
Dall’intensità creativa dei suoi primi allestimenti scenografici per le tragedie di Shakespeare all’arte di forgiare il ferro nella sua fucina da fabbro nel centro storico di Genova. Annamaria Rostagny, l’unica donna fabbro a Genova, lo è diventata, con una parentesi di qualche anno in una falegnameria artigiana, dopo aver dato vita con un’amica a un laboratorio di scenografia che ha lavorato per grandi teatri, navi da crociera, discoteche e per molte manifestazioni ed eventi.
Lo racconta un po’ alla volta, nel suo laboratorio “La Rosa di Ferro” - che nel nome fonde il metallo che vi si forgia e il vico, appunto della Rosa, tra Soziglia e la Maddalena dove si trova - sotto gli occhi attentissimi della sua cagnolina Dalì, nome d’artista e, ovviamente nera come il ferro, di 3 anni e mezzo. “E’ nata poco prima che aprissi questo laboratorio - dice Annamaria Rostagny - ma sono sette anni che faccio questo mestiere, perché prima lavoravo alle Vigne, nel laboratorio del fabbro che me l’ha insegnato.”
Nella sua fucina, dove la forgiatrice è a propano “qui non potrei metterne una a carbone” domina una maestosa incudine antica di due secoli “apparteneva all’officina che ha lavorato qui per duecento anni”, tra martelli, presse, tenaglie, troncatrici, maschere protettive e tanto ferro, dappertutto, compreso quello che struttura la silhouette (“il primo lavoro che ho fatto qui”) di una gru, di un pavone o forse, più simbolicamente date le numerose mutazioni e trasformazioni professionali di chi l’ha ideata, di una fenice, il mitico uccello capace di rinascere dalle proprie ceneri.
La ‘fabbra’ di vico della Rosa è giovane (anche se dice “ho una figlia di vent’anni che ora mi aiuta, ma non seguirà le mie orme e a settembre inizierà la Scuola europea di design a Milano”) e sprigiona lampi di ironia ed energica vitalità con qualche sprazzo disincantato dagli occhi, chiari come i capelli, e sembrerebbe esile e minuta se non avesse sulle braccia, quei muscoli robusti che a Genova chiamano ‘pescetti’: “nemmeno gli uomini vogliono più fare il fabbro - dice - ci vogliono molta forza fisica e molta manualità, così mi faccio i muscoli senza bisogno di andare in palestra. E’ un mestiere faticoso e sporco, ma il lavoro c’è e rende bene”.
Lei con il ferro sa far di tutto (ha da poco finito un gazebo di cinque metri ed è complicato persino immaginare come l’abbia fatto passare per Vico della Rosa): dalle inferriate alle cancellate alle porte e poi scale, ringhiere, testiere di letti, tavoli, sedie, lampade, lampadari e molto altro. “Tutto a mano, su ordinazione” sottolinea con orgoglio e concede una chance anche a un cliente eretico, entrato nel santuario del ferro per chiederle di tagliare un blocco di alluminio. “E’ un materiale che s’impasta sempre, anche con il flessibile” bofonchia Annamaria, ma sistema ugualmente il pezzo nella troncatrice e quando la macchina si blocca sul metallo troppo morbido, non demorde e prova a tagliarlo in un altro modo, prima di arrendersi. “Ho richieste da tutta Genova e da tutta la Liguria” mi risponde quando le chiedo, mentre un signore ritira una serie di grandi ganci per tende, da dove vengano i suoi clienti e poi, in una rara pausa nell’attività del laboratorio, mi mostra i raccoglitori (inevitabilmente coperti di polvere di ferro) che custodiscono le splendide fotografie della sua attività scenografica: ci sono, perfette e potenti, le forme anatomiche dei corpi (e delle molte teste e arti mozzati nella trama del cruento e terribile dramma di Shakespeare) realizzati in vetroresina e gomma per il Tito Andronico allestito dai Teatri Stabili di Genova e di Roma, i fondali realizzati con gli artisti del Teatro della Tosse per i suoi spettacoli sulla barbarie delle torture, i burattini per un vero e grande mago di quest’arte come Gino Balestrino, le sagome per le controfigure degli attori del Teatro dell’Opera di Ferrara e poi i fondali con scene da Cechov o Pirandello per le navi della Costa Crociere, “ma anche allestimenti per le discoteche, con figure alte due metri e mezzo, e personaggi della Disney per Videociak, intagliati in cubi di polistirolo di quattro metri.
“Tutto era cominciato a diciotto anni, facendo teatro per i bambini, recitando e costruendoci le cose - ricorda Annamaria Rostagny - ed era molto divertente. Poi quando è nata mia figlia, nel 1986, mi sono fermata perché con quel lavoro avrei dovuto girare continuamente e non potevo farlo con la bambina piccola. Dopo qualche anno ho ripreso per un po’, ma Genova non offriva più le opportunità di prima, così ho cominciato a lavorare il legno in falegnameria, costruendo tante persiane da non riuscire a contarle. Mi è servito, ma non lo rimpiango. Meglio, molto meglio, il ferro, anche se non sono proprio uno scherzo l’impegno e la fatica che richiede: a ogni carico di materiale che mi arriva bisogna trasportare fin qui dalla Maddalena 400 o 500 chili di ferro, lavorarlo, forgiarlo a caldo, batterlo, dargli la forma e le dimensioni che voglio, perché sono un fabbro, questa è la mia vita.”
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