TRIMESTRALE DI EVENTI, CULTURA, ARTE, MUSICA, PERCORSI D' AUTORE, TURISMO, LAVORO, BENI CULTURALI E MATERIALI, STORIA E TRADIZIONI TRA I MONTI E IL MARE DELLA LIGURIA

C L O S E

CASE-MUSEO IN LIGURIA:
la villa Durazzo-Centurione-Chierichetti
di Santa Margherita Ligure

beni culturali e mostre di bruno cervetto


Primo Novecento, stanza umbertina, foto 27

Restiamo sempre con la famiglia Durazzo: dopo il Palazzo Reale a Genova, e la villa di Albisola, l’occasione viene dalla grande villa posta al centro di Santa Margherita Ligure, anch’essa costruita dallo stesso ramo della ricca e potente famiglia genovese.
Le analogie tra le due ville si riducono peraltro all’identica committenza, mentre completamente differenti sono la loro collocazione e la loro struttura. Quella di Albissola (LINK) è costituita da una struttura articolata su tre volumi principali, circondati da due basse ali terrazzate, che le fanno assumere un andamento aperto e disteso; è inoltre collocata all’interno di una conca che la rende totalmente autonoma dal paesaggio circostante. Questa di Santa Margherita Ligure è invece costituita da un volume cubico, sormontato da un tetto a piramide, posto su una collinetta da cui domina il porticciolo e il vecchio borgo; ben visibile da qualunque punto dei dintorni, e in grado di vedere un vastissimo panorama, che comprende il mare antistante e tutta la costa di levante, verso Chiavari e Sestri (foto 1 e 2).






foto 2

LA VILLA: struttura e storia

Struttura e collocazione dell’edificio presentano analogie con la villa Cambiaso di Albaro, a Genova, che hanno spinto alcuni ad attribuire il progetto dell’edificio nientemeno che a Galeazzo Alessi; paternità con cui contrastano i documenti, che parlano di una costruzione avvenuta nel 1608, su committenza del marchese Gio Luca Chiavari; ma con cui contrasta anche la stessa facciata dell’edificio, priva di quella complessità decorativa, di quei chiaroscuri manieristici che caratterizzano le opere del grande architetto. Ben presto (1642) la proprietà della villa passò a Gerolamo Durazzo, che aveva sposato una figlia del marchese Chiavari; alcuni documenti testimoniano di importanti lavori di ampliamento effettuati da suo figlio Gio Luca dopo il 1678; tra l’altro in concomitanza con i lavori che interessavano il palazzo di Genova della famiglia, ora Palazzo Reale, su progetto di Carlo Fontana.

I lavori sull’edificio terminarono nei primi anni del ‘700, e presumibilmente il suo aspetto era già quello attuale: due piani nobili, ognuno col soprastante mezzanino; quattro facciate pressochè identiche, delimitate sugli angoli da un vistoso bugnato che arriva fino alle mensole di sostegno del cornicione; sette assi di finestre per ogni facciata, tutte circondate da semplici cornici aggettanti; le finestre del piano terra sono invece circondate da cornici a bugnato che ricordano quelle di Palazzo Rosso a Genova. Solo la facciata verso il mare (foto 3) è animata dal timpano del portale principale, circondato da due oblò e delimitato da due pilastri bugnati, che simulano un falso sfondato. Curiosi i due balconcini angolari del primo piano nobile.

Le finestre sono tante, tra di loro molto ravvicinate, e anche molto vicine agli spigoli dll’edificio; evidentemente si è voluto privilegiare il rapporto tra gli interni e lo straordinario paesaggio circostante, creando numerosi assi visivi che consentissero questa integrazione. La facciata posteriore, verso il parco (foto 4) è invece animata dalle tre finestre lunettate del piano terra; solo sul lato est esisteva una loggia aperta, oggi tamponata e chiusa con finestre simili alle altre.

Profondamente diversa da oggi era invece la situazione del parco, che da un disegno del Vinzoni (1773) risulta ancora costituito da un parterre “all’italiana” sul lato ovest della villa, proprio dove oggi si trova la vasca col Satiro in bronzo (foto 5) e le piante di “cycas revoluta” (foto 6); tutti i terreni pianeggianti, quelli attorno alla villa e quelli degradanti verso il mare, fino alla chiesa dei Cappuccini, erano invece coltivati, probabilmente ad uliveto ed orto (la cosa straordinaria, in una realtà rivierasca dove evidentemente le pressioni per l’utilizzo a scopi edilizi delle aree costiere sono molteplici, è che questi terreni sono tuttora coltivati ad orto (foto 7). La parte più scoscesa della proprietà, verso monte, oggi occupata dal parco,era invece un bosco di castagni.

Nel 1821 la villa venne venduta dal marchese Marcello Durazzo ai principi Centurione Scotto, altra nobile famiglia genovese, che fino al 1890 conservarono alla dimora le sue caratteristiche di residenza nobiliare.

Problemi economici spinsero il principe Giulio ad affidare l’edificio alla famiglia Maragliano, che già gestiva un albergo a Santa Margherita: dal 1892 al 1910 la villa divenne il “Grand Hotel”, con ospiti illustri come la Regina Margherita. Ai primi anni del ‘900 si deve far risalire anche la dispersione dei preziosi arredi, e di numerosi quadri tra quelli con cui i Durazzo avevano arredato la villa: si parla di un’asta romana, ma anche della vendita diretta sul posto. Quando, nel 1919 la villa venne venduta all’industriale lombardo Alfredo Chierichetti, è probabile che i suoi interni fossero notevolmente degradati, pressochè spogli di mobili, e che degli antichi arredi restassero solo alcune tele che ancora oggi vi sono conservate.

Ai Centurione e ai Chierichetti si deve invece la trasformazione del terreno retrostante la villa, e dei parterres, in un rigoglioso parco all’inglese con numerose essenze esotiche, come palme, magnolie, canfore e Cycas; e con la creazione di nuovi viali e nuove visuali della villa, e dalla villa stessa.

Nel 1973 la villa venne acquistata dal Comune di Santa Margherita, per essere destinata a museo, sede di rappresentanza e sede di eventi.





..scenografico cannocchiale che l’attraversa tutta, foto 10

LA VISITA GUIDATA

Si deve ad Alfredo Chierichetti, con l’ausilio del pittore sammargheritese Giovanni Franceschetti, la completa trasformazione degli interni della villa, che oggi appare come esempio di una elegante residenza eclettica del secolo scorso. Gli interventi sull’edificio avvennero senza seguire le mode del momento, ma creando raffinati ambienti “in stile” rococò o Luigi XVI, che ad una lettura superficiale possono sembrare anche autentici, e quindi appartenenti al passato meno prossimo dell’edificio; confesso che la luminosa decorazione rococò della cosiddetta “sala del belvedere” mi ha tratto inizialmente in inganno, al punto da farmela ritenere l’unico ambiente superstite della decorazione settecentesca della villa.

In realtà tutte le decorazioni dipinte sono dovute al Franceschetti; così come il disegno del “risseu”, in ciottoli bianchi e neri, che precede l’accesso posteriore (foto 8), e dei vialetti del parco (foto 9).

A lui, presumibilmente, sono da riferire anche alcuni stucchi che, a prima vista, sembrerebbero settecenteschi, come le conchiglie che decorano le due nicchie dell’atrio verso mare, e soprattutto le due sottostanti finte fontane sormontate da putti suonatori (foto 10). Il gusto sobrio ed equilibrato con cui Franceschetti ha ridato dignità alla villa - rispettandone comunque la qualità architettonica, o incrementandola come è avvenuto nella “sala verde” (foto 11) che è stata ingrandita ed a cui è stata rialzata la volta - dimostra come sia stato molto di più di un artigiano e di un decoratore: certamente una persona coltissima e diabolicamente capace nell’esecuzione, ma anche un vero artista dell’architettura d’interni; un Renzo Mongiardino dei suoi tempi, anche se privo della visionarietà di questo grande architetto “da camera”.

Entrando nella villa dall’ingresso verso il mare, si apprezza subito lo scenografico cannocchiale che l’attraversa tutta (foto 10) unendo in un unico ambiente i due ingressi contrapposti, e il grande atrio (foto 12 e 13); i due livelli su cui questo lungo spazio è articolato, il doppio diaframma dei pilastri, lo scalone sulla sinistra, incrementano l’articolazione spaziale di questo vasto e straordinario ambiente. Dall’atrio centrale si accede a due sale contrapposte: a sinistra la “sala da pranzo” (foto 14) caratterizzata da quattro sovrapporta a lunetta, con paesaggi fantastici; a destra la già citata “sala verde”, decorata da sobri stucchi neoclassici, e dal grande lampadario; alle pareti, entro cornici sempre di stucco, quattro bei ritratti del settecento. Come in tutta la villa - salvo alcuni pezzi che indicherò - i mobili sono recenti; mentre tutti i quadri sono antichi, presumibilmente parte dell’originario arredo della villa, anche se di qualità abbastanza discontinua.

In un vano del primo mezzanino, cui si accede attraverso il primo ballatoio della scalone, è stato ricostruito lo studio di Vittorio G. Rossi (foto 15), illustre scrittore e giornalista originario di Santa Margherita.

Attraverso il luminoso atrio del primo piano (foto 16), dominato dal busto entro nicchia di Gio Luca Durazzo, si accede al grande salone (foto 17); è abbastanza anomalo che l’ambiente di rappresentanza più prestigioso dell’abitazione sia privo di finestre: l’illuminazione naturale arriva infatti solo attraverso le tre aperture sull’atrio, e le tre sul “salotto del belvedere”.

E’ decorato da stucchi policromi (cornicione, cornici porte e sovraporte) che potrebbero appartenere alla decorazione settecentesca della villa, ovvero essere riferibili agli interventi del Franceschetti. Alle parete alcuni ritratti del seicento genovese, riferibili al Carbone (foto 18) e al Borzone (foto 19); nonchè una bella tela (foto 20) di impianto gaullesco, l’unico quadro a soggetto religioso della villa.

In asse col salone, sul lato mare, troviamo il più delizioso ambiente della villa, il “salotto del belvedere” (foto 21 e 22): qui il Franceschetti ha superato sè stesso, con una decorazione in stile rococò degna dei più begli ambienti del barocchetto genovese, per il raffinato gioco dei colori e le invenzioni scenografiche: sul soffitto una finta loggia con balconi, da cui si affacciano personaggi, incornicia lo sfondato attraverso il quale si vede il cielo, animato dalle figure delle quattro stagioni; sulle pareti le cornici delle porte sono sovrastate da putti reggifestone e vasi.

Il salotto d’angolo verso ponente (foto 23) è denominato “salotto impero”: pavimento chiaro e luminoso della seconda metà dell’800, soffitto a grossi riquadri colorati con grottesche e medaglioni con divinità, mobili dorati del primo novecento, che s’ispirano a mobili impero.

Adiacente la “stanza umbertina” (foto 24) caratterizzata da un arazzo ricamato su seta rossa come capoletto, e da mobili del primo novecento in stile rococò; da ammirare, perchè di grandissima qualità, i pannelli scolpiti a bassorilievo di armadio, testate del letto e comò (foto 25, 26 e 27) in bilico tra il richiamo rococò e le leggerezze tipiche del liberty.

Ritornando sui propri passi, attraverso il salotto del belvedere si accede alle sale del lato di levante della villa: la prima è denominata “salotto di murano” (foto 28); sotto il bel soffitto a grottesche e quadrature con rovine (foto 29) consolle con specchiera e quadri entro finte cornici riempiono tutte le pareti, riprendendo l’usanza delle quadrerie genovesi del sei/settecento.





..soprattutto la tela di G. Andrea De Ferrari , foto 30

I quadri presenti nella sala sono di grande qualità: soprattutto la tela di G. Andrea De Ferrari (foto 30) ed i quattro putti reggifestone sopra le porte: sono riferibili a Domenico Piola, come i due putti che troveremo nella “stanza degli ospiti”, e come questi sono parti superstiti di un unico fregio poi smembrato, di quelli che nel ‘600 decoravano la parte alta di saloni, tra soffitto e cornicione. Bello il salotto dorato degli inizi del ‘900, con poltrone “ovaline” e divano “a corbeille”, ricoperte di finissimi arazzi.

Segue la “camera cinese” (foto 31) con mobili laccati nero e oro, e una bella tela di Giacomo Boni raffigurante “il Trionfo di Flora” come capoletto.

Nell’adiacente spogliatoio sono conservati tre mobili degni di nota, perchè sono tra i pochi veramente antichi della villa: uno scrittoio lombardo in radica del ‘700 (foto 32) e due raffinatissime consolles con specchiera neoclassiche, non uguali tra di loro (foto 33 e 34) anch’esse probabilmente lombarde; tutti mobili verosimilmente portati dal Chierichetti e relegati in un ambiente di servizio quando furono sostituiti coi nuovi arredi disegnati dal Franceschetti.

Ultima la cosiddetta “stanza degli ospiti” (foto 35) ora arredata con un bel salotto del secondo ottocento, e con un pianoforte a coda; tra i quadri inseriti in finte cornici, i due putti del Piola di cui ho fatto cenno parlando del salotto di Murano.

All’esterno il parco, tutto da gustare con la sua rigogliosa eleganza, le vedute mozzafiato sul paesaggio circostante, e le statue che le incorniciano (foto: 36,37,38,39). Oltre a queste statue in stile settecentesco - coerenti con la tradizione dei parchi romantici – il Chierichetti inserì nel parco anche alcune sculture in stile medievale, come quelle delle foto 40 e 41; frutto probabilmente di una personale ricerca collezionistica, peraltro del tutto incoerente con la villa e la sua storia.

Nonostante la piacevolezza dei suoi interni, e gli sforzi del Comune di Santa Margherita per il recupero dei suoi spazi interni ed esterni, la villa appare oggi più come un luogo di rappresentanza, una sede prestigiosa di eventi, che non una casa-museo; almeno secondo i presupposti da cui sono partito, di illustrare abitazioni che fossero diventate museo, ma che dell’abitazione conservassero ancora le caratteristiche. Secondo questi presupposti, la villa di Santa Margherita non è ancora un museo, e pur essendo stata una prestigiosa abitazione, non è più una casa. Del museo le mancano ancora alcune caratteristiche minimali, come un apparato didattico; della casa conserva invece solo una serie di arredi disposti in una serie di sale, ma le manca il “sapore” dato dagli elementi minuti di arredo che parlano di chi l’ha abitata per ultimo: dalle tende alle finestre, ai servizi di piatti, ai soprammobili, ai pennelli e rasoi da barba nei bagni. Certamente, torno a ripetere che di Casa Carbone (LINK) ce n’è una sola: nel senso che in questo prezioso documento di vita familiare, il proprietario-donatore ha voluto trasferire alla collettività anche qualcosa di più intimo e privato che non i soli arredi. Analogo discorso si può fare per tutte quelle case-museo che, magari nei depositi, hanno conservato elementi della vita familiare o sociale all’interno di esse; per la splendida villa di Santa Margherita è probabile che al Comune siano stati trasferiti dai Chierichetti solo l’edificio e alcuni arredi, portando via le testimonianze di vita più minute; può sembrare quindi impossibile esporre quello che non c’è più. L’eclettismo che caratterizza la villa rende peraltro legittimo acquisire elementi di arredo che siano appartenuti ad essa in passato, ma anche qualcosa che verosimilmente potrebbe esserle appartenuto; non dubito che il Comune di Santa Margherita - che segue la villa con tanta attenzione, e che certamente non difetta dei mezzi economici necessari - sarà in grado, nel giro di alcuni anni, di renderla sia Museo, che Casa.




foto 38
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