percorsi.. * DI CULTURA MATERIALE E DEL LAVORO * di STEFANO VILLA       pietremare n° 1 2002



ORME DI DINOSAURI, STORIE
DI DRAGHI E SISTEMI
DI EMULAZIONE ROBOTICA



Pareiasaurus, Dilophosaurus, Ceratosaurus o Vulcanodon ricostruiti a grandezza naturale nel cortile del Museo Geopaleontologico del Castello di Lerici, scienza e spettacolarità nel ricordo dei veri dinosauri e dei mitici draghi della Liguria di levante

DINOSAURI E DRAGHI IN LIGURIA

Uno mitico e l'altro storico, anzi preistorico. Sono i due mondi che s'incontrano nella stessa terra, la Liguria di Levante, dove la scoperta di straordinarie tracce di dinosauri ha svelato uno stupefacente "Jurassic Park" nello spezzino, ricchissimo però anche di miti e leggende su draghi e dragoni, mostri che ai confini del nostro immaginario e nelle più recondite paure si fondono con le ombre tanto affascinanti quanto inquietanti delle creature preistoriche. Come i dinosauri e i tecodonti che popolavano la Liguria, le cui impronte ritrovate a Lerici nel 1987, uniche e meravigliose, hanno spalancato le porte alla conoscenza di un mondo lontano da noi duecento milioni di anni. Il merito è di un giovane e appassionato studioso, Ilario Sirigu, poi affiancato da esperti e cattedratici universitari, e dai suoi ritrovamenti è scaturita anche la rinascita del Castello di Lerici, completamente restaurato per ospitare un prestigioso e spettacolare museo geopaleontologico di straordinaria importanza scientifica. E' uno splendido maniero ( quasi millenario perché la sua costruzione iniziò nel 1152 e la configurazione attuale è della metà del XVI secolo) sul promontorio della baia di Lerici, nel quale seguendo le orme fossili esposte si può viaggiare nel tempo, misurandolo in milioni di anni. Lo visiteremo presto, ma prima ritorniamo alle prime orme scoperte, materia di una scienza dal nome difficile, capace però di svelare orizzonti impensabili: la paleoichnologia, studio delle tracce fossili degli organismi viventi, cioè di quelle impronte, perforazioni, incisioni che rivelano per ciascun animale come camminava, cacciava, nidificava o, per esempio, se nuotava.


LE IMPRONTE SPALANCANO IL MONDO DEI DINOSAURI

Per Ilario Sirigu le scoperte del 1987 avverano un sogno: individuare orme fossili di dinosauri in Italia, una passione divenuta incontenibile leggendo il volume "Sulle orme dei dinosauri" con le pagine di padre Giuseppe Leonardi dedicate alle impronte, tra splendide immagini sulle piste sudamericane. Pietra miliare dei ritrovamenti è un giorno delle vacanze pasquali, al tramonto, sulle punte del golfo di Lerici. Siamo a pochi chilometri dalla casa di Sirigu e appena lui vede, "stampata" sulla roccia quella forma a tridente di una decina di centimetri (e che gli resterà per sempre impressa sulle retine) "sa" di essere davanti a quello che cerca e la conferma, nonostante le perplessità degli amici che lo accompagnano, arriva da una seconda impronta uguale, a quaranta centimetri di distanza, poi da una terza. E' la porta del tempo che si apre sulla pista preistorica di un piccolo dinosauro vissuto in Liguria duecento milioni di anni fa. Pochi giorni dopo vengono ritrovate anche le tracce di un grosso tecodonte e il Triassico superiore riappare in un lampo nello spezzino. Si mettono in moto, necessariamente più lenti, anche i tempi dell'ufficialità e due anni dopo gli esperti arrivati dal museo dei fossili di Salsomaggiore, Raffaele Quarantelli e Avio Martini, effettuano con Ilario Sirigu i calchi delle orme. All'inizio del 1990 cominciano i sopralluoghi del professor Walter Landini dell'Università di Pisa che li riprende nel 1994 con i colleghi Marco Tongiorgi dell'ateneo pisano e Umberto Nicosia dell'Università romana della Sapienza. Ricerche e studi portano alla luce tracce di animali sempre diversi, con novità di valore mondiale.





Il numero delle orme ritrovate continua a crescere, evolvendo in conoscenze sempre maggiori e più ricche, a partire dagli identikit certi di sei specie di erbivori e carnivori: tre dinosauri e altrettanti tecodonti. Tra i tecodonti il più grande era un carnivoro lungo più di tre metri e con un'impronta del piede di quasi trenta centimetri. Spettacolari le impronte, lunghe più di venti centimetri, del piede dai forti artigli dell'Aetosauro, un altro tecodonte, erbivoro, ma somigliante a un coccodrillo. Il più piccolo "della famiglia"era un Chiroterium, carnivoro di taglia ridotta, con un piede di circa dieci centimetri. Tra i dinosauri era carnivoro un tridattilo bipede lungo circa un metro e mezzo, con un piede di otto centimetri e forti artigli. Era erbivoro, invece e lungo circa due metri, l'Ornitisco, forse tra i più antichi conosciuti. "Vegetariano" era anche uno Prosauropode a collo lungo: sfiorava i tre metri di lunghezza con un piede di dodici centimetri.





IL MUSEO GEOPALEONTOLOGICO NEL CASTELLO DI LERICI

Il restauro del Castello di Lerici, con interventi di riqualificazione architettonica e recupero funzionale per ospitarvi il Museo Geopaleontologico, è stato realizzato nel 1997 su progetto degli architetti Roberto Venturini e Claudio Tognoni, con i finanziamenti approvati dalla Regione Liguria ed erogati dall'Unione Europea, e la collaborazione della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici della Liguria. Il Museo, allestito nelle sale e nel cortile del castello, risale le identità del territorio spezzino di era in era, dall'antichissimo continente Pangea fino agli scenari attuali, luoghi d'ispirazione prediletti dai poeti romantici. Grandi diorami proiettano i visitatori in una Liguria immersa nella savana, ai piedi delle Apuane: era così due milioni di anni fa, epoca che segna anche l'ultima glaciazione del Golfo. Nel cortile sono stati ricostruiti a grandezza naturale (e in modo efficacissimo: provate, se andate al Museo con i bambini, a 'staccarli'dai vari Pareiasaurus, Dilophosaurus, Ceratosaurus o Vulcanodon) i rettili italiani più rappresentativi tra 270 e 190 milioni di anni fa. Tutti, dai più grandiosi ai più piccoli, affascinanti e spettacolari. Se arrivati fin qui non avete ancora esaurito il vostro serbatoio di emozioni, siete pronti per il sistema di simulazione robotica del museo. Incontrerete in uno scenario tridimensionale che ricostruisce la terra di 50 milioni di anni fa voraci antropoidi predatori, ma niente paura perché sono robot mobili, con sofisticati comandi a distanza. Scienza e spettacolarità sono le parole chiave per tutto il museo di Lerici, ma si fondono particolarmente nella sala di simulazione sismica, l'unica in Italia, dove è possibile capire, conoscere le conseguenze e gli effetti terrificanti dei terremoti assistendo direttamente alla simulazione degli eventi tellurici, destinata anche a studiarne in modo sempre più avanzato le possibili forme di prevenzione e il loro grado di efficacia sperimentale. (per la sala sismica c'è un biglietto apposito, oltre a quello di ingresso al museo)

AL MUSEO DEI DINOSAURI DI LERICI: COME E QUANDO

Il Museo Geopaleontologico del Castello di Lerici si può raggiungere in auto o pullman, in treno e bus, oppure via mare. Per auto e pullman Lerici si raggiunge dalle autostrade A12 (Genova-Rosignano) e A15 (Parma-La Spezia) con uscite ai caselli di Sarzana o La Spezia. In treno chi scende alla stazione La Spezia centrale prosegue con gli autobus del trasporto pubblico delle linee L e S (via Lerici). Chi scende alla stazione di Sarzana prosegue con bus della linea S. Si può arrivare a Lerici anche in battello: dalla Spezia (imbarco passeggiata Morin) e da Portovenere. Gli orari sono tre, distinti per stagioni: invernale (da novembre a marzo): 9-13 e 14.30-17.30, Domeniche e festivi 9-18. autunnale e primaverile (settembre e ottobre e da aprile a giugno): 9-13 e 15-19 Domeniche e festivi 9-19 estivo (luglio e agosto): 10-13 e 17-24 Il costo del biglietto per il museo è ridotto per bambini tra i 5 e i 11 anni, gli anziani oltre i 65 anni, le persone disabili, studenti e militari. Riduzioni speciali per scolaresche


I DRAGHI DELLO SPEZZINO

Dicevamo all'inizio che lo spezzino, terra di dinosauri, è sempre stato anche terra di draghi nelle leggende dei vecchi liguri. Per esempio un'idra dalle mille teste che scatenava maremoti e poi trascinava tra i forconi infernali quei poveri diavoli dei marinai naufragati era il drago mostruoso che terrorizzava il Golfo della Spezia, come riporta il volume "Presenze magiche in Liguria" di Marcella De Ferrari e Rosalba Niccoli (Luna Editore). Sempre la stessa fonte ci dice che c'era anche un 'vermone ' benefico, il celebre drago buono Panéa a Framura, che salvò il paese mentre franava in mare. Del tutto diversa la situazione a Bocca di Magra, tormentata, invece, da un mostro (drago o orco non si sa perché chi aveva la sventura di incontrarlo non ritornava più indietro a raccontarne l'aspetto) che divorava uomini e animali a tutt'andare. Era evidentemente anfibio, perché ingoiava indifferentemente mucche e buoi con tutto il carro o imbarcazioni intere con l'equipaggio. Non contento, scrivono le due studiose De Ferrari e Niccoli "devastava anche i vigneti, gli uliveti e distruggeva i casolari. Il suo fiato pestilenziale era avvertibile anche ad alcuni chilometri di distanza, nessuno riusciva a vincerlo e la gente viveva nel terrore." Fu sconfitto e respinto negli abissi, solo grazie all'intervento di San Venerio. Un altro santo aiutò un coraggioso marinaio a vincere l'idra del Golfo della Spezia: San Bartolomeo, patrono del borgo che porta il suo nome, dov'era nato quel marinaio. La storia del drago di Framura merita un cenno a parte, particolare e lontanissima dalle saghe e leggende di eroi, favolosi cavalieri o, appunto, santi che con l'aiuto dell'ardimento, della fortuna e della fede, riuscivano a vincere terribili denti d'acciaio, getti infuocati di fauci e narici, micidiali artigli e spaventose potenze di ali e code terrificanti, conquistando tesori, liberando principesse, salvando regni o città. Panéa nacque, come ogni drago che si rispetti, da un uovo, ma - e qui comincia l'eccentricità della sua storia - l'uovo non fu covato da una mamma draga, bensì da…una gallina, perché la donna di Framura che trovò l'uovo in un bosco, lo fece covare da una chioccia del suo pollaio. E quando dal guscio schiuso non uscì il solito pulcino, ma un drago, quella donna non ebbe il cuore di sopprimerlo o abbandonarlo e decise di tenerlo. L'aspetto del drago, crescendo, intimoriva però la gente di Framura e la donna, temendo che potessero ucciderlo, lo nascose in una grotta. Lì il drago restò finchè un brutto giorno si scatenò su Framura un diluvio talmente forte che minacciava di staccare il paese dalle rocce e farlo scivolare in mare. La donna chiese aiuto al drago, che corse a puntellare con la forza della sua schiena la montagna. Il paese fu salvo e da allora il drago buono, trasformato in scoglio ( ma solo in apparenza dice la leggenda, perché è sempre lui) restò a fare da baluardo a Framura.

Stefano Villa

Un'altra storia di draghi della Liguria di levante è citata in un'intervista a Mario Soldati, click in Pietremare