TRIMESTRALE DI EVENTI, CULTURA, ARTE, MUSICA, PERCORSI D' AUTORE, TURISMO, LAVORO, BENI CULTURALI E MATERIALI, STORIA E TRADIZIONI TRA I MONTI E IL MARE DELLA LIGURIA
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beni culturali e mostre CASE- MUSEO IN LIGURIA: “LA MARRANA”: “parco-museo” di villa Bolongaro. Montemarcello
di bruno cervetto
 (foto 1) Kengiro Azuma “il sogno”. Muro di ferro arrugginito, che ripete il profilo delle Apuane
Questa volta andiamo all’aria aperta: la “casa” c’è, ma ciò che conta è il suo contorno paesistico, dove due collezionisti milanesi – Grazia e Gianni Bolongaro – hanno fatto realizzare da diversi artisti opere di “arte ambientale”.
A ben vedere non c’è neanche il “museo”, perlomeno inteso come luogo aperto al pubblico, più o meno pagante, in cui si entra esercitando una sorta di diritto potestativo; questo resta uno spazio privato, in cui si può entrare in estate per alcune settimane, con (per) la curiosità che è sempre connessa all’entrare in uno spazio privato.
In questo caso, con la possibilità di entrare in contatto con diverse e qualificate espressioni di arte contemporanea, e di capirne almeno qualcosa.
Chi scrive è il primo a dover tentare di capire qualcosa in materia, condizione essenziale per poter tentare di comunicare qualcosa ai lettori.
Personalmente, ho sempre inteso l’opera d’arte come un “oggetto”, da vedere o da possedere; un oggetto che piace o non piace in base ai suoi contenuti formali intrinseci.
In generale - in un’opera antica come può essere un quadro del 1600 – ciò che si vede è sufficiente per consentirne la comprensione e per poterne effettuare la valutazione: l’opera infatti contiene già una grande quantità di informazioni su sé stessa: soggetto, qualità della composizione, qualità della pennellata, colori usati, ecc. sono in grado di fornire notizie su epoca, autore, valore.
Certamente, un valore aggiunto per una maggiore e più compiuta comprensione dell’opera può essere la conoscenza della vita e della formazione dell’artista, che ci può spiegare perché in quel periodo dipingeva a quel modo; la conoscenza dei suoi rapporti col committente, che ci può spiegare perché ha scelto quel soggetto, o perché ha utilizzato una maggiore o minore quantità di colore prezioso; la conoscenza dell’originaria collocazione dell’opera, che ci può dare notizie su punti di vista, punti di fuga, scorciature della composizione, e così via.
Comunque, una persona con una certa preparazione è “sufficientemente” in grado di comprendere e valutare l’opera, e di entrare in sintonia con essa, anche se non ha a disposizione il manuale che spieghi tutte queste cose, ma sulla base dei soli valori formali intrinseci all’opera.
Via via che ci si avvicina ai giorni nostri, per capire “sufficientemente” un oggetto che si ponga come opera d’arte, è invece sempre più necessario essere in possesso di dati che definirei “meta-formali”: così, al semi-profano, per capire i divisionisti o Picasso è necessario conoscere almeno le motivazioni che hanno portato gli artisti a fare certe scelte sulla scomposizione dell’oggetto o della figura umana; così ancora, per capire Rotko è necessario conoscere le motivazioni che hanno portato l’artista ad annullare il segno grafico in incerte bande di colore; e così via.
In tutti questi casi l’opera d’arte continua comunque ad essere un “oggetto”, e quindi - perlomeno - qualcosa con cui si può decorare o riempire uno spazio.
Attualmente, le forme espressive – compresa l’arte ambientale – contemplano sempre meno la realizzazione di un oggetto, comunque valutabile in quanto tale, e divengono talvolta semplici “situazioni”, che è impossibile valutare solo dal punto di vista dei contenuti formali; quand’anche l’oggetto esista, può essere di una semplicità (o banalità) tale da richiedere tutta una serie di conoscenze (direi un vero e proprio manuale d’uso) per la sua comprensione come opera d’arte.
E’ per questo motivo, immagino, che anche chi – come il sottoscritto – ha una certa abitudine a vivere in mezzo a quelle che tradizionalmente vengono definite opere d’arte ed a valutarle, si trova spaesato di fronte ad opere dell’arte contemporanea; anche quando si sostanziano in “oggetti”, perché la “capacità comunicativa” dell’oggetto in sé stesso non è neanche lontanamente sufficiente a comprendere la “volontà comunicativa” del suo autore.
Questi ragionamenti – che potranno far sorridere gli esperti, ma è lo stesso - per cercare di chiarire, in primis a me stesso, le ragioni dello scollamento che indubbiamente esiste tra artisti e fruitori dell’opera d’arte contemporanea.
Devo anche dire che entrare – in veste di giornalista curioso, ma profano della materia – in casa Bolongaro mi ha aiutato a capire almeno qualcosa, perlomeno con riferimento a singole opere ( più difficile ovviamente capire l’arte contemporanea in senso generale, perché servirebbe ben altra serie di campioni da esaminare, e di letture da fare).
 “Tribunale” di Renzo Mangili, otto sedie inquisitorie e antistante panca per l’imputato (foto 2)
La Marrana
“La Marrana, arteambientale” è la targa che si trova prima dell’abitato di Montemarcello, salendo da Bocca di Magra; poco prima di un allestimento di “non-arte ambientale”, costituito da una piazzola piena di contenitori della “rumenta”; si percorre uno sterrato di qualche centinaio di metri, che curiosamente si chiama “via la Marana”, con una sola erre; in fondo il cancello della villa, aperta al pubblico durante alcune settimane di luglio e agosto, quando qui convengono artisti per mostre temporanee, o nuovi allestimenti permanenti di arte ambientale: non semplici opere collocate all’aperto, ma opere realizzate per quel sito, a seguito delle suggestioni che il sito stesso ha generato nell’artista, che qui trascorre anche un periodo di soggiorno per entrare in sintonia col luogo.
Anche con la possibilità che tale sintonia non vi sia, e che l’artista rinunci a creare come è avvenuto a Jannis Kounellis, artista che lavora sull’energia: in un primo tempo ha considerato il luogo troppo ordinato per sentirsi ispirato, mentre successivamente è stato colpito da un bosco prima coperto di rovi e in corso di pulitura, in cui l’energia della natura era manifestata dalle presenza di alberi piegati o inclinati, in un luogo che poi si è scoperto ricco di magnetismo certo e misurabile (potenza estrema dell’artista di entrare in sintonia con una forza che solo lui era in grado di percepire).
 Ettore Spalletti “Fonte nel giardino di Grazia e Gianni” (foto 5)
L’avventura di collezionisti e mecenati dei coniugi Bolongaro è iniziata nel 1995, dapprima aprendo parte dell’abitazione con mostre di Mattioli e Melotti, e poi decidendo che l’arte ambientale era la più adatta a quel luogo aperto verso la parte terminale della Magra e le Apuane, inserito nel parco regionale di Montemarcello; in quel luogo è vietato tutto o quasi, ma l’importanza assunta dalla Marrana è stata tale da giustificare un’apposita norma, inserita nella legge regionale istitutiva del parco, che ammette opere d’arte all’aperto purchè appoggiate, e non fissate, al terreno; e purchè temporanee.
Quest’avventura comporta un profondo rapporto con gli artisti che pensano l’opera d’arte e la creano; simile a quello dei mecenati di una volta, che ospitavano l’artista, lo seguivano nel suo percorso creativo, fatto anche di manualità e di artigianalità; rapporto che oggi si è perso, nella generalità dei casi, perché gli artisti creano nel loro atèlier, dove l’opera d’arte si va semplicemente a comprare, ed è buona per qualsiasi muro o spazio.
Anche a villa Bolongaro, come una volta, l’opera d’arte viene creata sul posto, magari con tonnellate di ferro o di bronzo, e questo implica un lungo percorso di condivisione tra artisti e committenti.
Ma il rapporto continua anche successivamente - in ipotesi diventando permanente - perché lo spazio esterno ha una dinamicità evolutiva che richiede continui interventi di manutenzione, pena la perdita dell’opera in mezzo alla natura che avanza, o almeno dei suoi rapporti spaziali col contesto per cui è stata creata.
 (foto 8) “Passione divina”, Philip Rantzer
Le opere
La mia visita guidata al “museo”, accompagnata dal padrone di casa, si svolge su terreni che sono frutto di successive addizioni alla proprietà originaria, per consentire lo sviluppo di questa anomala collezione di opere d’arte. Alle successive addizioni corrispondono differenti manti vegetativi: si va dal prato di clinale, attorno alla casa, all’orto, all’uliveto, al bosco di pini.
Nelle immediate vicinanze dell’abitazione, al limite di un curatissimo prato in leggera pendenza verso il fondovalle ed incorniciato da alberi, è collocata l’opera di Kengiro Azuma “il sogno” (foto 1). E’ forse l’opera più bella, poetica e facilmente condivisibile dell’intera collezione: un piccolo muro di ferro arrugginito, che ripete il profilo delle Apuane sullo sfondo del paesaggio, chiude lo sguardo sul fondovalle dove più marcati sono i segni dell’antropizzazione, e consente invece la vista dei borghi storici sulle prime pendici delle Apuane. Una sorta di siepe de “L’infinito” leopardiano, che limitando la “visione consente il sogno dell’infinito, quello che è al di là è il tutto, l’invisibile è l’approdo più alto del visibile” (R. Bossaglia).
Sul lato sinistro dello stesso prato, che ha invece come sfondo la sovrastante pendice di Montemarcello, “Tribunale” di Renzo Mangili, con le sue otto sedie inquisitorie e l’antistante panca per l’imputato (foto 2), viene anche a costituire un’ironica ringhiera (foto 3) sul sottostante cortile.
Sul lato destro del prato, un vero “ortus conclusus”, interamente circondato da muri di pietra e siepi, racchiude “…Plink!”, di Mario Airò (foto 4): un tavolo col piano di cristallo, segnato da onde circolari generate da una penna gettata nel suo centro, ingloba la sedia dello scrittore: una metafora del ruolo dell’intellettuale, legato alla sua stessa funzione, che genera onde positive su ciò che lo circonda ma anche su sé stesso.
Un poco più in basso, dove il prato comincia a cedere alla macchia e al bosco di pini, un’opera di Ettore Spalletti, “Fonte nel giardino di Grazia e Gianni” (foto 5 e 6): un rarefatto cono bianco racchiude l’acqua entro una parete di azzurro intenso, creando un rapporto quasi metafisico colla natura circostante.
Ci si inoltra a questo punto nel bosco, dove un “villaggio rumeno” (foto 7) di Philip Rantzer racchiude, in cinque capanne, altrettante opere di questo artista che lavora sulla memoria. Qui l’arte ambientale (villaggio) cede in realtà il passo alle opere ( sculture più sonoro) che sono contenute nelle capanne: nella foto 8 “Passione divina”, dove l’amore fisico dirompente - suggerito da un vecchio divano e da una seggiola sfondati - si placa poi elevandosi verso rarefatti e poetici cerchi un po’ “alla Melotti”;
Nella foto 9 “Cara Bene”: in un buco a terra un orsacchiotto leggermente animato, simbolo del bebè che è appena uscito dalla placenta in un luogo non protetto, mentre la voce della moglie dell’artista legge una lettera.
In “Stella Maris (ocean genetically modified)” di vedovamazzei (foto 10) troviamo una collinetta che racchiude un metro cubo di oceano Pacifico: qui l’immediata comprensibilità del significato cede notevolmente, e mi devo affidare alle parole di Giacinto Di Pietrantonio: “…metafora reale di una singola cellula staminale oceanica dentro la terra per creare uno strano innesto”.
 “Stella Maris (ocean genetically modified)” di vedovamazzei (foto 10)
La comprensibilità cede ulteriormente davanti a “Located World” di Joseph Kosuth (foto 11), artista “concettuale” che incide su alcune pietre del percorso in lastroni di pietra grezza i nomi di alcune città del mondo, mentre “La Marrana” è eletta ad ideale centro del mondo. Anche qui mi devo affidare al “manuale” che il sito internet della Marrana (www.lamarrana.it) mette puntualmente a disposizione; questa volta con le parole di Andrea Bellini: “se ogni luogo può essere legittimamente eletto a centro, non esistono più centri…..il centro del mondo è un concetto del passato e pericoloso…”
Un analogo concetto di “ombelico” del mondo si ritrova nell’opera senza titolo di Jannis Kounellis di cui parlavo all’inizio (foto 12): scavata in un luogo dove la natura appare fortemente tormentata, è costituita da una serie di anelli prefabbricati di cemento, cinti alla sommità da un anello di ferro, che contengono 23 grandi campane senza batacchio – allusione alla difficoltà di dialogo delle popolazioni – disposte a spirale.
Nelle vicinanze, ma rivolta verso un paesaggio meno tormentato (foto 13) l’opera più immateriale, ma certamente la più evocativa di tutta la collezione. “155 avanti Cristo” di vedovamazzei: ci si siede su una panchina di legno, e immediatamente partono i suoni di una ipotetica battaglia tra Romani ed Apuani; rulli di tamburi, nitriti e scalpitii di cavalli, urla, suoni d’armi, costituiscono non un racconto, ma una suggestione per vivere la morte di coloro che hanno combattuto questa ipotetica battaglia, e magari giacciono sepolti sotto il manto vegetativo che i nostri occhi vedono.
Se si resta assorti, si viene fortemente colpiti da questa inusuale forma di comunicazione artistica, e ci si immedesima con essa.
“Io vorrei veramente che alle mie colonne spuntassero le corna e diventassero alberi…”: sono parole di Luigi Mainolfi, di cui alla Marrana possiamo vedere due opere, la “casa dei rovi” (foto 14) e la “torre dai capelli al vento” (foto 15); sono fuse col verde, si scoprono poco a poco: una ricostruzione ideale di un rustico parzialmente crollato ed invaso dai rovi, l’altra posta in primo piano sullo sfondo ad un percorso di alberi inclinati, imponente come la navata di una chiesa gotica.
Termino questo percorso con l’opera a mio avviso più criptica e “difficile”, dovuta ad uno degli artisti più conosciuti anche dai non specialisti, Jean Fabre, che è anche autore teatrale, coreografo, scenografo, editore.
“Il rifugio (la tomba del computer sconosciuto)” (foto 16) è costituito da cento croci con nomi di insetti, illuminato da sette lumi a petrolio, e contenute dentro una capanna in pietra: in questo caso il “manuale” puntualmente pubblicato sul sito sopra citato, ed un volumetto di cui mi ha fatto omaggio il Sig. Bolongaro, non mi hanno chiarito le idee sul significato dell’opera, anzi me le hanno vieppiù confuse.
Certamente è un mio limite, e il lettore meno ottuso di me potrà trovare direttamente sul sito tutti i chiarimenti che io non sono stato in grado di fornire.
Il futuro
Il futuro della collezione, che vorrebbe ampliarsi ancora, è pesantemente condizionato dalla impossibilità di acquisire nuovi terreni circostanti la villa, che i proprietari non vogliono vendere.
I coniugi Bolongaro stanno pertanto pensando di rifinalizzare la propria attività: oltre al mantenimento dell’esistente, hanno trovato nel “nuovo situazionismo” le possibilità di un futuro da mecenati. Si tratta di un movimento che mira a coinvolgere l’artista e l’architetto nella progettazione di un edificio o di uno spazio, affinché l’opera d’arte abbia un significato in relazione all’architettura. L’idea è quella di istituire un premio di arte contemporanea da realizzare in spazi pubblici: artisti di qualità e noti saranno chiamati a progettare opere d’arte che abbiano attinenza col progetto di opere pubbliche. Questo richiederà il coinvolgimento di pubbliche amministrazioni, che siano sensibili alla finalità di tenere sotto controllo la qualità dell’arte negli spazi pubblici, allo scopo di spingere le persone a riflettere, nelle piazze come già avviene in mezzo alle opere d’arte del giardino di Villa Bolongaro.
Già la città di Roma ha definito “strategica” questa integrazione tra artista ed architetto nella progettazione e realizzazione di opere pubbliche; chissà che anche la Liguria – sempre buona ultima nel dimostrare sensibilità e interesse nei confronti di tendenze artistiche emergenti – non riesca questa volta a sfruttare l’occasione?
"Senza titolo, La Marrana" di Jannis Kounellis. (foto 12) 
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