TRIMESTRALE DI EVENTI, CULTURA, ARTE, MUSICA, PERCORSI D' AUTORE, TURISMO, LAVORO, BENI CULTURALI E MATERIALI, STORIA E TRADIZIONI TRA I MONTI E IL MARE DELLA LIGURIA

C L O S E

PRESENZE FUTURISTE IN LIGURIA.

beni culturali in liguria di bruno cervetto:

FILIPPO TOMMASO MARINETTI, FUTURISMO E CUBISMO, ARCHITETTURA, EDIFICI E ARTI DECORATIVE FUTURISTE IN LIGURIA

Foto 28. Fillia: “uovo in legno”

La ricorrenza del centenario del “Manifesto del Futurismo” – pubblicato nel 1909 da Filippo Tommaso Marinetti sul quotidiano parigino “Le Figaro” – rende quasi obbligatorio occuparsi di questo movimento, che organizzò in Liguria una rilevante quantità di iniziative. Anche per chiedersi se ad una tale quantità corrisponda, sul territorio ligure, una corrispondente serie di testimonianze; se, cioè, al grande “fumo” costituito dalle iniziative stravaganti e provocatorie attuate in Liguria dai futuristi, corrisponda un “arrosto” di realizzazioni, che ancora oggi segnino il territorio con la loro presenza. Dirò subito che - nonostante i costanti ed intensi rapporti di Marinetti con la Liguria - le presenze lasciate dal movimento da lui ideato e portato avanti sono, nel complesso, abbastanza scarse; intendo, ovviamente le presenze “pubbliche”: cioè gli edifici e le loro decorazioni, i dipinti e le testimonianze di arte applicata presenti in collezioni pubbliche o aperte al pubblico.

FILIPPO TOMMASO MARINETTI

Poeta, scrittore, ideologo, figlio di un ricco avvocato commercialista, ne ereditò da giovane l’ingente patrimonio, potendo così coltivare la sua voglia di emergere, assieme al suo grande talento comunicativo; contro, e nonostante la cultura ufficiale che egli si proponeva di superare col proprio movimento: “un cretino con qualche barlume di imbecillità” lo definì Gabriele D’Annunzio, espressione di punta di quella cultura. Le sue sostanze gli permisero di non aver bisogno di finanziatori, ma di potersi pagare la stampa e la divulgazione dei suoi “Manifesti”, di affittare gallerie d’arte, teatri, ristoranti, per organizzare le mostre dei pittori che aderivano al suo movimento, così come le sue performance.

I suoi rapporti con Genova iniziarono nel 1898, quando venne inviato dal padre a studiare nella Facoltà di Giurisprudenza genovese; lo svolgersi di questi rapporti, puntualmente riportati dai quotidiani dell’epoca, è stato ricostruito da Franco Ragazzi in diversi studi.

Le cronache di questi eventi, dal 1909 al 1944, riferiscono sia delle “performance” che delle reazioni del pubblico: valga, uno per tutti, il fin troppo noto “Primo aeropranzo futurista”, tenutosi nel 1931 a Chiavari. Ventidue anni dopo la nascita del Futurismo, il suo inventore continuava a provocare, proponendo in cucina “l’abolizione di tutte le tradizionali miscele per l’esperimento di tutte le nuove, anche apparentemente assurde”; il pubblico accorreva alle sue iniziative, nell’ambito di un gioco delle parti che vedeva necessariamente contrapporsi l’indigeribile provocazione dell’organizzatore alla scarsa disponibilità degli intervenuti a farsi rovinare la digestione.
Le cronache del “Corriere Mercantile” riferiscono del “Timballo d’avviamento” antipasto composto di testina di vitello nuotante in un mare di ananassi, noci e datteri farciti di acciughe; secondo il cronista “una specie di budino che lasciò ogni esofago ingorgato dall’ammirazione”.

Il “Decollapalato” era un brodo composto di sugo di carne, champagne e liquori, su cui nuotavano petali di rose; forse fin troppo banale per chi, in anni più vicini ai nostri, ha dovuto subire la moda della “novelle cuisine”. Il secondo era un “bue in carlinga”: polpette misteriose, in bellavista su carlinghe non commestibili; secondo il cronista “il terrore di scoprire di cosa fossero composte era evidente nei commensali, e l’entusiasmo dei Futuristi alla corte di Marinetti non compensava il disagio dei più; i quali apprezzarono questa portata per l’apparire del pane, che mai come in quella occasione apparve cibo prezioso e divino”.
Dopo le “sorvolatine di prateria” (insalata di barbabietole e fette di arancia condite da olio e aceto, una vera banalità ai nostri occhi) ecco le “elettricità atmosferiche candite”, saponette di finto marmo contenenti all’interno una misteriosa pasta dolciastra.

L’ “Ammaraggio digestivo”, previsto come finale, secondo il cronista “non tutti pervennero a compiere, dato che molti erano già sprofondati al momento dell’atterraggio”.

Evidentemente, per quanto riguarda la cucina, all’intenzione di provocare non corrispondeva un livello di esecutori in grado di realizzare cibi non completamente sballati, ma perlomeno accettabili dal punto di vista gastrico. Differente fu invece il risultato nel campo delle arti figurative; campo in cui la volontà di superare in modo provocatorio una situazione di stallo e di carenza di idee trovò una serie di artisti che riuscirono a creare prodotti nuovi e artisticamente validissimi; come ormai riconoscono anche i più impietosi avversari del movimento futurista. Nel settore artistico le provocazioni di Marinetti produssero risultati rilevanti; che purtroppo furono per molti anni confusi nel generale giudizio negativo sul regime fascista; nel cui periodo ebbero vita, unitamente ad altre forme artistiche più tradizionali, o addirittura del tutto rivolte al passato. Con la conseguenza che solo nel 1986 si vide una grande mostra futurista organizzata a Palazzo Grassi a Venezia; e che solo nel corrente 2009 la ricorrenza del centenario sembra avere sdoganato il Futurismo; tramite l’organizzazione di eventi che magari ricordano le gratuite provocazioni, ma puntano soprattutto sui notevoli esiti artistici del movimento.

FUTURISMO E CUBISMO

Normalmente la teorizzazione di un movimento artistico nasce dall’osservazione, e dalla successiva sistemazione concettuale di una serie di eventi verificatisi nel contesto della produzione artistica. Il Futurismo sembra sia stato invece una creazione personale di Filippo Tommaso Marinetti; ne furono ispiratori la violenza e l’agitazione della nuova società industriale, l’attrazione per il movimento delle nuove macchine (fossero esse automobili o macchine per la produzione industriale); l’attrazione per la dinamica della nuova realtà esistenziale.

Manifesto del futurismo

Foto 22. Benedetta Cappa Marinetti: olio su cartone telato “porto di una citta' di mare”


(da "Le Figarò" 20 Febbraio 1909 )
1-Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità.

2-Il coraggio, l'audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.

3-La letteratura esaltò fino ad oggi l'immobilità penosa, l'estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.

4-Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità

5-Noi vogliamo inneggiare all'uomo che tiene il volante, la cui asta attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.

6-Bisogna che il poeta si prodichi con ardore, sfarzo e magnificenza, per aumentare l'entusiastico fervore degli elementi primordiali.

7-Non vi è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro.

8-Noi siamo sul patrimonio estremo dei secoli! poichè abbiamo già creata l'eterna velocità onnipresente.

9-Noi vogliamo glorificare la guerra-sola igene del mondo-il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore

10-Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria

11-Noi canteremo le locomotive dall'ampio petto, il volo scivolante degli areoplani. E' dall'Italia che lanciamo questo manifesto di violenza travolgente e incendiaria col quale fondiamo oggi il Futurismo


Il movimento Futurista nacque come risposta di Marinetti – grande comunicatore, un Berlusconi dell’epoca – al movimento cubista, avviato in Francia nello stesso periodo; anch’esso rivoluzionario, ma rispetto alla concezione rinascimentale della prospettiva, anzichè rispetto alla staticità della società pre-industriale.
Il movimento artistico cubista rappresentava l’oggetto contemporaneamente da differenti punti di vista – di profilo, di lato, dall’alto - anziché collocato nello spazio prospettico rinascimentale; il tutto studiato nell’intimità dello studio dell’artista, nell’ambito di un rapporto personale tra l’artista e l’oggetto rappresentato. Il movimento Futurista era molto più totalizzante; la reazione cubista ad una concezione artistica vecchia di sei secoli come quella prospettica, costituiva un fatto abbastanza di nicchia; il Futurismo faceva invece riferimento ad una società in rapida evoluzione, ad opera della macchina utilizzata per la produzione industriale; una rivoluzione di impatto e forza superiore a quella dell’invenzione della ruota come strumento applicabile ai mezzi di trasporto. La vera fortuna del movimento – che sarebbe nato morto, come la sua cucina, se non avesse trovato grandi talenti in grado di tradurlo in produzione artistica – fu la possibilità di arruolare Balla, Boccioni, Carrà, Russolo e Severini; che gli diedero anima e forza nell’ambito di una straordinaria comunanza di intenti tra la concezione teorica lanciata da Marinetti, e la concreta realizzazione artistica; che riuscirono, anzi ad eliminare “l’oggetto” dalla rappresentazione, mediante l’utilizzo di linee di forza che suggerivano direttamente il movimento, indipendentemente dall’oggetto che ne fosse la causa.

Certamente, una differenza concreta tra Cubismo e Futurismo vi fu a livello di mercato dell’arte, e fece la differenza: Picasso, Braque e il cubismo trovarono mercanti e collezionisti disposti ad investire, ed i prezzi delle loro opere salirono alle stelle: come si sa la Francia, da sempre, riesce a vendere meglio (molto meglio) di noi i propri prodotti. Il movimento Futurista, molto meno intimista del cubismo (e quindi, potenzialmente, molto più commerciale) venne gridato e sbandierato dai suoi teorizzatori; ed a seconda dei casi osannato, ovvero contestato e odiato dalla critica ufficiale; complice ovviamente il fascismo, che lo utilizzò per poi soppiantarlo e rinnegarlo. Col risultato che solo negli anni più recenti i prodotti artistici del movimento sono stati pienamente apprezzati; e solo nel centenario della nascita riesce ad essere celebrato e presentato al grande pubblico.

L’ARCHITETTURA FUTURISTA

Foto 8. La colonia Fara a Chiavari

L’architettura del periodo fascista non è stata solo gigantismo ispirato alla romanità, caratterizzata dall’uso di archi e marmi, come l’arco di piazza della Vittoria a Genova; d’altra parte non è possibile considerare “futuriste” le numerose testimonianze architettoniche razionaliste sul territorio ligure, solo perché non vi si ritrovano gli stilemi della “romanità” fascista.

L’architettura futurista non è quella razionalista; ne condivide alcune caratteristiche (superfici lisce, volumi puliti, finestre a nastro, ecc.) ma si distingue per i riferimenti alla forza della macchina; al movimento espresso dalle nuove macchine come l’aereo, o le sue componenti come l’ala o la carlinga. L’architettura futurista è per sua natura visionaria e barocca, così come l’architettura razionalista è minimalista; prototipo dell’architettura futurista sono le invenzioni di Antonio Sant’Elia, non a caso progettate e mai potute realizzare perché fondamentalmente irrealizzabili. Per questo gli esempi di architettura futurista sono molto rari: è facile “fare” futurismo su una tela o un foglio di carta, così come con della ceramica o del bronzo; molto più difficile fare stare in piedi un’idea architettonica futurista, seppure con l’ausilio del cemento armato e delle sue potenzialità. In Liguria inoltre occorre mettere in conto la ben nota resistenza alla innovazioni: per i liguri è sempre meglio affidarsi alla tradizione consolidata anziché al nuovo; ne fa fede la più nota strada del centro di Genova, costruita in pieno periodo liberty, in cui gli edifici riferibili a questo stile sono solo due, ed anche questi in modo molto “discreto”.

EDIFICI FUTURISTI

Con queste premesse, gli edifici futuristi in Liguria sono obiettivamente pochi; ed anche in questi le caratterizzazioni futuriste occorre spesso “cercarle col lanternino”. Un vago riferimento ad idee futuriste si può forse riscontrare nella parte posteriore della “torre nord” di piazza Dante a Genova; il grattacielo piccolo che prospetta sulla piazza – davanti a quello più famoso, ed anche più interessante e bello di Marcello Piacentini – ha una facciata nord, verso via XX Settembre (foto 1) caratterizzata da due corpi laterali ed una profonda rientranza al centro; il progettista, arch. Giuseppe Rosso, tratta questi due corpi laterali arrotondandone gli spigoli su lato interno, e collegandoli ogni quattro piani con una terrazza a ponte. Si tratta di elementi forse necessari per irrigidire la struttura, ma la fonte d’ispirazione potrebbe essere qualche progetto di Antonio Sant’Elia; come la “casa a gradinate con ascensori esterni” (foto 2) il cui corpo ascensori è collegato al corpo gradonato dell’edificio con ponti sospesi. Ammesso e non concesso che si tratti di una citazione, questa peraltro non avrebbe neanche il pregio della freschezza: dal momento che il disegno di Sant’Elia è del 1914, e il grattacielo di Rosso del 1937.

In un altro edificio genovese è possibile trovare qualche riferimento a progetti di Sant’Elia: le piscine di Albaro (foto 3), opera del 1935 di Paride Contri, presentano due corpi laterali arrotondati,aggettanti rispetto al corpo dell’edificio, che a sua volta è coperto con un tetto inclinato con lucernai a nastro; il riferimento potrebbe essere al progetto di “stazione” (foto 4) caratterizzata appunto da un ampio tetto inclinato; una vera citazione di Sant’Elia è, secondo Paolo Cevini, la torretta port’antenna (foto 5) che sovrasta il corpo sinistro dell’edificio.

Nel 1914, nel Manifesto dell’Architettura Futurista, Sant’Elia scriveva che “il valore decorativo dell’architettura futurista dipende solamente dall’uso, o dalla sistemazione originale di materiali grezzi, o scoperti, o violentemente colorati”. Nel 1934 Nicolai Diulgheroff realizzava ad Albisola la “casa Mazzotti” (foto 6), originale edificio che sembra l’applicazione pratica del pensiero di sant’Elia sopra riportato. A vent’anni dal Manifesto una struttura d’impronta razionalista diventa futurista per l’articolazione dei volumi e l’uso del colore che li differenzia: il giallo ocra del volume del corpo scale, che s’innesta nel volume principale colorato di blu; preceduto questo da un corpo avorio ad un piano, il cui parapetto superiore si ripiega a sottolineare una finestra del piano superiore del corpo blu; i nitidi volumi sono chiaroscurati da pensiline e da lievi aggetti di mezzanini e davanzali di alcune finestre.

Un edificio d’ispirazione futurista, abbastanza insolito e poco conosciuto, è la Cappella Fracchia nel cimitero di Bargone a Casarza Ligure (foto 7); piccola ma monumentale struttura caratterizzata da due avancorpi semicilindrici – quasi due fusoliere d’aeroplano – che contornano la porta d’accesso, e dalla copertura interamente in alluminio. Costruita nel 1933 su disegno di Enrico del Debbio è oggi in stato d’abbandono nonostante il suo indubbio interesse.

Il più importante edificio futurista della Liguria è comunque la Colonia Fara sul lungomare di Chiavari (foto 8); opera del 1935 di Camillo Nardi Greco. Ispirato ad un progetto di Enrico Prampolini per il Padiglione Italiano per l’Expo di Chicago, è costituita da tre corpi: uno basso ad un piano, a forma di prora e ali d’aeroplano; un corpo principale lamellare arrotondato sul lato mare (l’ultimo piano, rientrato rispetto a quelli inferiori, è sormontato da una pensilina a filo della facciata sottostante, che crea una zona d’ombra); un corpo scale, innestato sul retro di quello principale, più stretto e più alto di questo (foto 9).

La sensazione suggerita dall’edificio è di forte dinamismo, quasi di una figura che voglia avanzare sul mare utilizzando le ali laterali del corpo basso. Attualmente, per le contrastanti esigenze di utilizzo commerciale e di tutela, l’edificio è in stato di abbandono; con rischi di compromissione anche per la stessa struttura di cemento armato.

ARTI DECORATIVE FUTURISTE:
mosaici e ceramiche

Le realizzazioni più importanti sono le decorazioni interne a mosaico della torre del palazzo delle Poste alla Spezia; pura realizzazione futurista di Prampolini (foto 10) e Fillia (foto 11) che si trova all’interno di un edificio “retrò” di Angiolo Mazzoni. Il palazzo presenta caratteristiche tipiche dell’architettura fascista, che reintegrano a loro volta aspetti dell’architettura italiana di diversi periodi, da quella romana a quella paleocristiana e rinascimentale. Il mosaico si trova nella parte alta della torre di accesso agli uffici. Un articolo di Marzia Ratti, su “La Spezia oggi”, di alcuni anni orsono, colloca il mosaico nel giusto contesto: “….senza considerare la presenza in città degli esponenti del secondo futurismo, e il vivace dibattito che intorno era nato, il mosaico apparirebbe come un inspiegabile fungo. Invece così non è”. Il 1933, anno di realizzazione del mosaico, è preceduto e caratterizzato da una serie di eventi culturali di rilievo: il “Manifesto dell’Areopittura” (1929) e la mostra dell’Arte Sacra Futurista (1932); nel 1933 gli avvenimenti si moltiplicano: il “Premio del Golfo” di pittura, la costituzione del “Gruppo futurista del Levante” e l’uscita dei sette (unici) numeri della rivista “La Terra dei Vivi” diretta da Fillia. Insomma, a La Spezia, in quel periodo esistevano le premesse culturali necessarie e sufficienti per consentire la nascita di un evento decorativo di rilievo come questo mosaico; le premesse tecniche, d’altra parte, erano costituite dalla presenza alla Spezia di uno stabilimento della “Ceramica Ligure”.

La torre del palazzo delle Poste, destinata a contenere il corpo scale di collegamento tra i diversi piani dell’edificio, ricevette sulla spoglia superficie di mattoni a vista - appena interrotta dalle aperture ad arco verso la sommità, e da una finestra verticale “a nastro” - il completamento costruttivo costituito dal mosaico: del tutto inaspettato, in una struttura edilizia così severa e composta, eppure ad essa assolutamente complementare. Il mosaico si inserisce in una cornice di alluminio, ad andamento serpentino; la superficie decorata è interrotta, al suo interno, da affioramenti del sottostante muro in mattoni; l’impressione è che dei restauratori di un edificio antico abbiano trovato, sotto gli intonaci, frammenti di una decorazione realizzata alcuni secoli dopo l’edificio stesso, e si siano limitati a metterla in vista.

Il tema della decorazione è complementare all’edificio: Fillia tratta le comunicazioni terrestri e marittime, mentre quelle telegrafiche, telefoniche ed aeree sono trattate da Prampolini. Ai due diversi temi, corrispondono due diverse sensibilità interpretative: nel mosaico di Fillia – in bilico tra futurismo e metafisica – prevale una scomposizione geometrica della superficie, con attenzione per i contrasti di colore tra le diverse zone definite geometricamente; al contrario, nella composizione di Prampolini prevale la linea sinuosa, l’accostamento di colori caldi, la tendenza all’astrazione.
Purtroppo il mosaico, un tempo liberamente visibile, è oggi precluso al pubblico: la torre che lo contiene è stata infatti inserita nella parte dell’edificio che richiede una speciale autorizzazione per essere visitata.

Un altro importante pannello decorativo a mosaico, opera di Fillia, si trova all’interno delle piscine di Albaro a Genova, tra due tribune che sovrastano la vasca (foto 12). “Il nuotatore”, che da’ il nome alla composizione, è una specie di schiaccianoci giallo – non troppo felice per la verità – statico al centro del pannello; l’effetto dinamico è tutto nello sfondo, suddiviso in poche zone di colore, definite da linee nette come in un collage: mistilinea la scura linea di costa; curva l’onda che si frange a sinistra su una specie di cittadella araba, mentre sostiene a destra una città verticale e due neri piroscafi; ellittico l’azzurro mare; il cielo sullo sfondo, contenuto entro linee geometriche, varia dal grigio azzurro, al sabbia, al grigio, all’azzurro, al giallo rosato, utilizzando molti dei colori che l’industria ceramica del periodo riusciva a produrre.

All’interno della Colonia Fara di Chiavari dovrebbero essere ancora presenti (il condizionale è d’obbligo, visto lo stato dell’edificio) due “aeropitture” di Demetrio Ghiringhelli; dipinte ad olio nel 1936 e collocate nei due accessi dell’edificio. Note attraverso due foto d’epoca (foto 13 e 14) rappresentano il primo un’allegoria della guerra coloniale, abbastanza ingenua con i suoi carri armati, prore di navi, aerei in volo verso l’Africa; la seconda sembra invece ispirata dalle passerelle aeree che caratterizzano alcuni dei “carceri” di Piranesi; anche se le macchine di tortura e i muri di pietra sono sostituiti da edifici futuristi, sommergibili e voli a spirale di aerei. I due pannelli appaiono comunque di livello abbastanza mediocre.

Presso la “Casa Museo Giuseppe Mazzotti” di Albissola sono invece visibili alcune ceramiche futuriste di Tullio Mazzotti – più noto come “Tullio d’Albissola – e di altri artisti che utilizzavano la ditta Mazzotti per dare corpo alle proprie idee. Tullio è purtroppo sottorappresentato nel Museo rispetto alla sua importanza tra gli scultori ceramici italiani del periodo: tra le opere esposte un bel portavasi a decoro geometrico sottosmalto (foto 15) ed il “vaso motorato” (foto 16); mancano esemplari delle sue opere più famose, come le fantasiose coppe degli anni 1929/30; opere rarissime, di cui possiamo peraltro vedere alcune ottime riproduzioni nella sala adiacente al museo, destinata alla vendita degli oggetti oggi in produzione, come il “boccale policentrico” del 1929 (foto 17). Si prosegue con un bel piatto di Alf Gaudenzi (foto 18), con la statuina “il calciatore”di Mario Anselmo, di cui viene esposto anche lo stampo in gesso (foto 19), con la “bisbigoncia” di Farfa (foto 20). Fillia è rappresentato da tre straordinari “aerovasi” (foto 21), delicate sculture costituite da semplici elementi geometrici compenetrati, dipinti con colori evanescenti.

Non è escluso che in altre collezioni pubbliche sia presente qualche altro lavoro futurista; certamente ne esistono in collezioni private, come gli esempi delle foto 22/28. Resta comunque fermo l’assunto iniziale: resta poco rispetto al gran vociare di Marinetti e compagnia.


Foto 27. Giacomo Balla dipinto su forme di
scarpe in legno “scarpa futurista”

I video in Ligurinet:
IL RAVIOLO FUTURISTA


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FUTURISTIC RAVIOLI
Ligurian futuristic cooking

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MUSICA SOTTO LE STELLE DI PALAZZO DORIA SPINOLA
Dalle emozioni antiche dei capolavori del madrigale a quelle ‘elettriche’ delle composizioni tecnologiche ispirate al Futurismo nel suo primo centenario, dai violini al bandoneon che traduce Bach in un tango, alla grande scuola genovese della chitarra, con molti accenti di grande poesia contemporanea. Per tutto giugno sono state tante e affascinanti le voci e le note della rassegna “Musica e Poesia” promossa dall’assessorato alla cultura della Provincia nello splendido scenario notturno di Palazzo Doria Spinola. Tra gli appuntamenti clou “Voci Elettriche”, omaggio musicale ai cento anni del Futurismo della Scuola di musica e nuove tecnologie del Conservatorio ....
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