TRIMESTRALE DI EVENTI, CULTURA, ARTE, MUSICA, PERCORSI D' AUTORE, TURISMO, LAVORO, BENI CULTURALI E MATERIALI, STORIA E TRADIZIONI TRA I MONTI E IL MARE DELLA LIGURIA
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beni culturali e mostre
 CASE MUSEO IN LIGURIA villa Durazzo-Faraggiana ad Albissola Marina di bruno cervetto
Il Contesto Urbanistico.
La conca albis(s)olese – divisa dal torrente Sansobbia nei due Comuni di Albisola Superiore e Albissola Marina – è caratterizzata dalla presenza di due importanti ville: villa Della Rovere-Gavotti ad Albisola Superiore, e villa Durazzo-Faraggiana ad Albissola Marina.
Due colori – il bel “giallo croceo” della Gavotti, ed il bel “rosso amaranto” della Faraggiana – caratterizzano i due edifici, ed una volta si estendevano a quelli circostanti, determinando una suddivisione coloristica in due zone della conca.
L’evoluzione urbanistica dei luoghi, con la costruzione dell’autostrada, e l’edificazione dello scorso secolo, ha vistosamente modificato questa situazione felice, ed anche i colori che caratterizzavano le due parti della conca sono progressivamente venuti meno, quasi scialbati dal nuovo edificato.
Peraltro, mentre la villa Gavotti è pressoché soffocata da autostrada e costruzioni recenti, sull’altro lato del Sansobbia la villa Faraggiana gode di una situazione molto più favorevole, che è appannaggio di pochi monumenti sul territorio ligure: si è conservato in gran parte il contesto paesistico in cui si trovava originariamente inserita, addirittura con parte dei terreni agricoli; ma, soprattutto, quando si entra all’interno del cancello, si percorrono i viali di accesso, si gira nei giardini, non si percepisce quasi nulla dell’edificazione circostante, e sembra di essere immersi in una situazione d’altri tempi. Privilegio questo che la villa Faraggiana condivide con pochi altri monumenti sul territorio ligure: ad esempio con la Badia di Tiglieto, anch’essa circondata dalla sua piana, dai suoi terreni a parco o agricoli, e visivamente non contaminata da edificazioni riferibili a secoli recenti.
La villa si raggiunge dalla strada costiera, svoltando verso monte in prossimità della “Fabbrica Casa Museo Giuseppe Mazzotti” (LINK!); poco dopo, svoltando a sinistra in mezzo all’edificato recente, si raggiunge l’elegante esedra su cui si apre il lungo viale in salita attraverso il quale si accede alla proprietà (foto 1); a metà del viale la villa appare maestosa (foto 2) con i suoi sette assi di finestre disposti su tre livelli; solo arrivando sul vasto parterre che circonda il piano terreno, si scopre che il volume è molto più articolato di quanto appaia da distante (foto 3) con i suoi due corpi laterali arretrati, ed i due bassi volumi terrazzati che si estendono su tutta la larghezza della proprietà.
Il parterre è definito, sui due lati, da due belle fontane con statue marmoree: Bacco sul lato monte (foto 4) e Diana (foto d' apertura) verso valle.
Tra il viale d’accesso e il parterre, ad una quota più bassa di questo, si estende il vasto e ben curato giardino all’italiana (foto 6); di fronte alla villa, sul lato opposto del viale di accesso, attraverso un arcone trionfale, si accedeva in origine al viale che portava al mare, ed oggi al terreno agricolo annesso.
I costruttori: la famiglia Durazzo.
Profughi albanesi arrivati a Genova verso la fine del 14° secolo, i Durazzo – il cognome identificava in realtà la loro provenienza – divennero mercanti nel settore tessile, e si integrarono socialmente e politicamente nella Repubblica Genovese, aggregandosi all’”Albergo” Grimaldi. Arrivati al dogato nel 1573, divennero marchesi di Gabiano nel 1624, e poterono permettersi di far dipingere addirittura da Guido Reni la pala dell’Assunta, che ancora oggi orna la loro cappella gentilizia nella chiesa di S. Ambrogio in piazza Matteotti a Genova.
Dai Durazzo di Gabiano - che agli inizi del 18° secolo acquisteranno il primo palazzo di Via Balbi, a fianco della Basilica della SS. Annunziata, dove ancora oggi sono insediati i loro discendenti col cognome Cattaneo Adorno – si distinsero i discendenti di Gerolamo Durazzo, che abitavano invece nel palazzo di Via Balbi, davanti alla chiesa di S. Carlo, venduto poi ai Savoia ed oggi noto come “Palazzo Reale”.
A questo ramo della famiglia si deve la costruzione della villa di Albissola, avvenuta nel 1736 ad opera di Gerolamo II° Durazzo; una delle numerose dimore di villeggiatura di questo ramo della famiglia, proprietaria tra l’altro anche della villa al centro di S.Margherita Ligure, oggi comunale; e della splendida villa di Romairone, in Val Polcevera a Genova, distrutta nel secolo scorso per far posto alla raffineria Garrone,
Le vicende della villa.
I Durazzo avevano acquistato ad “Albizzuola” una grande proprietà fondiaria che arrivava fino alla riva del mare; nel 1736 un preesistente casino di caccia, venne ampliato e trasformato nell’attuale palazzo ad opera di maestranze attive anche in altri edifici commissionati dalla famiglia, come il “maestro Orsolino”. Anomala la decorazione delle facciate, con i grandi medaglioni alternati ai timpani delle finestre, certamente estranea agli schemi decorativi tipici del genovesato.
Tra il 1737 e il 1742 furono realizzati: i viali di raccordo e presumibilmente i giardini, mentre solo un decennio più tardi furono realizzate le scenografiche di laterali terrazzate.
Nel 1770 i Durazzo, discendenti di Gerolamo, si unirono con il ramo dei marchesi di Gabiano, dando vita ad un’unica potente e ricca famiglia, proprietaria anche della sontuosa Villa Durazzo di Cornigliano, adiacente alla riva del Polcevera e al mare, ed oggi posta ai margini della dismessa acciaieria.
Nel 1821 la villa di Albisola venne alienata ai Faraggiana, nobili liguri che si trasferirono successivamente a Novara: proprio a questo Comune appartiene oggi, a seguito di lascito avvenuto nel 1961 da parte dell’ultimo membro della famiglia, morto senza eredi.
Il Comune di Novara ha aperto al pubblico la villa dal 1968, come “testimonianza del costume di un’epoca”.
La villa.
Come “testimonianza del costume di un’epoca” la villa costituisce certamente la massima espressione del “vivere in villa” che sia oggi aperta al pubblico sul territorio ligure; sotto questo aspetto l’espressione “Casa Museo” è certamente riduttiva: si tratta di un complesso unitario, rimasto pressoché intatto dal momento della sua costruzione, articolato in complesso di elementi in cui la “casa”, ancora con i suoi arredi originari, è soltanto una delle componenti; è infatti ancor oggi integrata dagli altri elementi che erano necessari all’”otium”, come giardino, parco e spazi agricoli.
Altri esempi di maggiori dimensioni, ed ancora abbastanza integri come le ville di Pegli e di Nervi, hanno ormai irrimediabilmente perso l’elemento della “casa”, ancora esistente come edificio ma privata dei suoi arredi, e ridotta a scuola, museo, o uffici.
Per questi motivi ritengo che la Faraggiana sia un unicum a livello ligure; anche se al suo interno manca, purtroppo, quel senso di casa ancora abitata che si respira invece a Casa Carbone a Lavagna, ed anche nell’Appartamento Reale del Palazzo Reale di Genova: ma qui è merito di curatori particolarmente attenti, che dispongono di oggetti di documentazione della vita nella “casa” quando era ancora abitata dai proprietari, e li espongono per ricreare atmosfere d’antan.
Non mi è dato sapere se analoga disponibilità sussista nel caso di Villa Faraggiana: i responsabili del Museo sono infatti lontani, a Novara, ed affidano la mia visita ad un custode che – seppure in grado di citare di riflesso cose apprese dalle guide turistiche – non è certo in grado di fornire notizie ad un visitatore curioso, che deve informare altri potenziali visitatori.
Una serie di particolari – come il vasellame e le sculture esposte su molte consolles e tavoli – lascia supporre che molti documenti di arredo minuto, di vita vissuta nel palazzo, siano ancora disponibili, magari accatastati in qualche magazzino, ed attendano soltanto di essere resi nuovamente disponibili ai visitatori più attenti.
La successione degli ambienti è quella tradizionale delle abitazioni nobiliari del tempo: al pianterreno grande atrio centrale, circondato da sale di rappresentanza aperte sul parterre; scalone; al primo piano salone, circondato da una serie di salotti e camere da letto da parata, integrate nel percorso di rappresentanza, e non autonome in una specifica “zona notte”; nel mezzanino superiore (non visitabile) vani più privati.
A questi vani si aggiungono, al piano terreno, la cappella (integrata in una delle ali arretrate del corpo principale dell’edificio) ed altre grandi sale di rappresentanza, con porte-finestre aperte sul parterre.

L’Atrio (foto sopra) con volta a pennacchi e vele, è caratterizzato da grandi paraste in marmo rosa, con capitelli in marmo verde; frutto, presumibilmente, di un’integrazione otto/novecentesca; sui muri laterali, non occupati da porte, due bei bassorilievi neoclassici, probabilmente dovuti a Gaetano Cantoni e Santino Tagliafichi, di cui sono documentati interventi nel palazzo (foto 8).
Delle sale che circondano l’atrio è visibile dal pubblico soltanto la Sala di Flora (foto 9,10,11), delizioso ambiente interamente settecentesco ricoperto di affreschi, variamente attribuiti a Gio Agostino Ratti, oppure ad Antonio Golfi.
Attraverso uno sfondato della volta Flora sparge i suoi fiori; sotto, inserite in trasparenti quadrature, scene di paesaggio e cammei monocromi riempiono le pareti, smaterializzandole e facendo entrare nella sala quella natura che le pareti impediscono di vedere;
purtroppo le foto, realizzate a museo chiuso al pubblico, non fanno comprendere il rapporto di questa sala con lo spazio esterno su cui si apre.
Gli arredi della sala, in lacca verde e oro, sono invece riferibili al secondo ottocento.
Ritornati nell’atrio, attraverso alcuni scalini si accede ad un ballatoio, da cui si diparte lo scalone di accesso ai piani superiori; nel nicchione di fondo una statua raffigurante il “ratto di Proserpina” si ispira all’analogo gruppo dello Schiaffino, che i Durazzo conservavano nella Galleria degli Specchi del loro palazzo di via Balbi a Genova, ora “Palazzo Reale”; presumibilmente la statua era destinata ad un ambiente esterno, ed è stata qui collocata in occasione di lavori di ristrutturazione – riferibili al periodo tra otto e novecento – che hanno riguardato il completo rifacimento dello scalone, le paraste in marmo dell’atrio, la cornice e le decorazioni del nicchione, l’antisala del piano nobile; i marmi policromi dello scalone, i pilastrini in travertino, il lucernaio che lo sovrasta, non appartengono infatti al periodo di costruzione della villa, ma probabilmente ad interventi dei Faraggiana.
Dall’antisala del piano nobile (foto 13) ornata da due bei busti femminili, si accede ad un’anticamera neoclassica (foto 14) ornata da due grandi quadri di paesaggio e da tele sovraporta ovali; tra i mobili, due bei cassettoni del primo settecento genovese, bisognevoli di restauro.

Sull’anticamera si affaccia il più sontuoso e felice ambiente del palazzo, la camera da letto (foto 15 e foto sopra) ornata da raffinatissimi stucchi policromi del primo settecento, ed arredata con il sontuoso letto a baldacchino, evidentemente qui trasportato da altra dimora, in quanto è documentata la sua realizzazione nel 1680, in occasione del matrimonio di un membro della famiglia Durazzo.
Si tratta dell’unico arredo del genere esposto in Liguria, e vale la pena, dopo averne ammirato l’architettura, soffermarsi a guardare i particolari ricamati a punto raso: cinghiali, conigli, galli, scimmiette, (foto 17,18,19), inseriti tra fiori e verdura, ornano spalliere, testata e baldacchino di questo sontuoso arredo.
Gli stucchi sono tipici del genovesato: uniscono tralci d’edera, fiori, volute e pellaccette entro cornici, secondo le usanze del tardo barocco europeo, ma con una particolarissima freschezza ed eleganza; questo tipo di decorazione raggiunge il suo livello più alto nelle ville “di delizia”, e soprattutto nella villa Della Rovere Gavotti di Albissola superiore, e nella villa Saluzzo Mongiardino di Albaro.
Dell’arredo della stanza – la cui finestre si aprono sulla terrazza che sovrasta i saloni delle quattro stagioni – fanno parte anche due cassettoni laccati (foto 20), anch’essi tipici delle ville di vacanza dei nobili genovesi, ma presumibilmente molto ridipinti, e pertanto privi dell’originaria freschezza.
Ritornati nell’anticamera neoclassica, si accede alle due sale che affiancano il salone centrale, entrambe dovute a rifacimenti del primo ottocento, presumibilmente dopo l’acquisto da parte dei Faraggiana: la prima (foto 21) caratterizzata da tele sovrapporta ottagonali con putti, e la sontuosa sala da pranzo (foto sotto): piacevoli i sovraporta con paesaggi monocromi, una discreta tela seicentesca con Madonna, Bambino e Santi (la qualità dei quadri esposti nella villa non è certo eccelsa), splendidi mobili dorati, come la consolle con specchiera (foto 23) e le sedute, probabilmente riferibili al Peters (foto 24). 
Il salone centrale della villa (foto 25), rimasto con le sue caratteristiche settecentesche, è arredato soltanto da un grande lampadario e da tele entro cornici di stucco; è attualmente occupato da una serie di strumenti musicali, tra cui un curioso “arpicordo” (foto 26), in pratica un arpa suonata attraverso una tastiera.
Sull’altro lato del salone altri ambienti del primo ottocento: la biblioteca (foto 27) e la bella e colorata sala dei “papier peints”: le pareti sono rivestite con tappezzerie inglesi, evidentemente stampate appositamente per questo locale: sovraporta monocromi, specchiature a sfondo verde, cornici con candelabre colorate (foto 28); gli arredi della sala, con esclusione della splendida consolle neoclassica bianca e oro (foto sotto) sono genovesi del periodo “Luigi XVI”. 
Attraverso un salottino dominato da un ritratto tardo ottocentesco (foto 30) si arriva ad una seconda stanza da letto (foto 31), altro eccezionale ambiente arredato nel primo ottocento, e caratterizzato dal “pregadio” (foto 32), piccola cappella con stucchi policromi settecenteschi, analoghi - ma ancora più belli - a quelli della stanza del baldacchino; l’affresco con la Madonna della Misericordia che appare al Botta è ad affresco, opera di Gio Agostino Ratti così come le sette telette ovali incastonate negli stucchi.
Gli arredi, tra cui il letto a barchettone, e i due comò (foto 33 e 34) sono del Peters, ed hanno architettura,intagli e dorature di grande qualità.
Pavimento in ceramica napoletana del settecento, uno dei due rimasti nella villa, assieme a quello della Sala delle Stagioni.
Alla stanza è annesso uno studiolo (foto 35) con bei mobili francesi del primo ottocento.
Ritornati al piano terra, attraverso le porte finestre aperte sul parterre si accede alla Sala delle stagioni (foto 36) vasto ambiente sviluppato su sette campate, ognuna recante sullo sfondato della volta trasparenti affreschi entro quadrature (foto da 37 a 43) dovuti al pennello di Gio Agostino Ratti e Giuseppe Galeotti.
Sul fondo della sala, inquadrata da capricci sovrastati da scene di idilli, la grandiosa macchina scenica della consolle-specchiera di Filippo Parodi, con il mito di Narciso (foto 44): niente volute rococò, ma solo un costruito di roccia ed elementi vegetali sostiene Narciso che, in equilibrio sulla sommità, si riflette nello specchio-fonte che costituisce il piano stesso della consolle, prima che si verifichi la sua metamorfosi; uno dei suoi cani si alza sulle zampe verso la fonte, mentre l’altro in basso abbaia presago degli eventi.
Fino a qualche anno fa questo straordinario arredo-scultura veniva affiancato alla specchiera di Palazzo Rosso a Genova, allora collocata nel salone del secondo piano nobile, ed oggi smontata in attesa di ricollocazione; prima che Piero Boccardo scoprisse, dagli archivi, che la specchiera di Genova non era in realtà del Parodi, ma costituiva un riassemblaggio di pezzi provenienti da un letto di casa Brignole Sale.
Nella Sala delle stagioni si trovano anche quattro statue del Parodi rappresentanti le stagioni (foto 45/48).
Al piano parterre di una delle due ali arretrate del corpo principale della villa si trova anche la Cappella, ambiente con cui si chiude la visita (foto di chiusura e 50): anomala la struttura – quasi un teatrino, con tanto di palchetti su due ordini – ed il colore: un intenso azzurro, intervallato dal blu-lapislazzuli delle paraste, e impreziosito dagli stucchi dorati.
Sull’altare l’apparizione della Madonna al Botta, sempre di Gio Agostino Ratti, analoga a quella già vista nel Pregadio del piano nobile.
Dei quadri della villa c’è poco da dire: niente che possa rilevare al di là della funzione decorativa che rivestono per le singole sale; non doveva essere così in origine, sia per la nota qualità dei quadri di cui si circondavano i Durazzo, sia perché si ha notizia di un furto di cui sarebbero state vittime anche due tele del Grechetto.
...un intenso azzurro, intervallato dal blu-lapislazzuli delle paraste, e impreziosito dagli stucchi dorati: 
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La villa è aperta al pubblico nei pomeriggi dei mesi da marzo a settembre. Alcune sale del pianterreno, ed il parterre, sono utilizzate anche per cerimonie, mostre e manifestazioni; certamente sede ideale per un pranzo di matrimonio da sogno, come in poche altre realtà sul territorio ligure.
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