TRIMESTRALE DI EVENTI, CULTURA, ARTE, MUSICA, PERCORSI D' AUTORE, TURISMO, LAVORO, BENI CULTURALI E MATERIALI, STORIA E TRADIZIONI TRA I MONTI E IL MARE DELLA LIGURIA

C L O S E
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beni materiali, cultura del lavoro e mostre

Arte e artigianato a Savona: il vetro

di roberto bazzano


foto 1

La provincia di Savona è famosa nel mondo per la sua arte che si estrinseca nelle sue diverse tipologie, ma soprattutto per due forme d’arte che derivano dall’artigianato e ancora oggi trovano collocazione sia nel mondo della produzione industriale che nell’arte vera e propria: parliamo ovviamente di ceramica e di vetro.

Se il centro della ceramica per eccellenza (di cui abbiamo parlato diffusamente nello scorso numero) è rappresentato dalle due Albisole, nelle quali vi è la massima concentrazione di laboratori artigianali e d’arte di ceramica affiancati alle industrie di stoviglie (che resistono tenacemente all’incalzare della concorrenza asiatica), il perno intorno a cui ruota la produzione artistica e industriale del vetro è rappresentato da Altare, piccolo Comune a circa dieci chilometri da Savona, che potremmo definire “la porta della Val Bormida”. Nel Comune di Altare, infatti, sopravvive - anzi vive riportata nuova vita - la gloria dei maestri vetrai che per secoli hanno fatto la fortuna della cittadina collinare e delle zone circostanti.

Non è facile trovare fonti attendibili riguardo alla nascita della tradizione vetraria altarese: è molto più facile trovare leggende e miti sull’argomento.
La più famosa di queste leggende è quella di origine fiamminga che si riferisce all’Abate del Cenobio dell’Insula Liguria (si parla dell' isolotto di Berteggi)
. Essa narra la storia di un abate fiammingo che, percorrendo le nostre colline e montagne in passeggiate di preghiera, si accorse della ricchezza di legna forte dei nostri boschi, esattamente quella che necessitava per alimentare i forni e le fornaci per la fusione del vetro e che nella sua terra d’origine scarseggiava non permettendo il giusto evolversi della tecnologia e la crescita della ricchezza. Questa cosa colpì l’abate al punto che, tornato in patria, favorì il trasferimento di alcune famiglie di vetrai fiamminghi nel paese di Altare portando così sulle colline savonesi l’arte di lavorare il vetro.

--- Un’altra leggenda vuole invece che l’arte vetraria sia stata portata qui da nobili normanni reduci da una crociata nell’XI secolo e approdati a Bergeggi, stimolati da monaci loro compatrioti a edificare fornaci nell’entroterra.

--- Una ulteriore leggenda dice che furono invece i monaci Benedettini, che avevano una perfetta padronanza di molte tecniche di lavorazione manuale (“ora et labora” era il loro motto…) ad insegnare l’arte della lavorazione del vetro alle popolazioni locali contribuendo direttamente alla nascita di una comunità di maestri vetrai.

Se da un lato stupisce che un’isolotto come quello di Bergeggi possa essere stato sede di monasteri o approdo di navi, di certo non stupisce il vedere come nell’antichità siano spesso stati i monaci, a tramandare la cultura e i segreti delle arti manuali: quello che oggi è un compito delle scuole professionali, in allora era demandato a chi, per vocazione e per lungimiranza, poteva farlo, cioè alcuni ben precisi ordini ecclesiastici.

Le prime notizie certe sull’attività vetraria in Altare risalgono a circa 500 anni dopo quando, nel 1495 vennero emanati i primi statuti che regolavano doveri e diritti dei maestri vetrai, già da allora riuniti in una corporazione chiamata “Università del Vetro” fortemente favorita dai Marchesi del Monferrato. Tali statuti furono approvati nel 1512 dal Principe Guglielmo Marchese di Monferrato, da Galeotto del Carretto e dai suoi nipoti, Marchesi di Savona, ufficializzando di fatto una realtà d’arte, di artigianato e commercio ormai stabile e in grado di produrre ricchezza e dare lavoro

Gli Statuti prevedevano che a vegliare su di essi fosse un organo chiamato Consolato dell’Arte Vitrea, composto da Sei Consoli eletti, nel giorno di Natale, tra i maestri più prestigiosi. I Consoli avevano poteri che andavano ben oltre la salvaguardia dei segreti vetrari, ma si occupavano anche di distribuire il lavoro e gestire, di fatto, non solo la corporazione ma la vita del paese stesso, provvedendo alle sue necessità. Essi, inoltre, potevano assegnare pene che arrivavano fino alla condanna a morte comminata storicamente solo in un caso ad alcuni vetrai colpevoli di aver lavorato in una fornace abusiva di Vado Ligure, graziati poi fortunatamente dalla Duchessa di Mantova.

Ben presto i maestri vetrai altaresi furono chiamati in altre zone d’Italia ed all’estero per andare ad esercitare il loro mestiere, cosa che veniva fatta dietro concessione della Corporazione e con una attenzione costante a non divulgare i segreti dell’arte vetraria.

Il vetro non veniva lavorato in ogni periodo dell’anno, bensì solo nel periodo che va dalla festività di San Martino a quella di San Giovanni, cioè dall’autunno alla fine della primavera, mentre il periodo estivo era dedicato alla riparazione delle fornaci, all’accumulo di legna e delle materie prime necessarie alla produzione per le ben ventidue fornaci funzionanti nel periodo di massima ricchezza. La ripresa dei lavori era solennizzata con la cerimonia della “messa del fuoco”. Due grossi ceri, benedetti dal parroco e portati da bambini accompagnati dai Consoli, facevano il giro delle fornaci che venivano accese con la fiamma prelevata dai ceri stessi. Da tradizione il primo prodotto che veniva fatto con il nuovo fuoco era un grande fiasco che andava riempito di vino e, insieme ad una torta di riso, portato ai lavoranti per inaugurare il periodo di lavoro. Chiunque venisse assunto a lavorazione iniziata, il primo giorno portava un fiasco di vino benedetto dal parroco per dividerlo con i compagni: questa usanza veniva detta “bagnare la piazza”.

Il primo Santo protettore dei vetrai altaresi fu San Filiberto, sostituito poi da San Rocco dopo che a quest’ultimo fu attribuita l’intercessione per l’estinzione della peste nel 1631.

Tra periodi di prosperità e altri di crisi, l’attività della Corporazione arrivò fino alla fine del 1700 con il Consolato che da secoli rappresentava praticamente l’unica vera autorità del paese di Altare. La nuova classe di commercianti e piccoli imprenditori nata dall’indotto dell’industria vetraria, però, non vedeva di buon occhio lo strapotere della corporazione. Dalle liti verbali si passò ai fatti e seguirono circa trent’anni di lotte fratricide a cui pose fine il Manifesto Reale del 1823 che decretò lo scioglimento della Corporazione. Fu così che per “incapacità politica” da una parte e invidia dall’altra ebbe fine la ricchezza di Altare: alcuni maestri furono costretti a subire l’umiliazione di lavorare nelle poche fornaci rimaste in condizioni di sfruttamento, altri cercarono fortuna in altre parti d’Italia e altri ancora emigrarono in Sudamerica ove impiantarono nuove vetrerie.

Solo la testardaggine (o forza di carattere) tipica dei savonesi permisero all’arte vetraria di non morire insieme alle sue fornaci, ma ci vollero molti anni: nel 1856 venne fondata la Società Artistico Vetraria, primo esempio di unione di capitale e lavoro in Italia.
Della Società facevano parte 84 artisti vetrai che eleggevano gli organi direttivi ed amministrativi.
L’attenzione nei confronti dei lavoratori portò nel 1872 alla fondazione della Società di Mutuo Soccorso che prese il nome di “Società per la mutua assicurazione delle pensioni ai vecchi vetrai altaresi” per poter erogare una pensione ai lavoratori che avevano cessato l’attività. Alcuni anni dopo, tale Società iniziò ad erogare anche un’indennità di malattia.

La Società Artistico Vetraria si sciolse nel 1978, ma nei suoi 122 anni di vita è stata fonte di lavoro per generazioni di altaresi, facendo di Altare il primo paese industrializzato della Valle Bormida. Accettando lavorazioni di ogni tipo, dall’artistica all’industriale, la Società ha permesso ai suoi lavoratori di specializzarsi naturalmente in molti campi, facendo degli altaresi i maestri vetrai più ricercati in Italia e all’estero, esattamente come ai tempi d’oro della Corporazione.

Ad oggi la realtà vetraria è composta da alcuni stabilimenti di grandi dimensioni facenti capo a gruppi italiani o esteri (Bormioli, Saint Gobain Glass) che si trovano per lo più nella zona tra Cairo Montenotte e Dego, mentre ad Altare sono rimasti gli eredi dei maestri vetrai, veri e propri artisti che nelle loro fornaci continuano quell’opera di produzione di vetri pregiati, pezzi unici e oggetti d’arte che solo nel comprensorio veneziano hanno un vero concorrente. Per salvaguardare la tradizione vetraria altarese nel 1984 è stato istituito il Museo del Vetro di Altare, con la volontà di recuperare l’antica vocazione locale per la lavorazione del vetro.


1- GRANDE VASO DA ESPOSIZIONE 1911, Pietro Negri – Oreste Saroldi – Vico Bormioli / Intagliatore: Angelo Tortarolo detto Chicon h. 115 cm; Ø 30 cm; vaso: kg. 12,7; coperchio: kg 3,6 vetro bianco soffiato in stampo di legno, poggiante su piede a forma di coppa rovesciata; coperchio con grosso pomo dal bordo stellato; scanalature con diverse forme geometriche alla base, alla spalla, sul coperchio e sul pomo. La forma è tipica di Altare. Fu realizzato per l’Esposizione Internazionale di Torino del 1911 dove vinse il Grand Prix. Un secondo esemplare identico risulta posseduto dal Museo dell’Hermitage di San Pietroburgo.

Nel 2005 ne è stata inaugurata la nuova sede ed ora il Museo dell’Arte Vetraria Altarese, può contare su di una esposizione composta da 12 sale, disposte su 2 piani, che comprende le opere dei maestri del Novecento, le opere di grandi dimensioni (tra queste i Giganti, enormi vasi da esposizione interamente soffiati e decorati con la tecnica della "scanalatura", alti più di un metro e pesanti 17 kg), le opere realizzate in vetro all'uranio.


PORTAOMBRELLI 1937, disegno: Enrico Bordoni, Molatura: Pietro Moraglio, Soffiatori: Isidoro Bormioli e Sebastiano Rabellino h. 61 cm; Ø 25,5 cm; kg. 11,7; Portaombrelli a base esagonale in vetro rosso rubino molato alla ruota a punta di diamante.


VASO CON COPERCHIO STILE VICHINGO Vetro lattimo con smalti policromi dalla composizione sconosciuta incamiciato in vetro incolore; manici e appendice sul coperchio in vetro incolore rivestito da smalto marrone, imitante il rame.




GRANDE VASO BLU CON COPERCHIO Vetro blu con festoni in avventurina; corpo arrotondato rastremato alla base, chiuso da coperchio terminante a fiamma.

Dell’esposizione fanno parte anche gli attrezzi fondamentali per la lavorazione del vetro soffiato, recipienti per l'industria farmochimica. Il settore dedicato all'incisione su vetro comprende pregevolissimi pezzi decorati con motivi ornamentali, figure allegoriche, animali, ecc. Vi è infine una sezione contemporanea e artistica che comprende i pezzi delle produzioni più recenti degli artigiani altaresi e quelli creati in collaborazione con affermati artisti.

In esposizione, anche alcuni pezzi provenienti da collezioni private che raramente sono state esposte e mai nel Museo dell'Arte Vetraria Altarese. Tra queste, un'alzata da frutta di dimensioni veramente notevoli.

Sia le sale dell'esposizione, sia Villa Rosa saranno spazi in continuo rinnovamento. La collezione del Museo infatti è ricchissima: si compone di circa 2300 pezzi (del periodo 1750 – 2005) che verranno esposti a rotazione, anche in occasione di mostre a tema ed eventi culturali diversi.

La nuova sede del Museo - Villa Rosa - non poteva essere meglio individuata
. Infatti, si tratta di una grandiosa villa in stile liberty situata in Altare completamente restaurata dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio della Liguria, utilizzando un finanziamento del Ministero per i Beni Culturali di circa 900.000 euro. Un "contenitore" prestigioso, che vale la visita quasi quanto il Museo. Stucchi, decorazioni e vetrate in ogni sala arricchiscono i motivi di interesse per la collezione mussale e ne sono la naturale scenografia . Data la bellezza dell’opera architettonica, poi, l'allestimento del Museo è stato studiato in modo da valorizzare il lavoro di restauro, con le vetrine collocate al centro delle sale. Durante la visita, poi, poltrone e angoli relax offrono ai visitatori momenti preziosi per "respirare" l'arte e la cultura.

Il Museo dell'Arte Vetraria Altarese rimane aperto il sabato con orario 9-12 e 15-18 e la domenica con orario 15-18. In altri orari, anche infrasettimanali, sono disponibili visite per gruppi su prenotazione ai seguenti recapiti: 019.584734 – 346.0819990 – isvav@libero.it. Il biglietto d’ingresso è di € 3,00 INTERO e di € 2,00 RIDOTTO (6-14 anni; over 65 anni). Inoltre, i residenti ad Altare ed i bambini al di sotto dei 6 anni entrano gratuitamente.
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