TRIMESTRALE DI EVENTI, CULTURA, ARTE, MUSICA, PERCORSI D' AUTORE, TURISMO, LAVORO, BENI CULTURALI E MATERIALI, STORIA E TRADIZIONI TRA I MONTI E IL MARE DELLA LIGURIA
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N°1: "..Il quale è da me incaricato di procurare l' imbarco su bastimenti a vapore e mai sul velieri emigrazione e ritorni di ermanno m. crestana

Bartolomé Bignone, una circolare del 1872 e "belin" nella Nueva Rivista de Philosophia del 1947. Ognuno dei dieci milioni e mezzo di italiani che partirono tra il 1875 e il 1910 aveva nel cuore la speranza di tutti gli emigranti: quella di diventare ricco e di ottenere, abandonando la madre patria, i doni di un destino che il lavoro e un po' di fortuna avrebbero loro preparato. A parte le balie, i falegnami, gli intagliatori, i barbieri, i marmisti, i decoratori, gli emigranti italiani erano accettati per i più umili lavori di manovalanza anche perché non desideravano mettere radici all' estero ma restarvi solo per il periodo necessario ad accumulare quanto sarebbe bastato a comprare, in patria, un pezzo di terra.
Di quei dieci milioni e mezzo di italiani, circa la metà, nel succedersi degli anni, è tornata alle originarie zone di partenza. Ma i figli e i nipoti degli antichi emigranti ora fanno parte della storia degli Stati Uniti d' America (come Philip Mazzei da Poggio a Caiano, amico di Jefferson e consulente dei primi dieci Presidenti, ch'è tra i Founding Fathers della Rivoluzione Americana), della storia dell' Argentina, dell' Uruguay, del Venezuela, del Chile e del Perù.
Occorreva quasi un mese per raggiungere New York e quaranta giorni per arrivare nel Mar del Plata. I pasti a bordo erano quel che si può immaginare fino a quando, nel 1901, il governo italiano varò una legge per la tutela della salute degli emigranti. Frequenti erano, durante la traversata, le epidemie, soprattutto di morbillo, accettate come una quasi necessaria fatalità. Durante i decenni dell' emigrazione , si discusse a lungo sui vantaggi e sugli svantaggi di essa. Di positivo c' era il fatto che, allontanando dal paese grandi masse di disoccupati, era possibile diminuire le occasioni di perturbazioni sociali. Inoltre l' emigrazione, determinando una diminuzione dell' offerta di lavoro, faceva migliorare le condizioni dei lavoratori che rimanevano in patria. E l' affkuire di ricchezza tramite le rimesse degli emigrati consolidava sopratutto la piccola proprietà con un evidente riflesso sulla situazione economica della nezione.
Bartolomé Bignone, cognome dalla evidente origine ligure, proprietario terriero presso Buenos Aires, aveva fatto stampare una "Circolare alle Persone che si portano nelle Americhe, con alcuni avvertimenti". La data in calce al foglietto è quella del 1° luglio 1872. In questo invito 'pubblicitario', Bignone rende noto che "attualmente si scarseggia immensamente di donne di servizio e il loro stpendio", una volta assunte a Buenos Aires, "varia da 40 a 60 franche mensili... Chiunque vorrà, potrà presentarsi al mio Agente Sig. Pellegrino Buscaglia di Luigi, piazza De Marini n.2 Genova, il quale è da me incaricato di procurare l' imbarco unicamente su bastimenti a vapore e mai su velieri...".
Nel 1910, a Buenos Aires, che è in gran parte una città italiana con tradizioni italiane, i nostri connazionali possedevano la maggior parte dei mulini;italiani erano 200 su 322 panifici di Buenos Aires; (*) italiani erano i pastai; 84 fabbriche di liquori su 117 erano italiane; 17 oleifici su 39 e 120 su 152 fabbriche di mobili erano italiane; i nostri emigranti possedevano grandi industrie meccaniche e avevano in mano tutta la produzione del riso e gran parte della pesca fluviale e marittima. E possiamo esser sicuri che almeno il 70% di quegli italiani erano liguri.
La Liguria ha vissuto lunghi periodi di recessione ed essi hanno coinciso con l' emigrazione verso l' America. I chiavaresi sono andati in gran numero in Nord America, specialmente in California, e troviamo i loro nomi sfogliando l' elenco dell' "Ulivo d' oro", il premio consegnato ai Liguri che hanno reso famosa la loro terra all' estero. La massa invece si è recata in Argentina e Uruguay.
La "Nueva Rivista di Philosophia Hispanica", che viene pubblicata in Messico, in un numero del 1947 pone in rilievo alcune curiosità linguistiche. "Me importa un belin" (che vorrebbe dire 'No me importa un bledo') significa "Non me ne importa nulla"; e "No se ve un belin" ('Non se ve nada') equivale a "Non si vede niente". Per i sudamericani "Baciccia" è tanto l' antico nome genovese Giovanni Battista quanto il nome che designa in senso lato un bambino: e così "Bachicha" è ilnome del sempliciotto, mentre "embachichar" in Messico vuol dire "rubare". "Shusheta" in Argentina è il 'delatore', e la parentela con il genovese "sciuscia" ('soffiare') è evidente.
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N°2: STORIE D' EMIGRATI 1902 L’ arenzanese Celeste Calcagno ..“Alla mattina si comincia colle stelle e la sera a casa colle stelle”.

Valparaíso, il principale porto del Cile sull’Oceano Pacifico, conta circa 275.000 abitanti e l’insegna “Bacigalupo” accoglie chi s’avvicina al capolinea degli autobus. Le strade della città, labirintiche, acciottolate e in salita, le scalinate e le sedici funicolari, costruite fra il 1883 e il 1916, non possono non ricordare quella Genova da dove era arrivato, ventiduenne, il 10 settembre 1902 dopo 25 giorni di viaggio, l’arenzanese Celeste Calcagno. Lui lo sapeva, perché gliel’avevano lette le lettere disperate di chi era andato prima di lui, laggiù. “Alla mattina si comincia colle stelle e la sera a casa colle stelle”, dicevano quelli che con poche eccezioni - balie, falegnami, barbieri, decoratori, marmisti - scappavano in America per togliersi dalla povertà e andare a finire nella miseria. Ma Celeste, racconta il nipote Giulio, aveva voluto provarci.
Contadino, era partito per andare poi a lavorare in una fattoria agricola, preda di quei sorveglianti-caposquadra spietati che pretendevano dai lavoratori una cospicua percentuale sulla giornata. Ma di terra, in Argentina, ce n’era molta di più. Allora aveva percorso con mezzi di fortuna, partendo da Santiago, quella strada che a tremila metri passa dalla grotta di Puente del Inca, sotto l’Aconcagua, per arrivare a Buenos Aires. In Argentina, gli italiani, i più fortunati e intraprendenti, non se la passavano male. (*) Possedevano la maggior parte dei mulini; italiani erano 200 su 322 panifici di Buenos Aires; italiani erano tutti i pastai, 84 fabbriche di liquore su 117 erano italiane, e lo erano 17 oleifici su 39, 120 su 152 fabbriche di mobili.
Celeste si dà da fare e si guarda attorno. La vita del contadino sfruttato non la vuole continuare. È troppo debole per diventare un piccolo imprenditore ed è troppo forte per lasciarsi abbattere dalle circostanze. Allora, a 23 anni, diventa garzone d’un fornaio. Alzarsi alle due del mattino non lo spaventa: andrà a letto prima. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, riesce a racimolare qualcosa e a mandare alla famiglia un po’ di denaro, ma non tramite corrieri improvvisati che spariscono coi soldi. La fratellanza fra poveri aiuta, a meno che non s’incontrino i delinquenti, pronti ad aspettare la vittima di turno. E Celeste tiene gli occhi aperti, e il magro portafogli ben chiuso. Gli basta poco. Il padrone, un abruzzese, l’ha preso in simpatia per la sua caparbia e la sua voglia di lavorare, quasi rabbiosa, e quando Celeste non è nel panificio per guadagnare va a pulire trippe nei “frigoríficos” vicino al Riachuelo, coi muscoli irrigiditi dal freddo. Non ci à messo molto ad accettare che non sarebbe mai diventato ricco ma non vuole tornare ad Arenzano peggio di quando era partito. La maggior parte degli emigrati non trovò mai i soldi per venirsene in patria né avrebbe voluto trascorrere dei giorni a Buenos Aires nell’Hotel des Inmigrantes, un enorme edificio che accoglieva sotto le sue volte scure la gente spaesata e appena sbarcata.
Giulio racconta che il nonno scriveva alla madre delle lettere con un’ortografia maldestra nelle quali già l’italiano si contaminava con lo spagnolo parlato. Stenti, delusioni, speranze, piccoli passi avanti. Ma Celeste è nato contadino e un bel giorno incontra Bartolomeo Podestà, un chiavarese, che è riuscito a diventare un piccolo proprietario agricolo. Il padrone, dopo un periodo, chiamiamolo, d’osservazione, lo fa diventare responsabile d’una parte delle coltivazioni. Celeste, insieme con Podestà, coltivano con metodo e intelligenza - facendosi spedire dall’Italia non solo le sementi ma perfino le larve di insetti per combattere alcuni dannosi parassiti locali - la vite, frutta, cereali e ortaggi. In breve le loro cipolle, i loro fagioli, i loro piselli e le loro mele diventano famosi e il piccolo proprietario terriero si afferma come il capo d’un’azienda agricola modello, apre due caseifici e anche una fabbrica di mattoni. Celeste sta andando avanti e, a meno che le cose non volgano al peggio, è sicuro di sé tanto da esser pronto a sposare Giovanna, una nipote di Bartolomeo Podestà, dalla quale avrà due figli, Antonio e Carolina.
Giulio mostra le fotografie d’un nonno Celeste orgoglioso con la moglie davanti alla sua casetta, tutta costruita da sé, ma si rincresce che non sia potuto tornare nella sua Arenzano dalla quale era partito con quasi nulla se non la voglia di migliorare e di sfidare l’ignoto, come un esploratore ardimentoso che parte senza mappe e senza soldi per un continente umano sconosciuto.
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