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Qualcuno li ha definiti “gli unici spazi metafisici all’interno del porto di Genova”. Il porto, per sua natura, ha poco o nulla di metafisico: banchine, gru, containers, camion e treni che vanno, non appartenevano certo al repertorio degli artisti che si definivano metafisici. Ma in mezzo a trafficate aree industriali, tra depositi di ferrivecchi che impropriamente con esse convivono, esistono ora spazi che per la loro astratta politezza formale sembrano totalmente estranei a tutto quanto li circonda: tutta la rocca che circonda la Lanterna è stata oggi restituita alla città di Genova completamente restaurata grazie ad un intervento di restauro, attuato dalla Provincia di Genova in occasione del 2004, che vede la città Capitale Europea della Cultura; nell’area è stato anche aperto un nuovo museo, ubicato nelle fortificazioni sabaude ai piedi del Faro, che con i più moderni sistemi informatici “racconta” la città ai suoi visitatori.
Facendo un passo indietro, la Lanterna era stata marginalizzata dal contesto urbano in diverse fasi, man mano che l’evoluzione tecnologica aveva consentito alla viabilità di accesso a Genova da ponente di affrancarsi dal percorso storico che circondava il promontorio di Capodifaro, ed entrava in città attraverso la porta posta proprio ai piedi della Lanterna; la marginalizzazione del Faro avvenne anche visivamente a partire dagli anni venti del novecento, in attuazione del “piano Albertazzi”: il promontorio venne completamente sbancato in diverse fasi, corrispondenti al fabbisogno di materiale lapideo per realizzare i diversi interventi di interramento del mare per la costruzione di banchine e calate del porto prima, e dell’aeroporto poi.
La conseguenza fu che fino al 1996 la Lanterna appariva come un patetico relitto in mezzo alle banchine portuali, inaccessibile a tutti coloro che non fossero il guardiano del faro – dipendente della Marina Militare che ne curava l’accensione – o i dipendenti del Consorzio Autonomo del Porto che lavoravano presso la “stazione segnali”, il curioso edificio a scacchi bianchi e neri che era ubicato proprio ai piedi della Lanterna, lato mare.
Tre sono state le fasi del suo recupero: nel 1996 l’apertura al pubblico; nel 2001 la costruzione della passeggiata che consentiva di raggiungerla pedonalmente, e il recupero di una prima parte delle aree esistenti ai suoi piedi; nel 2004 il completo recupero di tali aree, e l’apertura al pubblico del Museo nelle fortificazioni sabaude.
L’apertura al pubblico avvenne nel 1996 in condizioni logistiche pressoché tragiche; al punto che la festa per l’occasione non si tenne alla Lanterna - cui in quel giorno poterono accedere solo le autorità – ma sul viadotto Imperiale, nei pressi della stazione Marittima.
Attorno al Faro erano utilizzabili solo le rampe di accesso, mentre tutti gli altri spazi erano fisicamente inaccessibili come le fortificazioni sabaude o la grande spianata antistante; oppure impropriamente utilizzate.
Ma non era soltanto quello il problema: per accedere alla Lanterna era necessario passare attraverso le banchine portuali, entrando in zona doganale, su cui avevano competenza nell’ordine: l’Autorità Portuale, l’Agenzia della Dogane, la Guardia di Finanza, la Capitaneria di Porto, la Polizia di Stato.
Per fortuna si misero d’accordo, e fu sufficiente per i visitatori un unico “pass”, ma non era finita: le condizioni operative sul piano delle banchine attraverso cui dovevano transitare i visitatori non consentivano l’accesso pedonale, né tantomeno con auto private. Si poteva solo con un pullman, oppure con una barca che partendo dall’Expo sbarcava i visitatori a calata Giaccone, tra binari ed autotreni; da lì, per percorrere circa trecento metri, era di nuovo necessario un pulman, e poi una salita a piedi per i circa quaranta metri di altezza della rocca su cui sorge il Faro.
Nel 2001 la svolta: la Provincia inaugura la nuova passeggiata che consente di raggiungere pedonalmente il Faro senza interferire con la banchine portuali: il percorso risulta infatti sopraelevato rispetto a queste, anche se non è inventato: ricalca infatti il percorso dell’antica strada carrabile di accesso a Genova da ponente (sostanzialmente, le attuali vie D’Aste e
Dottesio ) che costeggiava poi il promontorio di Capodifaro e passava sotto la Lanterna, entrando in città attraverso la porta costruita nel 1827 da Carlo Alberto.
Questa strada correva sulle mura costruite a picco sul mare, che in gran parte esistono ancora; non era peraltro possibile ricalcarla interamente per le differenti destinazioni d’uso intervenute nel frattempo, compresa l’esistenza di due viadotti che la tagliavano alla sua stessa quota: fu pertanto necessario costruire un percorso autonomo, appoggiato a sbalzo sulle parti superstiti di mura storiche, e autonomo nelle parti dove le mura erano state demolite.
Ne venne fuori un percorso “misto”, interessante oltre che per la sua funzione principale – accesso alla Lanterna dalla città – anche per la sua funzione di balcone su attività portuali che normalmente non sono visibili dalla città stessa.
Contemporaneamente venne realizzato un primo intervento di recupero delle aree sottostanti il Faro: vennero infatti restaurate le fortificazioni sabaude costituenti un tempo sede della guarnigione di difesa della Porta Nuova della Lanterna, e venne reso accessibile e trasformata in parco urbano l’area antistante le fortificazioni stesse, cioè quello che rimaneva dell’antica strada di accesso a Genova da ponente.
Nel 2004 sono stati invece completati gli interventi di restauro dell’area circostante la Lanterna: tutte le murature di sostegno delle rampe di accesso alla rocca sono state recuperate nell’originario aspetto in pietra a vista, e su tutte le rampe è stato ricostituito l’originaria pavimentazione a “risseu”, cioè a ciottolo di mare; a ponente sono state recuperate a parco urbano nuove aree, e soprattutto è stata demolita la palazzina ai piedi della Lanterna che era utilizzata come stazione segnali prima della costruzione della torre dei piloti del porto al Molo Giano.

Questa demolizione ha consentito di realizzare ai piedi del Faro un ampio piazzale oggi pavimentato in granito, ma soprattutto di recuperare l’aspetto che l’area della Lanterna aveva alla fine del 1700, documentato da vedute e piante ancora oggi esistenti in collezioni ed archivi genovesi.
La Lanterna, sul lato mare, è infatti sostenuta da due piazzali: uno più piccolo, sostenuto da un muro semicircolare, ed uno inferiore più ampio, fino a poco tempo fa occupato dalla “stazione segnali”.
Su questi due piazzali, a seguito dei restauri, sono state effettuate le scoperte più interessanti: una pianta di Michele Codeviola del 1788 ha suggerito lo spunto per verificare se ancora esistevano, sotto gli interventi più recenti, le “troniere” (cioè le aperture per i cannoni), le garitte, le scale, e tutto quanto documentato dalla pianta stessa; la verifica ha consentito di trovare, sotto riempimenti e occultamenti susseguitisi negli anni, esattamente quanto da essa documentato.
Così nel piazzale superiore il muro perimetrale, che prima aveva un’altezza tale da impedire la visuale verso il basso, è stato riportato all’altezza che aveva nel 1700, e sono state recuperate tre delle originarie troniere.
Nel piazzale inferiore, sul lato nord verso la città, è state recuperata la scalinata in mattoni di accesso alla garitta ed al piazzaletto soprastante; è stata ricostruita la garitta sul basamento monolitico ancora esistente, e sono state recuperate o ricostruite tre delle troniere. Il risultato ottenuto trova un ulteriore riscontro iconografico nel notissimo acquarello del Parker (1822), di proprietà della Banca Carige: ai piedi della Lanterna si vedono esattamente gli elementi di cinta del piazzale che sono stati recuperati col restauro.
Rispetto a questa veduta una modifica ha riguardato, pochissimi anni dopo (1827) la parte bassa : Carlo Alberto fece costruire ai piedi del Faro la Porta Nuova, e le sue fortificazioni - quelle dove oggi è stato realizzato il Museo - andarono ad intestarsi sul piazzale inferiore ai piedi della Lanterna. Sulla sommità di queste fortificazioni è stato oggi realizzato un nuovo percorso di accesso al “piazzale inferiore”, alternativo alle rampe fortificate esistenti sul lato sud est,verso il porto.
In occasione di questi restauri è stato anche allestito, nelle fortificazioni della Porta Nuova della Lanterna, un nuovo Museo, che “racconta” la città e il territorio della provincia che la circonda.
E’ l’attuazione di un progetto coltivato già dal momento di apertura al pubblico del Faro, in base alla considerazione che al visitatore occorreva offrire qualcosa di più della semplice salita sul monumento.
Si era pensato di allestire un museo sui fari, ma l’idea aveva subito una battuta di arresto a causa della scarsità del materiale disponibile, e della presumibile difficoltà di riuscire a tenere desto l’interesse del visitatore su di un tema così di nicchia, anche su una spazio limitato come quello a disposizione per il museo stesso.
L’idea di partenza per l’attuale museo venne invece nel 2001 a Gualtiero Schiaffino, allora Assessore alla Cultura della Provincia: vide a San Lorenzo di Fassa un vero “colpo di teatro” nel Museo della Civiltà ladina: in una galleria di ritratti di personaggi storici della vallata due di questi – che in realtà erano schermi al plasma – si animavano, e raccontavano una controversia insorta tra di loro. Di qui l’idea di realizzare un museo completamente diverso da tutti quelli esistenti, perlomeno in Italia: un museo non di oggetti, ma di racconti; l’idea era quella di far raccontare alla Lanterna, muta testimone nel corso dei secoli di storie piccole e grandi avvenute in città, alcune di queste storie; il problema era come impersonare la Lanterna, ed attraverso quale mezzo tecnologico fornire queste storie al visitatore.
La soluzione del problema venne da un casuale incontro con Marco Kuveiller, assieme architetto e regista, ma anche grande conoscitore di tecnologie inerenti la comunicazione. Il progetto - che venne fuori da numerose interrelazioni tra la Provincia, lui stesso e un gruppo formato di giornalisti, pubblicitari e storici consisteva - in alcune idee contemporaneamente semplici e complicatissime:
- Genova non aveva bisogno di far raccontare alla Lanterna delle storie: poteva essere la città stessa, attraverso protagonisti più o meno famosi della sua vita, a raccontarsi;
- Il mezzo tecnologico per rendere fruibile al visitatore tali racconti doveva essere quanto di più tecnologicamente avanzato esistesse, per permettere di realizzare un museo che non fosse mai uguale a sé stesso: è infatti evidente che nessun visitatore, per quanto superficiale, vuole mai sentirsi raccontare le stesse storie.
In pratica, vennero individuati dei temi generali da trattare, e per ognuno dei dettagli a diversi livelli: la storia, la cultura, le tradizioni, la cultura materiale, la vita di tutti i giorni vennero via via specificati in sottotemi ( Andrea Doria, i cantautori del dopoguerra, il trippaio del centro storico…; i musei raccontati dai loro direttori ma anche gli artisti di strada raccontati da sé stessi…; la città solidale e la città del divertimento…; i monumenti storici ed il loro attuale utilizzo, …..): la città poteva raccontarsi in modo praticamente infinito nei suoi diversi aspetti; se poi i “racconti” venivano implementati di continuo, si poteva ottenere anche un vasto archivio, tale da far diventare un’istituzione culturale ciò che era nato per interessare e divertire il visitatore.
L’ovvia difficoltà a reperire personaggi, o semplici persone, che potessero raccontare sé stessi o la città in modo “intrigante”, fu facilitata dalla grande disponibilità a raccontarsi manifestata da quei genovesi che, a torto, vengono considerati “chiusi”.
Il risultato sono state nove ore di filmati sulla città e il territorio provinciale, suddivisi in “pillole” di pochi minuti, che il visitatore del museo può vedere su circa quaranta schermi di diverse dimensioni; i filmati sono gestiti da un server di rete, che varia continuamente la programmazione dei diversi filmati affinché il visitatore - lungo un percorso che lui stesso può scegliere all’interno del museo – possa percepire una estrema varietà di contenuti, anche in occasione di diverse visite.
Una sezione del museo, in corso di organizzazione anche in base a contatti con i diversi soggetti realizzatori, è dedicata alle testimonianze su Genova nei differenti aspetti che queste possono avere assunto: i cinegiornali dell’Istituto Luce; i documentari su abitazioni, ristoranti o alberghi genovesi; gli spot pubblicitari che abbiano avuto come set la città o il territorio della provincia, solo per citare i principali temi possibili. Con l’aspirazione di far diventare il Museo la sede di quanto è stato girato dall’introduzione della televisione,ed avente ad oggetto la città stessa.
Una sezione è poi dedicata ai fari: in due sale sono esposti meccanismi di rotazione di fari, lenti “di Fresnel”, e quant’altro può far percepire al visitatore quegli elementi che non può comprendere in occasione della sua salita sulla Lanterna: che è prima di tutto un faro attivo per il segnalamento in mare, cosa di cui il visitatore non può rendersi conto durante la visita che segue quella al museo: perché gli è consentito di salire soltanto a metà della Lanterna, e non potendo vedere la parte tecnologica che è posta alla sua sommità la percepisce come un mezzo per vedere la città da un punto di vista unico ed inusuale, il solo da cui può abbracciarla nella sua interezza.
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