L’impresa era ardua e i ragazzi della Scuola Chiavarese del Fumetto ci hanno lavorato per un intero anno accademico. Dovevano sintetizzare in 29 pagine, poche decine di illustrazioni, una delle più terribili tragedie che il mondo sta vivendo in questi anni, quella dei bambini soldato.
Un anno fa, il Presidente della Provincia di Genova, Alessandro Repetto, ha accolto senza esitazione la loro idea e ha sostenuto il progetto.
Non è la prima volta che i giovani fumettisti si cimentano in iniziative di sensibilizzazione come questa, insieme all’Amministrazione provinciale genovese.
Quello del fumetto è un linguaggio aperto a tutti e a qualunque tipo di messaggio, che offre la possibilità di raggiungere chiunque, grazie al suo sintetico ed efficace abbinamento di testo e immagini. Attraverso una capillare distribuzione alle scuole, alle biblioteche, ai giovani e alla cittadinanza sono stati sempre raggiunti ottimi risultati toccando questi temi di grande valenza sociale, storica e culturale.
Sono stati affrontati argomenti tra i più delicati e significativi quali la conquista del voto da parte delle donne, il supporto delle vittime civili delle guerre, la prevenzione alla pedofilia, l’aiuto alle ragazze straniere costrette alla prostituzione, la pena di morte, la Resistenza.
Ma quest’anno, dicono, è stata particolarmente dura, per il forte coinvolgimento emotivo, per la realtà che hanno dovuto affrontare e approfondire, per la violenza, la crudeltà, l’efferatezza che hanno dovuto esprimere con la matita senza scivolare nel truculento.
E’ nato Kadogo, “piccoli oggetti inutili”, dove per piccoli oggetti inutili s’intendono i bambini africani che vengono reclutati in guerre e conflitti e a cui viene rubata non solo l’infanzia, ma spesso la famiglia e la vita stessa.
Secondo le ultime ricerche ONU, oggi sono più di 300.000 minori di 18 anni impegnati in conflitti nel mondo. Centinaia di migliaia di ragazzi tra i 10 e i 18 anni hanno combattuto nell’ultimo decennio, il problema più grave è in Africa, in Asia ma non ne sono esenti neanche America ed Europa.
Alcuni sono soldati a tutti gli effetti, altri sono usati come aiutanti ma la loro vita non è per questo meno dura e meno a rischio. Vengono reclutati nelle forze armate del proprio stato o nelle armate di opposizione dei governi, vengono trattati brutalmente e puniti severamente, minacciati di morte in caso di diserzione. Non vengono risparmiate nemmeno le ragazze, oltretutto frequentemente soggette a stupri e violenze sessuali.
Negli ultimi anni questo fenomeno è in netto aumento a causa del cambiamento della natura della guerra, oggi prevalentemente etnica, religiosa e nazionalista. Chi combatte non si cura delle Convenzioni di Ginevra e mentre i civili, ad inizio secolo, erano il 5% delle vittime di guerra, oggi ne costituiscono il 90%.
I bambini-soldato spesso sono tali per questione di sopravvivenza, per la fame e il bisogno di protezione. Talvolta lo sono per la cultura della violenza che hanno assorbito nella loro breve vita, vivendo atrocità commesse contro i loro parenti o la loro comunità.
Tutto questo innesca pesanti ripercussioni psicologiche e conseguenze di carattere sociale, come la difficoltà di reinserimento nella società e in una vita normale.
Alla conferenza stampa di presentazione i giovani disegnatori era tutti presenti, orgogliosi del proprio lavoro e ancora toccati da quanto avevano dovuto scoprire e approfondire per realizzarlo.
Non mancava Amnesty International, che ha presentato non solo il fenomeno dei Bambini Soldato, ma le varie campagne intraprese per combattere la causa principale di questa realtà: il commercio delle armi e le violazioni dei diritti umani. Particolarmente significativa è la campagna “control arms” (http://www.amnesty.it/campagne/controlarms/index.html) che denuncia come in molti paesi sia più facile trovare un’arma da fuoco piuttosto che una bottiglia d’acqua.
“Ogni minuto che passa una persona muore uccisa da un’arma da fuoco – dichiara Stella Acerno, di Amnesty International – eppure ogni anno vengono prodotte 8 milioni di armi leggere di cui almeno il 60% finisce nelle mani di civili. L’Italia è tra i maggiori fornitori di armi ma le fanno compagnia gli altri paesi membri del Consiglio di Sicurezza: Usa, Russia, Cina, Francia e Regno Unito.”
“Milioni di persone - prosegue la Acerno - pagano le scelte dei rispettivi governi, che spendono sempre più denaro per produrre o acquistare armi anziché sostenere programmi di sviluppo economico e lotta alla povertà.”
Il Presidente Repetto non si accontenta di aver sostenuto il fumetto, vuole riuscire a fare di più “Quest’autunno –enuncia- dopo l’inizio dell’anno accademico, invieremo a tutte le scuole del territorio una copia di Kadogo e realizzeremo una mostra con le tavole originali. Sono particolarmente orgoglioso del risultato ottenuto, che va ben al di là dell’opera illustrativa prodotta: i ragazzi della scuola del nostro territorio hanno lavorato con passione e impegno su un lavoro difficile, che li ha coinvolti emotivamente per il tema così forte e violento che si sono trovati ad affrontare. Una realtà cruda ed efferata le cui vittime sono bambini, quei bambini che invece potrebbero – e dovrebbero – essere la futura classe dirigente africana.”
Ma l’opera di sensibilizzazione andrà avanti e non si esaurirà su un target di giovani.
Alessandro Repetto ha dichiarato l’intenzione di inviare una copia anche ai massimi rappresentanti dello Stato e alle autorità locali “Sono molte altre le attività che si possono intraprendere per combattere questa inaccettabile realtà e porvi fine. La politica può e deve entrare in campo per fermare tutto questo, per attuare una rigida regolamentazione della fornitura delle armi. Scriverò ai Presidenti della Repubblica, del Consiglio, della Camera e del Senato, ai Ministri alla Difesa, agli Esteri e alle Attività Produttive, agli Amministratori locali, chiedendo loro di farsi partecipi di un’iniziativa di pressione sui governi affinché si definisca al più presto un trattato mondiale sul commercio di armi e ne si fermi il traffico incontrollato.”
(DA “ AMNESTY INTERNATIONAL - Diritti delle donne, diritti umani. Unità didattiche per la scuola media - 2004 EGA EDITORE)
IL FENOMENO DEI BAMBINI SOLDATO
Sono almeno 300.000 i bambini e i ragazzi che stanno ora combattendo in una delle tante guerre che insanguinano il mondo. Centinaia di migliaia sono invece quelli che potrebbero, in ogni momento, essere arruolati – non sempre volontariamente – negli eserciti regolari o nelle file di qualche gruppo armato. La maggior parte di questi soldati bambini ha tra i 15 e i 18 anni, ma numerosi sono quelli di età inferiore (10-14 anni) e vi sono testimonianze di reclutamenti di bambini ancora più giovani.
L’aumento di questo fenomeno ha varie cause. Innanzi tutto l’adozione di armi leggere facilmente trasportabili e utilizzabili anche da bambini dopo un brevissimo addestramento. Inoltre i ragazzi si assoggettano più facilmente degli adulti alla disciplina militare, non pretendono paghe, difficilmente disertano, sono facilmente sacrificabili: è documentato, ad esempio, che nella guerra Iran-Iraq, bambini venivano mandati all’attacco di postazioni di artiglieria, anche attraverso campi minati. Non bisogna dimenticare che addestrare un “vero” soldato costa tempo e denaro, quindi nella logica dell’economia, soprattutto nel caso di conflitti molto lunghi, risulta più facile sacrificare un bambino.
Secondo il Rapporto 2001 della Coalizione Stop all’Uso dei Bambini - Soldato, sono almeno 35 i paesi in cui negli ultimi anni bambini e bambine hanno preso parte attiva ai conflitti armati
Il maggior numero di minori combattenti è in Africa dove ve ne sono almeno 120.000 distribuiti tra Uganda, Sierra Leone, Sudan, Congo, Repubblica Democratica del Congo, Angola, Burundi, Rwanda, Liberia ed Etiopia.
In Asia il fenomeno interessa soprattutto il Myanmar e lo Sri Lanka, in cui il gruppo d’opposizione delle Tigri tamil recluta sistematicamente ragazze tamil orfane; molte sono appositamente addestrate per azioni dinamitarde suicide in quanto possono meglio eludere i controlli delle forze di sicurezza del governo.
Alcuni di questi ragazzi sono stati regolarmente reclutati dagli eserciti nazionali, altri sono stati invogliati o adescati all’arruolamento dagli eserciti di opposizione al governo ufficiale, altri sono stati addirittura rapiti e costretti a diventare soldati. Anche quando si arruolano “volontariamente”, è difficile valutare quando essi non siano stati costretti dalla situazione contingente. Molto spesso finiscono negli eserciti regolari dei ragazzi che non hanno una famiglia alle spalle, quelli che hanno reali problemi di sopravvivenza, i rifugiati o gli sfollati dei campi profughi, o ragazzi che sono vissuti nella violenza della guerra e vogliono vendicare i soprusi subiti o visti subire dai propri famigliari.
Sono tuttavia in aumento i casi di minori rapiti e costretti all’arruolamento con violenze fisiche e psicologiche. In Uganda del Nord, i ragazzi rapiti dall’LRA (esercito di Resistenza del Signore), un gruppo armato con basi nel sud del Sudan,
subito dopo il rapimento vengono “iniziati” con la partecipazione forzata ad un’azione violenta, come l’uccisione di un familiare o di un altro bambino colpevole di aver tentato la fuga o la disobbedienza. Questo atto, oltre a terrorizzare i ragazzi, fa superare il tabù dell’omicidio e crea sensi di colpa che legano psicologicamente i ragazzi al gruppo armato.
La situazione delle ragazze reclutate è molto difficile. Oltre a combattere e svolgere diversi servizi accessori (cucinare, approvvigionare gli accampamenti di acqua, legna, ecc) sono costrette a diventare “mogli” dei guerriglieri.
I bambini-soldato e le bambine-soldato vengono trattati spesso con brutalità e le punizioni per eventuali errori sono molto severe. Il tentativo di fuga viene punito con la prigione e con esecuzioni sommarie. Oltre al rischio di morire o di essere feriti
in modo grave durante i combattimenti, la fase di crescita rende spesso i bambini particolarmente vulnerabili alla durezza della vita militare. Essi soffrono molto spesso di malattie legate alla malnutrizione, alle infezioni, alle malattie sessuali e all’AIDS.
Le malattie fisiche non sono l’unica conseguenza dell’arruolamento. Tutti i bambini e le bambine soldato porteranno nella loro vita ferite psicologiche difficili da rimarginare. L’essere stati testimoni o l’aver essi stessi commesso atrocità, avrà serie conseguenze non solo nella loro esistenza (incubi ricorrenti, incapacità di riadattamento, ecc.) ma nell’intero tessuto sociale in cui essi stessi sono inseriti.
La maggior parte di quelli che sopravvivono alla guerra e tornano nel loro ambiente evidenziano enormi difficoltà a inserirsi nella vita di famiglia e di relazione, nel riprendere il lavoro o lo studio e solo dopo lunghe terapie riabilitative riescono a ritrovare l’equilibrio. Questo anche perché l’impiego delle armi fa nascere un’abitudine all’abbrutimento, a misurarsi solo con i rapporti di forza, che condiziona poi il resto della vita.
L’uso dei bambini-soldato ha ripercussioni anche negli altri minori. Se infatti i ragazzi possono usare le armi o essere utilizzati come spie, tutti i bambini verranno guardati con sospetto. Si rischia così che altri ragazzi vengano uccisi, imprigionati, interrogati solo per paura di un loro coinvolgimento con gruppi armati o con l’esercito.
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KADOGO
Fumetto sui bambini soldatoSCUOLA CHIAVARESE DEL FUMETTO
Nel nostro paese il fumetto è rimasto relegato alle origini, cioè al feuilleton popolare dell’ottocento con ben pochi elementi, durante i suoi oltre cento anni di vita, in cui ha cercato di elevarsi a letteratura disegnata.
Gli sporadici tentativi, alcuni riusciti altri no, in questo senso sono stati di breve durata e considerati fumetto di “nicchia” con le relative difficoltà di essere reperito, impossibilitato ad affacciarsi al grande mercato.
Ben diversa è la situazione editoriale di questo importante mezzo di comunicazione in altri stati Europei: basti pensare che in Francia, l’anno scorso, fu un fumetto a vincere uno dei concorsi letterari più importanti, c’è da domandarsi se questo è un problema di scelte editoriali alle quali i lettori sono costretti ad adeguarsi o la contrario, il lettore è così male abituato che richiede determinate scelte.
E’ un po’ la storia dell’uovo e la gallina, ma in virtù della ormai tanto discussa questione della “crisi del fumetto” (e per crisi intendo crisi di idee legate alla crisi delle vendite) varrebbe la pena pensare che il lettore desideri qualcosa di diverso e probabilmente più intelligente.
La Scuola Chiavarese del Fumetto, grazie al sostegno dell’Amministrazione Provinciale di Genova, ha potuto fare una scelta senza dover tener conto delle esigenze commerciali legate ai grandi numeri di stampa, distribuzione e vendita sul territorio nazionale.
I ragazzi della scuola hanno così potuto dar vita a storie disegnate che parlano di realtà e problemi sociali: siamo partiti dalla storia di quelle ragazze che hanno impegnato la loro vita per il l’acquisizione dei diritti delle donne (“80 anni per una conquista”) e passando attraverso la sofferenza di Ashad, giovane pastore afgano vittima innocente di una vile mina antiuomo (“Il viaggio di Ashad”), abbiamo incontrato Sarah Cooper e abbiamo parlato della sua lotta contro la pena di morte e la totale negazione di una possibile riabilitazione e reinserimento nella vita di una giovane vittima dei ghetti della periferia urbana di una città Nord Americana dei giorni nostri. Abbiamo inoltre incontrato e conosciuto Valerio Parodi e abbiamo parlato della sua valorosa scelta, fatta appena quindicenne, che lo ha visto partecipare alla lotta armata della resistenza contro l’occupazione Nazista, riportando le sue memorie nel fumetto dal titolo “per non dimenticare”.
“One Way” ha voluto essere un omaggio a quei giovani della nostra terra che all’inizio fino a oltre metà del secolo ventesimo hanno solcato gli oceani in cerca di un futuro migliore verso una terra che prometteva abbondanza e prosperità.
Lo stesso omaggio è rivolto a quei giovani dei paesi del terzo mondo che oggi, rischiando la vita, cercano di raggiungere le stesse speranze di una vita migliore sbarcando clandestinamente sulle coste del nostro paese.
Questo ultimo lavoro dei ragazzi della Scuola del fumetto è stato particolarmente difficile. KADOGO affronta un argomento talmente forte e violento che è difficile credere che tutto questo possa succedere oggi a poca distanza da un’ Europa che sguazza nel lusso e nel superfluo.
Una realtà talmente cruda e particolarmente efferata se si pensa che a subirne i danni sono dei bambini, che ci ha messo veramente in difficoltà nel provare a descriverne i contorni.
Ci siamo trovati di fronte a tutti i tipi di violenza possibile e a doverli condensare in ventinove pagine di fumetto, rischiando così di produrre un racconto splatter o addirittura horror senza la possibilità di accendere una luce di speranza o di individuarne una via d’uscita.
Abbiamo allora pensato all’Africa, ad una ulteriore ferita nel cuore di questa terra che però non morirà mai perché qualcosa di incomprensibilmente magico e spirituale la rende immortale e così ci siamo messi a disegnare.
Il Direttore della Scuola Chiavarese del Fumetto

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