbera e valle dei Campassi

Sul versante nord dell’Antola, in Piemonte, l’alta val Borbera ed in particolare la valle dei Campassi ed il comune di Carrega Ligure hanno subito uno spopolamento impressionante che già a metà anni ’60 portò all’ abbandono definitivo di diverse frazioni. La particolare collocazione della valle dei Campassi, aspra e selvaggia, che fu solo negli anni ’80 in parte collegata da strada asfaltata49 , ha determinato condizioni di difficoltà e di particolare isolamento dando forma ad una realtà a parte, completamente autosufficiente che durò finché l’equilibrio non fu improvvisamente spezzato dalle nuove dinamiche socio-economiche. La cultura locale, nonostante povertà ed isolamento, seppe comunque dar origine a forme d’arte povera ed ingegneria particolarmente interessanti e raffinate, in particolare nell’ edilizia, con cisterne interne alle case, stupendi  forni e magnifici interni affrescati ed intonacati d’ azzurro, ancora riconoscibili tra i ruderi di Casone e Reneuzzi o nelle case di Ferrazza. E’ proprio in prossimità delle pendici nord dell’Antola, tra valle dei Campassi e di Carrega, dove la strada asfaltata non si è mai arrampicata che troviamo le piccole frazioni abbandonate di Casone, Reneuzzi e Chiapparo cui fa eccezione Ferrazza, abbandonata nel ’61 ma recuperata e mantenuta in vita a partire dal ’77 da Marco Veirana ed un gruppo di amici.  

48Sopralluogo diretto 22/11/2008. 49 Fonte: segretario comune di Carrega Ligure.

 

8.6.1 Ferrazza

L’abitato di Ferrazza s’incontra a 1111 m. su di uno sperone semipianeggiante con esposizione sud-ovest, tra Casone e Reneuzzi. Abbandonato nel 1961, a seguito dell’omicidio della sua ultima abitante, è stato recuperato dal 1977 da un gruppo di amici genovesi.

Il paese è composto da una decina di case, di cui la maggior parte ancora in piedi anche grazie al lavoro di Marco Veirana ed i suoi amici. L’abitato ha una forma estremamente elementare, mancano forme di selciato, le case sono separate e divise solamente dalle aie, e dal piccolo nucleo di case, oltre la mulattiera che collegava Vegni all’Antola, partivano i sentieri di servizio verso le fasce circostanti. Ancora parzialmente conservati sono i ballatoi di legno, i forni a cripta absidata ed una magnifica cisterna interna datata 183750 . Il recupero del paese se ha evitato a Ferrazza il destino di Casone e Reneuzzi non ha, però, consentito di salvare completamente l’antica cultura contadina, così le fasce e i boschi che circondavano l’intero abitato sono ormai in buona parte abbandonati ai rovi e alla vegetazione selvatica. (Sopralluogo 28/12/2008)

8.6.2 Reneuzzi

L’abitato di Reneuzzi, talvolta chiamato Reneuzi o Reneusi era situato in alta val Borbera, a 1.075 m. d'altezza, esposto a sud in magnifica posizione panoramica sotto il versante nord del monte Antola. Oggi purtroppo, in seguito ad un drammatico abbandono, l’importanza che conobbe il paese e la sua fisionomia sono riconoscibili solo a stento, i cumuli di pietre, un tempo case, sono soffocati da rovi ed erbacce, le fasce crollate ed invase da sterpaglie, gli antichi lavatoi e fontane sono coperte da terra e foglie. Gli edifici di Reneuzzi si snodavano lungo due direttrici principali, una che conduceva al fondovalle, al mulino e Campassi, e l’ altra lungo la mulattiera che dall’ Antola scendeva verso Vegni. Le rovine conservano ancora la caratteristica struttura in pietra a secco, portici e stupende stalle con soffitti a volta, le murature marginali che davano sulle stradine presentano qui una curiosa forma arrotondata che consentiva un più agevole passaggio di carretti e slitte, ancora ben conservati sono quelli di una casa all’inizio dell’abitato che si presentava stupendamente “smussata” alla sua estremità. All’ingresso del paese, invece, graziato dalla rovina, resiste il piccolo oratorio di San Bernardo a cui si accede attraverso un portichetto ad arco acuto, sovrastato dal piccolo campanile a vela, a cui sono state rimosse le campane.

50 Sopralluogo diretto 28/12/2008

 

 

L’edificio era composto da due vani: la sagrestia che un tempo serviva anche da scuola per i bambini di Casone, Ferrazza e Reneuzzi è ormai crollata in parte, l’ambiente dove si svolgevano le funzioni religiose, invece, è ancora abbastanza conservato, così come l’altare le cui mensole in stucco sono ormai sgretolate dall’umidità, l’abside e i muri interni sono decorati da affreschi che conservano lo stile un po’ ingenuo tipico delle valli più isolate, purtroppo rovinati da irrispettose scritte e murales all’interno dell’oratorio e minacciati dalle strutture ormai pericolanti. Reneuzzi si erge così, con le sue rovine, ad imperioso monito per altri paesi e frazioni ed ispira la mente a meditazioni sulla caducità, la croce piegata sull’oratorio di San Bernardo porta i segni del tempo ed il piccolo cimitero, sotto la maestosa mole dell’Antola, custodisce coi suoi morti i segreti di epoche ormai passate e di un mondo ormai perduto. La condizione attuale di Reneuzzi ed il contrasto, che si percepisce in tutta la sua forza, con la Reneuzzi che fu, hanno un fascino fortissimo, per questo vale la pena di visitare questa frazione abbandonata che forse meglio di qualunque altra lascia percepire cosa fu la vita in queste valli e cosa hanno comportato politiche ed economie spietate.

Il paese di Reneuzzi, come Casone, Ferrazza e Chiapparo, non fu mai raggiunto da strada carrozzabile ma collegato a Vegni, Campassi e all’ Antola e Caprile solo attraverso una rete di antiche mulattiere e sentieri. C’è chi dice che nell’epoca del suo massimo splendore, nell’ 800, Reneuzzi arrivò ad avere più di 300 abitanti, questi però nel ‘900 erano già abbondantemente diminuiti: 32 nel 1922, 18 nel 1954, 4 nel 1960 e 1 nel 1961, suicidatosi a seguito di un omicidio passionale Dal 1961 in poi, a seguito della triste vicenda, Reneuzzi fu definitivamente abbandonata.51 (Sopralluogo 28/12/2008)

51 http://it.wikipedia.org/wiki/Reneuzzi

 

9. (RI)VIVERE OGGI PER NON PERDERE IL PASSATO

9.1 Interventi e proposte

Il paesaggio rurale del monte Antola è un paesaggio ricchissimo che rischia di perdersi a causa di un progressivo aggravarsi delle situazioni di abbandono e di degrado. Numerosi sono i villaggi che oggi versano ormai in uno stato d’abbandono che rischia di divenire irreversibile, se si vuole che si torni a vivere nei villaggi abbandonati, dall’alto dovranno essere prese decisioni che incentivino i ritorni recuperando e salvando parte di ciò che il passato ci ha tramandato. E’ importante che le decisioni e gli interventi a rimedio della situazione attuale abbandonino approcci semplicistici che prendono a riferimento elementi poco significativi per lo studio di una serie di problematiche assai complesse, come la sola consistenza demografica, è infatti necessaria un’analisi di ben più ampio respiro che sappia tenere in considerazione sia le relazioni tra le varie componenti che le diverse condizioni geografiche e la diversa disponibilità di risorse economiche e territoriali, centrando così i reali problemi delle comunità, i quali hanno giocato un ruolo rilevante nel determinare l’ attuale situazione di abbandono. Se non si vuole perdere il patrimonio storico-culturale di queste comunità rurali si deve intervenire in modo da ricreare una stabile attività economica che sappia sfruttare in modo innovativo le antiche risorse e peculiarità sia artigianali che gastronomiche. In vista di un progetto di recupero e rilancio delle attività nelle alte vallate del monte Antola. Gli attuali incentivi sono spesso in buona parte a fondo perduto e finiscono con l’assumere un carattere di semplice assistenzialismo, che mal si sposa con l’iniziativa personale e imprenditoriale, sarebbe probabilmente più stimolante ed utile incentivare la nascita di un sistema a filiera corta che, supportato da una diversificazione fiscale sulle attività economiche, in modo da compensare le difficoltà derivanti dalle caratteristiche geografiche, demografiche ed economiche del territorio, produrrebbe vantaggi economici sia alle comunità locali che a chi usufruirebbe dei suoi prodotti.

 Agli importanti interventi di carattere economico e commerciale si può accostare uno sviluppo di innovazioni tecnologiche che, considerate le difficili condizioni ambientali in cui sono immersi questi villaggi, sono imprescindibili ai fini di una rinascita socio-economica, offrendo possibilità ed applicazioni particolarmente interessanti. In particolare il settore energetico, basato sul rispetto per la natura e sull’utilizzo di fonti rinnovabili, potrebbero funzionare per rigenerare l’autosufficienza perduta, garantendo un ritorno di utili direttamente sulle comunità; in questa direzione si sta muovendo l’ ente Parco dell’ Antola, bisogna però stare attenti a non commettere gravi errori ed accertarsi che ogni decisione in merito allo sviluppo di nuove tecnologie ed impianti possa apportare reali benefici sul territorio evitando quindi situazioni che possano portare un vantaggio apparente ma che di fatto giovino più ad attori esterni al territorio in cui vengono realizzate, piuttosto che alle popolazioni locali.52 Anche politiche parco innovative possono generare un impulso alla rinascita dei territori abbandonati, sistemi tipo parchi rurali ed ecomusei oltre a richiamare un certo numero di turisti53 , si fondano sulle antiche tradizioni contadine e sostengono tutto l’ insieme delle antiche attività e un ritorno stabile di popolazione, numerosi sono gli esempi virtuosi di come situazioni di analoga difficoltà, per lo più all’estero, siano state tramutate in esempi di qualità nella gestione delle risorse culturali ed ambientali. Nonostante gli interventi e gli incentivi è comunque piuttosto utopico pensare che i villaggi ormai abbandonati possano tornare a vivere come una volta di sola agricoltura e dei frutti che elargisce la natura. Nonostante l’essenza dell’antica cultura contadina sia destinata a rimanere rinchiusa nei musei, gli interventi sono comunque necessari, per arginare i danni del tempo e dell’abbandono, per evitare che il passato non venga dimenticato, e che una nuova vita possa tornare ad animare le valli dell’Antola affondando con consapevolezza le proprie radici nel passato per conservare una parte di quelle antiche tradizioni ed evitare il crollo totale delle comunità a rischio di abbandono.

52 Un buon esempio può essere quello dell’invaso del Brugneto i cui benefici sul territorio circostante sono stati minimi. 53 V. Cap. 13

 

9.2 Il PSR

A riguardo di quanto detto la Regione Liguria nel 2008 ha varato il nuovo PSR (Piano di Sviluppo Rurale), valido per il quinquennio 2007 – 2013, utilizzando fondi dell’Unione Europea per incentivare i giovani ad entrare nel sistema agricolo e favorire le aziende agricole presenti sul territorio e lo sviluppo delle aree rurali. Le risorse dell'Unione europea destinate per la Liguria al piano di sviluppo rurale ammontano a 276 milioni di euro. Si tratta di fondi che verranno distribuiti su quattro assi con particolare rilievo alle nuove attività giovanili in agricoltura, allo sviluppo di nuovi prodotti e all'associazionismo e alla cooperazione oltre all'educazione alimentare. Il piano finanziario del PSR ligure prevede la

realizzazione di investimenti e altre attività nel periodo 2007-2013 per un

volume complessivo di investimenti pari a 441 milioni di euro. I temi prioritari sono dodici, raggruppati in quattro aree:

  1. Area competitività: ricambio generazionale e aumento delle dimensioni aziendali, agricoltura di mercato, sviluppo di nuovi prodotti, processi produttivi e tecnologie, associazionismo e cooperazione
  2. Area turismo territorio e prodotti locali: valorizzazione dei prodotti tipici e biologici, sviluppo delle filiere corte, sviluppo dell'entroterra, educazione alimentare
  3. Area valorizzazione ambiente e paesaggio: ambiente e turismo naturalistico, agricoltura e selvicoltura di presidio
  4. Area utilizzo sostenibile delle risorse: energia, risorse idriche. Nello specifico i bandi relativi al PSR riguardano:

-l'insediamento dei giovani in agricoltura -investimenti nelle aziende agricole -valorizzazione economica delle foreste -indennità compensative per le zone montane svantaggiate -indennità compensative per le zone svantaggiate non di montagna -pagamenti agroambientali sviluppo di tecniche agricole rispettose dell'ambiente -diversificazione delle attività agricole (agriturismo).

Se il PSR non cade nel semplice assistenzialismo può giovare in qualche modo alla conservazione del territorio montano spopolato e a rinverdire le economie locali, negli intenti infatti tocca i punti cardine attraverso i quali si possono prospettare interventi attraverso i quali sia possibile generare un ciclo, anche se è difficile ipotizzare che possa funzionare da attrattiva per nuove attività agricole nei villaggi abbandonati, può comunque fornire un iniezione di iniziativa e coraggio ad enti e privati. Per quel che riguarda le valli dell’Antola, i dubbi più forti ricadono sull’efficacia che il PSR può avere nell’incentivare lo sviluppo e la creazione di aziende agricole, sarebbe infatti opportuna una formazione mirata per i giovani, restando comunque utopico pensare che l’agricoltura e l’allevamento di per sé possano tornare a costituire fonti di sostentamento e reddito in queste valli, infatti solo in tempi in cui la fame di terra era ben’altra l’uomo fu costretto ad addomesticare queste ostili terre per avere di che vivere, ma oggi, salvo stravolgimenti sociali e finanziari (di questi tempi non si può escludere nulla!), le condizioni sono ben altre e le attività agricole possono avere un funzione economica solo in un contesto più ampio, come supporto di un tipo di turismo basato su prodotti tipici ed agriturismo, senza il quale agricoltura ed allevamento non possono che costituire che una seconda entrata per chi ha profitti derivanti da altre attività o un “hobby” per chi ha la sana passione di ricreare gli stili di vita di una volta. Quindi, più che nel settore agricolo il PSR, può e deve giovare alle comunità abbandonate delle alte valli giocando un importante ruolo nell’innovazione del settore turistico valorizzando e riqualificando le risorse con progetti di recupero dei borghi e del patrimonio architettonico ed artigianale, puntando all’utilizzo delle risorse energetiche sostenibili e favorendo lo sviluppo di una ricettività di qualità contestualizzata al territorio.

9.3 La valorizzazione dell’ edilizia rurale

L’ edilizia rurale rappresenta un patrimonio eccezionale, una testimonianza significativa del paesaggio e dell’ economia rurale tradizionale, rappresentando una splendida dimostrazione di come l’ uomo in queste valli seppe sfruttare ed adattarsi a ciò che l’ ambiente circostante offriva e richiedeva. Nei villaggi abbandonati l’edilizia non ha subito modifiche recenti rimanendo integra nelle forme originarie purtroppo però l’abbandono della cultura contadina e dei vecchi insediamenti delle alte valli costituisce anche una minaccia per questi monumenti, infatti se gli antichi abitati ci sono giunti nell’ antica forma, la struttura degli edifici in assenza di manutenzione si sta sempre più deteriorando ed i paesi che sono stati abbandonati per primi assumono sempre più le sembianze di un insieme di rovine come a Costapianella, Tessaie, Riola, Tecosa, Casone e Reneuzzi. Per evitare di perdere questo prezioso patrimonio sarebbe necessaria una serie di interventi mirati ad incentivare ristrutturazioni rispettose del passato rendendole convenienti rispetto a ristrutturazioni in stile “cittadino”, il tutto attraverso fondi ed incentivi economici. In tal senso qualcosa si è mosso con un bando emanato dalla Regione Liguria nel 2005 per favorire la salvaguardia e la valorizzazione delle peculiarità dell’edilizia e dell’architettura dell’entroterra. Attraverso questo bando si è cercato di dare un’efficace applicazione alla legge

n. 378/2003 “Disposizioni per la tutela e la valorizzazione dell’architettura rurale”. L’iniziativa è stata recepita attingendo dai fondi della legge sul condono edilizio, complessivamente 2.760.000 euro. L’iniziativa regionale ha così fornito un incentivo alla manutenzione e al restauro degli edifici rurali, comprendendo anche singole componenti strutturali

portanti degli edifici e le componenti di architettura minore collegate alle antiche attività rurali, come lavatoi, cascinali, fontane, essiccatoi, pozzi, abbeveratoi, muri di fasce, stalle, canali irrigui etc. Le istanze approvate e finanziate sono state più di 150, privilegiando le istanze di chi si è impegnato a mantenere un’attività agricola o di presidio sui fondi rustici annessi agli edifici.54 Un altro contributo alla protezione dell’edilizia rurale potrebbe derivare dalla creazione di una forma di albergo diffuso o di una serie di bivacchi e rifugi, attraverso l’utilizzo di abitazioni ormai abbandonate, oltre agli evidenti risvolti turistici porterebbe non pochi vantaggi economici correlati a ristrutturazioni intelligenti dei villaggi abbandonati.

10. ALCUNI CASI DI RITORNO

A partire dagli anni ’50 il cancro dell’abbandono si è sempre più aggravato, le montagne hanno continuato a spopolarsi sino ad oggi, i nostri monti sono così sempre più abbandonati, privati ormai del lavoro che li manteneva in vita; nonostante l’andamento generale di crescente degrado negli ultimi anni si sono registrati anche alcuni casi di ritorno in villaggi ormai abbandonati. Seguirà ora una descrizione delle modalità con cui alcune persone hanno reso possibile un parziale recupero di villaggi altrimenti destinati a scomparire Questi ritorni, frutto d’iniziative spontanee, hanno riportato aziende agricole, osterie e gente, rappresentando delle boccate d’ossigeno per la montagna genovese. Così vecchi villaggi come Ferrazza, Lavazzuoli, Crosi, Cognole o Fasciou costruiti con tempo e fatica dagli antici abitanti, sono tornati a vivere frenando quello che sembrava il loro ineluttabile abbandono.

4 RGIONE LIGURIA, Il paesaggio tra sciouscia & sciorbi, materiali per capire e governare il territorio, Genova 2008, pp.. 6061.

10.1 “Quelli di Ferrazza”

Il primo caso di recupero di un paese abbandonato tra le valli del monte Antola risale al 1977 quando un gruppo di professori della provincia di Genova, amanti dell’Antola, decisero di contattare i proprietari delle case del vecchio villaggio di Ferrazza, in valle dei Campassi, abbandonato nel 1961 in seguito alla violenta morte della sua ultima abitante. Il paese, nonostante l’abbandono fosse allora abbastanza recente versava in condizioni di diffuso degrado e collegato alla vicina Vegni solo attraverso una mulattiera parzialmente carrabile, nessun allacciamento all’elettricità o all’acquedotto. I giovani professori iniziarono un lento lavoro di recupero delle abitazioni e alcuni di essi, pur non abitando stabilmente nel vecchio nucleo di case, presero la residenza a Ferrazza. Il restauro strutturale ha interessato prevalentemente due edifici, destinati ad uso abitativo, i materiali necessari alle operazioni di recupero sono stati quasi completamente ricavati dagli edifici già crollati, consentendo così di mantenere una certa conformità alle costruzioni della zona. All’assenza di un allacciamento all’acquedotto, inizialmente compensata con l’utilizzo delle vecchie fonti che ancora funzionavano, si è provveduto ottenendo il permesso di collegarsi all’acquedotto di Vegni che passa poco sopra l’abitato. Per quel che riguarda l’elettricità e l’illuminazione si preferito fare affidamento a candele e generatori piuttosto che a pannelli fotovoltaici che, considerati i periodi in cui il paese rimane senza un presidio, avrebbero rischiato di essere sottoposti alle intemperie naturali e a possibili atti di vandalismo o furti. Il paese è stato inoltre collegato da una teleferica, fatta collocare nel punto in cui culmina la rotabile a fondo naturale, poco sopra l’abitato, con lo scopo di agevolare il trasporto di materiali e viveri Il recupero delle case e dei rustici è stato accompagnato da un parziale recupero dei sentieri circostanti ed in parte degli orti e dei terrazzi più prossimi alle abitazioni. Oggi, nonostante una serie di sfortunate circostanze che ha coinvolto il gruppo di professori, uno di loro M. V. continua a salire periodicamente a Ferrazza mantenendo con impegno l’abitato in vita, riparando ciò che la natura rovina. L’esperienza dei professori a Ferrazza dimostra che con la passione si può andare contro la tendenza dell’abbandono. Il fatto significativo è, come anche vedremo nei casi seguenti, che le ragioni che spingono a tornare in villaggi abbandonati sono essenzialmente di carattere culturale e “sentimentale” e slegate da ragioni di tipo economico o professionale, tanto che M. V. non ha mai cercato di ottenere incentivi economici per il suo progetto preferendo essere ripagato dai frutti del suo lavoro.

10.2 A. S., Cognole

In val Pentemina s’incontrano diverse frazioni abbandonate in seguito al declino delle attività agricole e di allevamento, in un bosco, un tempo terrazze coltivate, sulle pendici del Liprando, a meno di quindici minuti di cammino da Case Vecchie, s’incontra il piccolo nucleo di case di Cognole riportato alla vita quasi vent’anni fa da A. S. che vi trascorre l’intera estate con la famiglia e dove si reca quasi tutti i giorni dell’anno per lavorare e controllare i suoi capi di bestiame.

A. S. si recò a Cognole per la prima volta poco più che ventenne tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Iniziò a frequentare il piccolo villaggio affittando una piccola casa che, col tempo, riuscì a ristrutturare ed acquistare, la passione gli fece abbandonare il suo lavoro di riparatore di pianoforti e superare le non poche difficoltà per conoscere un mondo che sino ad allora gli era sconosciuto, dovette infatti imparare a gestire il bestiame e a mantenere orti e sentieri. Oggi tre delle case che danno sul “risseu” di Cognole sono state recuperate, con strutture adibite a stalla, caseificio ed abitazione, due cani vegliano giorno e notte sulle case del villaggio e sugli animali domestici che sono tornati a calpestare le vecchie aie e i terreni che circondano l’abitato. A. S. può infatti vantarsi di avere galline, suini, alcune mucche cabannine ed un gregge di capre che col loro latte danno squisite formaggette. A. S., infatti, è riuscito ad aprire un’azienda agricola che sfrutta al meglio i frutti dei suoi terreni e i prodotti del suo bestiame, anche offrendo la sua esperienza ad escursioni didattiche per ragazzi delle scuole elementari e medie.

 

10.3 E. C., Crosi

Crosi è un villaggio della val Brevenna che sorge a 878 m. d’altitudine, sotto al monte Liprando, l’ultima abitante di crosi lasciò il paese nell’89 che rimase completamente abbandonato per dieci anni, sino a quando nel febbraio ’99 E. C., appena ventenne vi arrivò con una sola vitellina e due caprette. Da allora si è stabilito definitivamente nel vecchio villaggio riportandolo lentamente alla vita, restaurando il recuperabile ed iniziando un’attività agricola. Dopo dieci anni il bestiame conta una ventina di capi, ed E. C. passa le giornate dedicandosi alla cura degli orti, degli alberi da frutto e da legna ed alla produzione di formaggette. Grazie alla sua attività agricola è riuscito a vincere un premio da 19 milioni di lire. La vita a Crosi non è, però, semplice e nonostante il premio C. lamenta un’eccessiva indifferenza da parte degli enti pubblici, nel 2000, fu contattato da un assessore, la provincia di Genova voleva cominciare a recuperare i paesi abbandonati dell’Appennino partendo da Crosi. Fu organizzato un campo internazionale per giovani volontari, si ipotizzò di portar su le scolaresche, di risistemare l’essiccatoio per le castagne, di coltivare intensamente le patate Quarantine, di realizzare un allevamento delle mucche di razza Cabannina. E’ andata avanti per tre anni. Poi, una volta cambiata la giunta, sono emerse altre idee e tutto si è fermato. Di recente sono tornati i lupi e il giovane allevatore lamenta politiche che a riguardo non possono lasciare soddisfatti gli allevatori delle valli, i quali si, in caso di capi uccisi, hanno diritto ad un rimborso ma vengono comunque privati di preziose fonti di sostentamento. Ma E. C., nonostante le difficoltà, conserva l’ambizione e le idee chiare che appena diplomato lo hanno portato sui monti, vuole, infatti, ristrutturare altri rustici e realizzare un agriturismo, “ci riuscirò, passassero altri vent’anni” dice lui55 .

I sopra citati casi di ritorni in paesi altrimenti ormai destinati ad un triste abbandono di morte certa non sono gli unici, negli ultimi anni si sono registrati altrettanto significative iniziative, a Fasciou sulle alture di Montoggio con l’agriturismo “Il Pero” che ha riportato alla vita il piccolo gruppo di case e a Lavazzuoli, sulle pendici dell’Antola in val Brevenna una giovane coppia ha aperto l’ “Osteria del Sole” lungo l’antico itinerario che porta alla vetta del monte. Dalle esperienze raccontate risulta evidente un comune denominatore: la passione e l’amore per una vita dimenticata, in cui i ritmi della natura segnano il trascorrere delle giornate. La scelta di tornare sulle alture a vivere in paesi ormai abbandonati ha quindi ragioni culturali e personali che in quanto tali non possono essere sospinte e motivate solamente da incentivi economici ed efficaci politiche, le quali costituiscono comunque una linfa vitale e imprescindibile se si vuole incentivare il ritorno sulle montagne abbandonate che oggi si presenta per i più proibitivo anche dal punto di vista esclusivamente finanziario.

55 Fonte: http://www.liguri.net/lepietremare/robinson/robinson.htm

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