TRIMESTRALE DI EVENTI, CULTURA, ARTE, MUSICA, PERCORSI D' AUTORE, TURISMO, LAVORO, BENI CULTURALI E MATERIALI, STORIA E TRADIZIONI TRA I MONTI E IL MARE DELLA LIGURIA

C L O S E

beni culturali e mostre


di bruno cervetto



el panorama del ponente ligure percepibile dall’autostrada
  - in cui prevalgono le serre dei floricoltori, e piccoli antichi abitati
  arroccati in alto – colpisce questo borgo che copre l’intera superficie
  di una montagnola sorgente direttamente sul mare; colpisce ancora
  di più quell’enorme chiesa che lo domina sul lato nord, un po’
  spropositata rispetto al resto dell’edificato.

L’antico borgo fortificato di Porto Maurizio – uno dei due nuclei che compongono la città di Imperia, costituita dal regime fascista unendo amministrativamente Oneglia e, appunto, Porto Maurizio – si impone anche dal lato mare, dove peraltro assume un aspetto più organico e tipico di borgo fortificato, costituito da costruzioni tra di loro fortemente integrate, stratificatesi nei secoli, ma senza deturpanti inserimenti contemporanei.

Non si avverte, al suo interno, il ruolo di “concapitale” della più estrema provincia del ponente ligure: la vita sembra scorrere tranquilla e pigra, e rende più piacevole permanervi e aggirarsi tra le diverse cerchie murarie che via via si sono succedute, tra nobili palazzi cinque e settecenteschi mescolati ad edifici medievali strutturalmente più semplici, tra loggiati da cui si scopre all’improvviso il mare.

Gli elementi di interesse di questo borgo sono notevoli; a cominciare da una “leggenda metropolitana” secondo cui la porta Martina - nel 1627 principale accesso alla città - sarebbe stata smontata e portata via dai genovesi nel 1641, per rimontarla come “porta Pila” all’ingresso di levante della città di Genova. La circostanza – di cui non avevo mai sentito parlare sul versante genovese – mi sembrava abbastanza irrealistica, perché le dimensioni veramente spropositate di questa porta (ancora esistente, anche se rimontata in un sito assolutamente incongruo alle spalle della stazione Brignole) mi sembravano assolutamente fuori scala rispetto all’abitato di Porto Maurizio, ed al sito in cui avrebbe dovuto sorgere in origine. Tra l’altro si dice fosse costruita in pietra di Finale, pietra assolutamente non riscontrabile nella Porta Pila.; inoltre, le analogie compositive con la porta di Santo Stefano – progettata da Giuseppe Maria Olgiati per la cerchia muraria cinquecentesca di Genova, e posta in origine a poche centiaia di metri dalla Porta Pila – facevano comunque pensare che quest’ultima fosse stata progettata e realizzata espressamente per la cerchia muraria seicentesca di Genova, e non reimpiegata da altro sito.

Mi è venuto in aiuto il volume “Le fortificazioni genovesi”, di Leone Carlo Forti, testo fondamentale in materia di fortificazioni: l’Alizeri e il Migone (l’uno nel 1875, l’altro nel 1895, quindi oltre due secoli dopo la sua costruzione, e quindi per “sentito dire”) affermano la provenienza della Porta Pila da Porto Maurizio. Ma nell’Archivio di stato di Genova esiste un esposto ai padri del Comune –datato 1649, cioè due anni dopo l’inaugurazione della Porta Pila – in cui si legge a proposito “…d’una porta in pietra da trasportarsi in Genova da Porto Maurizio…una porta in pietra di Finale che fu fatta in suddetto luogo si facesse portare a Genova…e che detta porta si accomodasse alla porta delle Arbore, cioè alla nuova porta trattandosi di Porta Romana frequentatissima, che non ha quella prospettiva che sarìa conveniente…”

E’ quindi documentato – e coerente con le perplessità sopra esposte - che gli elementi architettonici provenienti dalla Porta Martina siano stati utilizzati per la costruzione della “Porta Romana”, posta all’imbocco dell’attuale via San Vincenzo, verso l’attuale piazza Verdi; porta di cui non esistono foto o rilievi, ma solo un acquarello di Domenico Pasquale Cambiaso ed una sezione del Codeviola, che ce la rappresentano come una costruzione semplice ed elegante, misurata nelle proporzioni, e quindi verosimilmente di possibile provenienza da Porto Maurizio. Purtroppo, a seguito degli stravolgimenti urbanistici tardo ottocenteschi nella zona di Brignole, vennero salvati solo i monumenti considerati più importanti, come le porte Pila e di Santo Stefano, e non quelle considerate minori come la porta Romana, di cui si è persa ogni traccia.



Precisazioni storiche a parte, spero che da queste parti non se l’abbiano a male - soprattutto l’Assessore Raineri che mi ha accompagnato nella visita alla città - se ho loro scippato quella che consideravano un monumento loro, di cui forse era possibile chiedere la restituzione al Comune di Genova. Porto Maurizio è talmente bella che non ha certo bisogno di una porta in più. La bellezza della città va vissuta senza bisogno di una guida che indichi cosa andare a vedere, seguendo in assoluta libertà le linee curve delle strade che ne delimitano i diversi livelli dal basso verso l’alto, e lasciandosi ispirare solo dalla fantasia per decidere dove muoversi.

Cominciando dal Duomo – la costruzione più neoclassicamente “concreta” di tutta la città - ci si può quindi lasciare coinvolgere da case, palazzi, oratori e chiese, percorsi circolari; nonché le viuzze che tagliano ortogonalmente le case costruite sulle mura, percorsi stretti e scoscesi che facilitavano la difesa in caso di attacco militare alla città, non diversamente da quanto abbiamo visto un po’ di tempo fa per Castelvecchio di Rocca Barbena; dove peraltro le abitazioni sono rimaste “congelate” nel rango di abitazioni medievali di un borgo rurale, intatte perché oggetto di abbandono, e quindi di non- trasformazione e di non-riuso; al contrario Porto Maurizio, così come Genova ed i centri che hanno goduto di vitalità economica in tutte le epoche successive al medioevo, è stata oggetto di continui interventi di riuso ( che peraltro, per fortuna, non l’hanno snaturata).



Il Duomo (foto 3) è un edificio straordinario, che dimostra come non sempre “neoclassico” sia sinonimo di freddezza. D’accordo: disegni sono di Gaetano Cantoni, un componente di quella famiglia di architetti ticinesi che, con Simone, ha progettato anche il palazzo Ducale di Genova; i lavori sono stati iniziati nel 1781, quindi non siamo ancora nel neoclassicismo del primo ottocento, ma in quello più ricco, aulico, decorato, articolato, che caratterizzava l’epoca precedente la rivoluzione francese; comunque, l’articolazione spaziale e volumetrica dell’interno dell’edificio – ultimato solo nel 1831 – è più barocca che neoclassica, con una sorta di secondo transetto a metà della navata principale, e con le grandi cappelle circolari (foto 4) che vengono nel loro insieme a comporre delle anomale e movimentate navate laterali; un edificio che esce comunque fuori da ogni schema, e che si caratterizza anche per l’esuberante decorazione plastica delle cupole, delle volte a botte e dei catini absidali.

Subito a destra del Duomo, ci si può inoltrare nel centro storico, che consiglio di percorrere secondo l’ispirazione del momento ( tanto non ci si perde, le sue dimensioni sono contenute); c’è comunque un percorso turistico, ritmato da diciassette pannelli che illustrano i principali monumenti, seguendo le parti superstiti delle due cerchie murarie, quella seicentesca in basso, e quella trecentesca che circonda il “Parasio” in alto. Seguirò per comodità questo percorso.


















Attraverso un largo vicolo circondato da edifici medievali con fregio di archetti (foto 5) si arriva all’archivolto “della Tina” (foto 6 e 7) attraverso il quale si sale verso la cerchia muraria medievale; proseguendo il vicolo si percorrono invece gli spalti della cerchia cinquecentesca fino al bastione “delle Erbe” su cui sorge oggi piazza Raineri.





































Girando a sinistra si arriva all’oratorio di san Pietro, che sovrasta il percorso sulle mura col suo loggiato a tre arcate sostenute da colonne binate; attraverso il vicolo posto a destra dell’edificio si risale verso la via San Leonardo, detta anticamente “carruggio dei soldi”, perché vi si affacciano numerosi palazzi monumentali, costruiti tra sei e settecento da facoltosi abitanti del luogo (palazzi Marini, Acquarone, Gastaldi-Lavagna, Littardi e Bensa); sono tutti allineati sul lato a valle della strada, quasi a costituire una specie di “strada Nuova” della città, dominata sul lato monte dalle mura medievali e dalla sovrastante palizzata semi-ellittica. Curioso, in questo gruppo di palazzi, una serie di persiane – penso settecentesche - di un genere che non ho mai visto prima, o altrove (foto 8): le assicelle oblique che le compongono hanno un piacevole andamento “ad onda”, che probabilmente facilita anche la sgocciolatura dell’acqua piovana che le colpisce. In fondo alla strada, dopo l’archivolto della Tina, i palazzi Gandolfo e “del Capitano”, mentre su una piazzetta a quota superiore si trova il palazzo Lercari-Pagliari (foto 9) caratterizzato da una loggia medievale ad archi acuti, e il palazzo Guarnieri, che da qui ha solo l’accesso, mentre si affaccia sulla strada sottostante con una splendida loggia affrescata (foto 10).





















Il percorso segnato porta poi sul lato mare della città, dove si può ammirare l’oratorio di San Leonardo, con un ricco interno, e il loggiato del convento di Santa Chiara (foto 11) , attraverso il quale ci si affaccia sul mare. Prima di inoltrarsi in questo percorso è consigliabile però dare una lunga occhiata alla piazza centrale del Parasio: non è segnalata, ma è una delle parti più belle, con alcune interessanti facciate (foto 12) e la palazzata che la delimita a valle: è solcata da numerose fenditure, vicoli di accesso stretti e scoscesi, che assieme ad altri percorsi analoghi sparsi in mezzo a tutto il tessuto abitato, lo caratterizzano fortemente; sonnacchioso come tutto il borgo, sua maestà il gatto guarda - attraverso la sua finestra – i visitatori che si aggirano tra di essi.







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Il Duomo (Foto 3)



Il Duomo (Foto 4)


Foto 5, 6, 7






Foto 8, 9 , 10







Foto 11, 12






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