TRIMESTRALE DI EVENTI, CULTURA, ARTE, MUSICA, PERCORSI D' AUTORE, TURISMO, LAVORO, BENI CULTURALI E MATERIALI, STORIA E TRADIZIONI TRA I MONTI E IL MARE DELLA LIGURIA
|
|
tradizioni liguri SAVONESI E DIALETTO
di roberto bazzano
 Qualche giorno fa, parlando con un amico, riflettevo sulla savonesità e sul dialetto, sull’importanza delle lingue antiche delle regioni d’Italia, sulle loro origini, sulle parole comuni ecc.
Abbiamo discusso, abbiamo parlato e, da buoni liguri, ognuno è rimasto della propria opinione, senza aver trovato un punto d’accordo.
Ricordo Don Silvio Ravera, illustre poeta dialettale savonese, dire ad una classe di ragazzini stupiti: “A Savona, ai primi del novecento, si parlavano ben sei dialetti, o meglio sei varianti del dialetto savonese, che si differenziavano ciascuna per alcune parole diverse, per un accento diverso, per la diversa pronuncia di alcune vocali o dittonghi.”
Si vede bene che in una città che riesce ad avere sei dialetti in soli sei chilometri quadrati, una unità di intenti è quantomeno improbabile…. E per fortuna che all’epoca erano finite le invasioni genovesi (almeno quelle armate!).
A parte gli scherzi, è evidente come il dialetto della zona del porto, parlato a stretto contatto con marinai “foresti” abbia avuto delle inflessioni diverse da quello di Legino, già più vicina a Vado ed alle influenze Spotornesi.
Questo nel 1800, ma oggi che dialetto si parla? Ma soprattutto, si parla ancora il dialetto?
Per me cresciuto al Santuario di Savona, tra i campi e le statue della Madonna di Misericordia, la risposta alla seconda domanda è certamente sì, anzi, parlare dialetto tutto il giorno per me è segno di ferie, dato che sul lavoro può accadere, ma è l’italiano che, giustamente, devo utilizzare per essere capito da tutti.
Che tipo di savonese io stia parlando non lo so di certo, forse qualche esperto come GB Nicolò Besio o Don Ravera potrebbero ricostruire il mio dialetto, imparato nell’infanzia ascoltando la nonna, le sue amiche e i vicini e poi consolidato in dieci anni da “salumiere di paese”.
Ricordo che da bambino invidiavo mio padre che era in grado di parlare sia il savonese sia il dialetto di Pontinvrea ed anche il piemontese di Ceva e Mondovì (molto simili).
Ricordo con quale facilità passasse, lui che aveva fatto solo la quinta elementare, da una lingua all’altra utilizzando diverse costruzioni delle frasi, diverse parole, diversi suoni con una semplicità disarmante.
Anche lui, però, alla mia domanda “quale tipo di savonese parli”? rispose con molta semplicità: “quello che conosco”, senza preoccuparsi troppo di che zona fosse.
Ad oggi si è comunque uniformato e non vi è più differenza tra le zone della città. Questa uniformità non è stata neppure minata dagli accenti portati dai molti immigrati giunti a Savona a cavallo degli anni cinquanta: ormai l’italiano dettava legge e ognuno lo poteva parlare con l’inflessione che voleva, bastava che parlasse italiano.
Forse questo ha contribuito a far sentire gli immigrati un po’ meno emarginati, ma che tristezza vedere perdere la tradizione di una lingua completa, viva, una lingua sulla quale si basavano i commerci, le contrattazioni, si cantava, si faceva poesia, una lingua che aveva la sua grammatica e tutti i verbi coniugati perfettamente, una lingua i cui proverbi irriverenti e a volte intraducibili sanno rendere al meglio il carattere duro e chiuso, ma anche generoso e devoto del savonese.

Disse Edoardo Sanguineti in una intervista al Secolo XIX del 1993 che il dialetto emargina, è regressivo, nostalgico ed anche “leghista”. Non me ne voglia Sanguineti, se a dodici anni di distanza leggo nelle sue parole un pizzico di invidia per chi sa parlare la lingua della terra dove vive, anche se magari non vi è nato. Certo, utilizzare il dialetto per non farsi comprendere è uno dei peggiori usi che si possano fare di una lingua, ma farsi scappare una parola in dialetto durante un colloquio di lavoro e sentirsi rispondere con un sorriso “Belìn” è una cosa che apre il cuore e accomuna persone che non si conoscono, specie se accade in una città come Milano ed il colloquio continua in savoneixe.
Il dialetto è stato la lingua dei nostri emigranti che poco sapevano di italiano e hanno dovuto imparare chi l’inglese, chi lo spagnolo o il francese. Allora il dialetto, magari quello uniformato “ligure” diventava la lingua da parlare in casa o con gli altri emigranti. Ancora oggi molti di coloro che risiedono nei paesi verso cui si è spinta l’emigrazione savonese e ligure in generale, pur se nati in quegli stessi paesi, sanno alcune parole di dialetto …e forse alcune più che in Italiano.
Allora, anche se l’italiano è la nostra lingua ufficiale, parlata ovunque (o quasi…), insegnata più o meno decentemente nelle scuole di ogni livello e grado, anche se è la lingua necessaria per lavorare e capire e farsi capire, così come l’inglese lo è per non essere emarginati all’estero, vi prego, non dimentichiamoci con troppa facilità del nostro dialetto.
Senza imporlo nelle scuole come vorrebbero alcuni, manteniamo viva la nostra lingua priva di zeta.
Parliamolo non appena ci è possibile anche a costo di sbagliare, anche perché sbagliando s’impara e non facciamo sforzare i nostri vecchi ad esprimersi in italiano quando possiamo noi andare loro incontro imparando qualcosa.
La lingua di un popolo è la sua forza, la sua radice e le radici di un popolo sono le fondamenta su cui costruire il futuro.
Ricordiamoci delle nostre radici e, anziché azzerare tutto in nome dell’uniformità, nel nome della conoscenza e della tradizione, insegniamole anche agli altri.
Non dimentichiamoci mai, che con un po’ di fortuna, se Dante fosse stato ligure e altre cose avessero girato diversamente, forse oggi in tutta italia si parlerebbe la lingua savonese….
|
Dal portale

Il contenitore di favole per bambini
filastrocche savonesi inviate da davide
FA' NANÂ
POPPON DE PESSA
Fa' nanâ poppon de pessa
che tò moæ a l'è andæta à messa,
e tò poæ à piggiâ o perdon;
fa' nanâ bello poppon!
FA' LA NANNA
BAMBOLOTTO DI PEZZA
Fà la nanna bambolotto di pezza
che tua mamma è andata a messa
e tuo padre a prendere il perdono
fa' la nanna bel bambolotto
***
La ninna nanna
SAN GAITAN
San Gaitan mandæghe o seunno
che o figgeu o n'ha de beseugno.
San Gaitan o ghe ô mandià
e o figgeu o s'addormià.
SAN GAETANO
San Gaetano, mandagli il sonno
che il bambino ne ha bisogno
San Gaetano glielo manderà
ed il bambino si addormenterà
***
Tenendo il bambino sulle ginocchia e
dondolandolo avanti e indietro, si
gioca in dialetto savonese...
GÒGA, GOGAGNA
Gòga, gogagna,
Martin o l'è anæto 'n Spagna
fasciòu 'nte 'na lasagna,
ligòu 'nte 'n taggiarin...
Mi me mangio questo pansin!
[a sto ponto chì se fa o bollìtigo a-o figgin]
GÒGA, GOGAGNA
goga gogagna
Martino è andato in Spagna
fasciato in una lasagna
legato in un tagliolino
io mi mangio questo pancino!
[a questo punto si fa il solletico al bambino]
***
Una canzone in dialetto savonese...
CAREGHETTA D'ÖO
Careghetta d'öo
ch'a peisa ciù che l'öo,
l'öo e l'argento,
ch'a peisa ciù che o vento.
Vento venton
caccia à l'äia o caregon!
SEGGIOLINA D'ORO
Seggiolina d'oro
che pesa più dell'oro
l'oro e l'argento
che pesa più del vento.
Vento, ventone,
butta all'aria il seggiolone!
|
|
|