L’APPARTAMENTO DEI PRINCIPI NEL PALAZZO REALE DI GENOVA beni culturali e mostre di bruno cervetto
 foto 36Quando ho iniziato a parlare di “case museo in Liguria”, ho notato che in fondo anche il Palazzo Reale di Genova poteva considerarsi tale. Infatti - nonostante le dimensioni assolutamente fuori dal normale per un’abitazione, e nonostante le valenze artistiche e storiche dei suoi ambienti e delle opere d’arte che vi sono ospitate – ha tutte le caratteristiche di una casa museo: essere stata in passato abitazione, e conservare le caratteristiche fondamentali di tale utilizzo nella disposizione degli arredi, divenendo testimonianza del gusto o delle necessità abitative di una o più epoche, o di una o più persone.
Certamente avevo dei dubbi sull’opportunità di parlare, in questa rubrica, anche di una dimora così famosa come il Palazzo Reale di Genova, ben noto a tutti e già illustrato da numerose guide, almeno per quanto riguarda il secondo piano nobile, trasformato in residenza reale da Carlo Alberto dopo il 1824.
L’occasione per parlarne viene ora in seguito al restauro di alcuni vani di uno degli altri appartamenti che compongono il palazzo, e di cui è prossima l’apertura al pubblico: l’appartamento allestito nel 1842 in occasione del matrimonio del principe Vittorio Emanuele di Savoia-Carignano – che sarebbe divenuto re di Sardegna col nome di Vittorio Emanuele II nel 1849, a seguito dell’abdicazione del padre Carlo Alberto – con Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena.
E’ normale che i palazzi reali siano composti di differenti appartamenti, oltre a quello già destinato a residenza e rappresentanza dei sovrani; nei palazzi reali trasformati in museo normalmente si visita quest’ultimo, che comprende le principali parti monumentali del palazzo, mentre gli appartamenti minori possono essere talvolta visitati con biglietto a parte.
Questo non avviene finora nel Palazzo Reale di Genova, dove la visita è limitata al secondo piano nobile; anche perché i numerosi appartamenti che lo compongono sono ormai trasformati in uffici delle varie Soprintendenze statali.
L’appartamento “dei Principi” - più conosciuto col nome di “appartamento del Duca degli Abruzzi”, in quanto aveva ospitato per breve tempo Luigi Amedeo di Savoia-Aosta – era invece conservato come appartamento a disposizione dei Re d’Italia in visita a Genova, e successivamente del Presidente della Repubblica Italiana.
La successiva destinazione a questa funzione della foresteria della Prefettura, nel palazzo Doria Spinola di largo Lanfranco, aveva comportato il trasferimento in questa nuova sede di parte degli arredi, e parte dell’alloggio era stato assegnato alla Soprintendenza bibliografica per la Liguria; con un successivo lungo contenzioso tra lo Stato italiano e questa Regione che - a seguito del trasferimento alle regioni della competenza in materia di biblioteche – rivendicava anche la proprietà dei locali del palazzo dove avevano sede gli uffici della Soprintendenza bibliografica.
Il palazzo che oggi chiamiamo “reale” venne costruito nei primi anni del 17° secolo dai Balbi, e successivamente trasferito ai Durazzo, che lo fecero ampliare dall’architetto Fontana nel secolo successivo, inglobandovi anche precedenti costruzioni.
Il risultato di tale ampliamento fu un palazzo con una facciata di dimensioni assolutamente insolite per la città, con ben 27 assi di finestre, ma soprattutto un palazzo “rovesciato”: il vero elemento che connota lo spazio urbano non è infatti la facciata principale, ma quella che affaccia sul giardino e sul mare, animata da corpi aggettanti , da terrazze, e da una triplice arcata (foto 1 in fondo pagina).
Fu sempre suddiviso in diversi appartamenti, normalmente dati in affitto dai proprietari Durazzo.
Nel 1824 Carlo Alberto, divenuto sovrano anche di Genova a seguito dell’annessione del genovesato al Regno di Sardegna, acquistò il palazzo: presumibilmente più per rimarcare il dominio dei Savoia sulla città, che per darle lustro conservandovi una residenza reale, che potesse ricordare ai genovesi i fasti del periodo della Repubblica e dei Dogi.
Numerosi furono i progetti di adeguamento funzionale del palazzo alle nuove esigenze, affidati a Domenico Tagliafichi e rimasti inattuati fino al 1842, quando si pose mano appunto al riallestimento dell’appartamento dei principi, e di alcuni vani del soprastante appartamento reale: in quest’ultimo venne creato l’attuale Salone da ballo e la sala delle udienze, distruggendo preesistenti salotti, mentre la Sala del trono venne realizzata riarredando una esistente sala, dallo splendido soffitto rococò.
Gli stessi artisti impegnati in questo cantiere ( Michele Canzio, Santo Varni, Giuseppe Fraschieri, Michele Danielli, Giuseppe Isola, e l’ebanista Enrico Peters) vennero utilizzati per il ben più pesante riallestimento dell’appartamento dei Principi, che comportò la totale distruzione delle precedenti decorazioni di molte delle sale che lo costituiscono.
 foto 2
L’appartamento “dei Principi” occupa tutta la parte di levante del primo piano nobile del palazzo: si compone di cinque saloni disposti a cannocchiale, con ingresso dal ballatoio rialzato che affaccia sull’atrio del palazzo (foto 2); le finestre di queste sale affacciano tutte su via Balbi, rendendo oggi l’appartamento pressochè invivibile a causa del traffico e dell’inquinamento che ne consegue. Certamente diversa era la situazione nel 1842, quando si andava in carrozza, e il massimo di inquinamento era quello acustico, dovuto alle ruote di legno e ferro che sobbalzavano sul sottostante selciato; ad ogni buon conto le due camere da letto dell’appartamento affacciavano su un cortile interno e su vico Sant’Antonio, garantendo una maggiore quiete ai suoi occupanti.
L’arredamento dell’appartamento costituisce un insieme unitario e fastoso di arredamento ottocentesco, che guarda agli stili del passato come fonte di ispirazione, soprattutto al rococò e all’impero. Tutto il mobilio – esclusi alcuni mobili Luigi XVI nello studio e in una camera da letto – è stato infatti appositamente realizzato per questi vani; con una misura tutta “genovese” perché non vi sono eccessi decorativi, ma certamente guardando ai mobili delle epoche passate, che caratterizzavano i saloni del secondo piano nobile. Anche i sontuosi lampassi e damaschi che rivestono mobili e pareti si rifanno ai secoli precedenti, con i loro colori accesi e le grandi decorazioni a fiori e foglie.
Questo mentre (e già da un pezzo) nelle regge europee si arredavano anche gli ambienti di rappresentanza secondo un gusto più intimo e “borghese”: mobili più piccoli e domestici, tappezzerie dai colori chiari e dal disegno minuto, tendaggi privi di addobbi, che lasciavano filtrare tutta la luce possibile. Tant’è, il gusto di Vittorio Emanuele era certamente conservatore – come dimostrerà nel riallestimento del Quirinale, parecchi anni più tardi – ma anche quello degli artisti genovesi impegnati nel cantiere non doveva essere da meno: una perla, a questo proposito, sono le mantovane dei tendaggi (foto 3,4,5,6,7), che con i loro sontuosi orpelli costituiscono senza dubbio uno degli elementi caratterizzanti dell’appartamento.
La visita guidata inizia dall’anticamera (foto 8), uno degli ambienti che hanno subito minori modifiche rispetto all’originaria consistenza rococò: conserva infatti leggiadri stucchi settecenteschi sul soffitto e sulle pareti, attualmente dipinti con colori chiari; è arredata da due consolles neoclassiche bianche e oro con specchiera, belle poltrone Carlo X (foto 9) e da tre sovrapporta monocromi neoclassici.
Nella sala è provvisoriamente collocata una vetrina contenente gli “argenti della Provincia di Genova”, che sono destinati ad essere esposti in un’altra sala di recente realizzazione. Si tratta degli argenti utilizzati dai Savoia a Palazzo Reale, e qui ritornati in comodato dalla Provincia; dopo un percorso che li vide acquistati da questo Ente nel 1878 per destinarli alle esigenze del Prefetto; cessato tale uso restarono al lungo in una cassaforte, per uscirne nel 1993 quando - dopo un lavoro di classificazione da parte di Farida Simonetti - vennero esposti prima nella Galleria Nazionale di Palazzo Spinola, per poi ritornare nel loro più naturale ed originario contesto di Palazzo Reale.
Sono costituiti da 908 pezzi di notevole qualità, come d’altronde conveniva ad una mensa reale: pezzi della manifattura Cristofle di Parigi si mescolano a pezzi di grandi argentieri genovesi e torinesi della prima metà del 19° secolo.
Il successivo salone (foto 9) è caratterizzato da paramenti murari di un intenso colore azzurro, su cui spiccano consolles e divani laccati in bianco e dorati (foto 10 e 11) che riprendono i colori del bel soffitto settecentesco (foto 12), per fortuna conservato come quello della sala precedente.
Al centro della sala è collocata una bella fontana in marmi policromi (foto 13) dovuta allo scalpello di Santo Varni.
La rigorosa sontuosità della sala è accentuata dalle semplici e altissime specchiere centinate, e da un bel ritratto di Carlo Alberto in abiti regali.
Segue la sala “impero” (foto 14) rivestita con un rosso lampasso a motivi vegetali chiari, e dal mobilio dorato in stile impero: consolles e panche addossate alle pareti, con belle spalliere (foto 15) caratterizzate dal motivo della ruota circondata da palmette e volute.
Da questa sala si accede a due vani che invece affacciano su di un cortile interno del palazzo: uno studio (foto 16) ed una camera da letto (foto 17).
 foto 18
Il primo è reso sontuosissimo dal ricco lampasso rosso a motivi di candelabre vegetali, alternate con il motivo ”dell’ananas”, tipico dei tessuti genovesi ma qui particolarmente ricco: è composto da ghirlande contenenti una specie di giglio di Francia, sovrastate da un ricco ciuffo di palmette.
Particolarmente ricco il soffitto neoclassico bianco e oro, costituito da un fregio di putti e volute, sovrastato da lacunari (foto 18).
Tra i mobili da segnalare il cassettone e la scrivania Luigi XVI, ed i quadri con rappresentazioni allegoriche di M.C. Danielli (foto 19).
La contigua camera da letto ha caratteristiche di maggiore intimità, dovute alla chiara tappezzeria, ed ai bei mobili originali Luigi XVI (foto 20, 21, 22).
Ritornando indietro attraverso la “sala impero”, si accede alla sala da pranzo, o “sala dell’Iliade” (foto 23) , caratterizzata da un bel soffitto di Michele Canzio (foto 24) con scene di Giuseppe Fraschieri che rappresentano appunto episodi dell’Iliade.
Bello il rosso lampasso a fiorami che riveste le pareti; splendido il pavimento (foto 25) a tenui colori e repertorio decorativo tardo-neoclassico, come gli altri dell’appartamento.
Rilevante, almeno storicamente, il dipinto (foto 26) raffigurante “omaggio alla liberalità di Carlo Alberto”, donato al sovrano dal R. Istituto dei sordomuti nel 1834.
 foto 27
L’ultima sala di rappresentanza è la “sala della cappella” (foto 27), così detta per il pregadio (foto 28) nascosto da due ante.
Il lampasso che riveste la sala è lo stesso, con gli “ananas”, che abbiamo già visto nello studio, che fa da sfondo al sontuoso mobilio dorato.
Degno di nota il busto e la foto del principe Oddone di Savoia, duca del Monferrato (foto 29): sfortunato figlio di Vittorio Emanuele, nato storpio nel 1846. Relegato nel palazzo reale di Genova – dove peraltro gli erano preclusi gli appartamenti di rappresentanza – visse fino al 1866, circondato da una piccola corte di artisti; la sua collezione d’arte, donata dopo la sua morte al Comune di Genova dal padre, costituì il nucleo iniziale della Galleria d’arte Moderna di Nervi.
Seguono tre deliziosi ambienti, affacciati su Vico Sant’Antonio, recentemente ricomposti con il mobilio originale e copia degli originali paramenti murari, per merito della caparbia voglia di fare del Direttore della galleria, Luca Leoncini.
La “nemesi” di Palazzo Reale – fino a quindici anni orsono galleria polverosa e poco visitata – è in realtà tutta opera sua, e la città non può che essergliene grata: l’appartamento reale ha ritrovato gli arredi che erano stati tolti e accatastati nei magazzini, dando un nuovo senso ai nomi delle sale ( prima, ad esempio, nella “camera del re” e in quella “della regina” non vi era alcun letto) ; quella che era divenuta una “galleria” di quadri è oggi “museo” di tutte le ricche collezioni che contiene; gli ambienti sono stati arricchiti con tutte le testimonianze della vita di chi vi ha abitato, che è stato possibile reperire nei depositi; anche dal punto di vista delle iniziative culturali, il museo è diventato un centro importante non solo per la città di Genova.
Una delle ultime fatiche è stata quella di ottenere la disponibilità dalla Prefettura del mobilio che era stato asportato dall’appartamento dei Principi per arredare la foresteria della Prefettura; far ricostruire da Rubelli i damaschi che rivestivano le pareti delle sale; ricostruire i particolari di questi tre vani, dove anche le porte (foto 30) assieme al mobilio, sono dovute all’ebanista Enrico Peters.
 foto 33
Il primo ambiente è la camera da letto (foto 31, 32, 33, 34) caratterizzata da due letti a baldacchino che – nonostante siano di dimensioni abbastanza contenute –appaiono enormi nel vano in fondo piccolo, col soffitto molto più basso degli ambienti che lo precedono.
La struttura e il repertorio decorativo del mobilio è quello tipico del grande ebanista inglese Enrico Peters, che ha lasciato a Genova tante e grandi testimonianze della sua arte: determinato da una personale fusione della sua matrice inglese con gli stili impero e Carlo X° francesi, e con le nuove tendenze Biedermeier che si facevano strada nella mitteleuropea; il tutto eseguito lavorando con tecniche impeccabili legni di grande qualità.
Ne deriva uno “stile Peters” che rende i suoi mobili assolutamente identificabili, sia nel caso che siano realizzati per vani di rappresentanza come la Sala delle udienze del sovrastante appartamento reale, sia in questo caso, dove l’ufficialità lascia spazio ad una maggiore intimità.
Questi mobili si trovavano fino a poco tempo fa nella foresteria della Prefettura genovese, dove servivano da letto per gli illustri ospiti di Stato, ma dove avevano subito anche mutilazioni – come il taglio delle colonne dei baldacchini – che hanno obbligato i restauratori ad un paziente lavoro di ricomposizione (per fortuna, le colonne tagliate erano state conservate nei magazzini).
Il carattere “domestico” della stanza è accentuato dalla tappezzeria in seta, di cui è stata trovata traccia in loco, e che è stata ricostruita nei laboratori Rubelli di Venezia: una tappezzeria quasi “sbarazzina”, che sovrappone grosse righe rosse e azzurre ad un fondo chiaro, animato da fiorami.
Anche i due vani che seguono – il salotto azzurro e la sala da toeletta - hanno la stessa altezza ridotta della camera da letto.
Nel primo (foto 35 e 36) i bei mobili di Peters (secrètaire, libreria, divano e “fauteuils”) spiccano sul damasco azzurro sempre ricostruito da Rubelli; da notare anche il soffitto (foto 37) e il bel fregio, dai delicati colori, che decora il pavimento (foto 38).
Nel secondo (foto 39) i mobili in scuro mogano spiccano invece sul damasco di colore chiarissimo.
Qualcosa da dire anche sui quadri dell’appartamento, certamente di qualità non alta: alcuni dei dipinti che vi si trovavano sono stati infatti trasportati nel sovrastante appartamento reale – come la “Santa Teresa saettata dall’angelo” di Bernardo Strozzi – mentre altri risultano dispersi.
Quando andrete a visitare l’appartamento – l’appuntamento è verso il prossimo mese di ottobre – notate invece il gusto dei particolari con cui Luca Leoncini ha cercato di ricostruire lo spirito dell’originaria abitazione: come i mazzi di fiori, e le foto “di famiglia”, che arredano consolles e tavolini, o le brocche sulla toilette: l’aria fredda del solito museo è ben lontana, ci si aspetta quasi che appaia il maggiordomo a chiedere “il signore desidera?”.
 foto 39
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