TRE CASTELLI: A SANTO STEFANO D' AVETO A CAMPOLIGURE E DOLCEACQUA

di Bruno Cervetto
IL CASTELLO MALASPINA A SANTO STEFANO D' AVETO

Santo Stefano d'Aveto è ubicato in un sito stupendo - dominato dal Maggiorasca e dal Groppo Rosso - dotato di caratteristiche quasi alpine, che ne hanno fatto la fortuna come località di vacanze montane e sciistiche. Alcune foto ci mostrano Santo Stefano agli inizi del '900, completamente diverso dall'attuale: un gruppo di case, dominate a monte dalla mole mastodontica del castello: oggi, chi arriva a Santo Stefano attraverso la strada statale non percepisce assolutamente il vecchio borgo, nascosto da condomini moderni, così elevati in altezza da superare quella del castello; lui, gigantesco, sorge un po' appartato sulla piazza comunale; fino a qualche anno fa - prima che iniziasse il restauro, avviato dalla Provincia di Genova - sembrava quasi il parente scomodo, vecchio e malandato, di cui ci si vergogna, e che si cerca di far dimenticare; era stato infatti circondato di abeti, piantati a pochissimi metri dal suo perimetro, che erano cresciuti molto rapidamente, e servivano a un tempo per dissuadere gli incauti dall'avvicinarsi alle sue mura pericolanti e per occultarlo. Le sue finestre erano diventate vuote occhiaie, attraverso le quali si intravvedevano lontani fondali; era segnato da crepe evidentissime, simili a profonde rughe, dovute alla precaria situazione geologica del sito; nonostante tale stato riusciva ancora ad affascinare per la sua vasta dimensione, e per la potenza dei suoi bastioni. Costituito da un muro perimetrale a forma di pentagono irregolare - recante su quattro dei cinque vertici profondi bastioni a fianchi rientranti, fortemente scarpati, e sul quinto vertice un piccolo bastione semplice - si presentava all'interno come un pendio inerbato, che saliva dalla porta di accesso verso gli spalti retrostanti. Il restauro ha seguito due distinte linee di intervento: sgomberare l'interno dai detriti, per verificare l'esistenza di parti interne ancora conservate; consolidare il muro perimetrale, eliminando via via pericoli di caduta di pietre verso l'esterno. La fase di consolidamento del perimetro è ormai pressoché ultimata, seppure con lavoro ultradecennale, a causa delle dimensioni dell'edificio; sono state, conseguentemente, rimosse le cortine di abeti che lo nascondevano. La fase di sgombero delle macerie dall'interno dell'edificio ha consentito di verificare l'esistenza, all'interno, dell'originario edificio medioevale, non demolito al momento dell'intervento modificativo cinquecentesco, ma soltanto rivestito, dopo aver capitozzato le torri medioevali. Si era in un periodo di profonda rivoluzione dell'architettura militare: le nuove artiglierie da campagna riuscivano a ridurre in polvere le alte torri, e le cortine merlate dei castelli medioevali; venne allora introdotta l'architettura bastionata, con brevi cortine murarie molto spesse, protette sui vertici da elementi architettonici (i bastioni, appunto) posti obliquamente rispetto alle cortine, in grado di resistere ai colpi di artiglieria, e di proteggere le cortine stesse con i cannoni posti all'interno dei fianchi rientranti (cosiddetti "pezzi traditori"). La particolarità più rilevante del castello di Santo Stefano consiste nel fatto che il suo interno documenta puntualmente questa fase di transizione del- l'architettura militare; gli scavi già effettuati documentano come le torri dell'edificio preesistente siano state tagliate in altezza, rivestite con i nuovi bastioni, e come lo spazio tra torre e bastione sia stato riempito di terra, per aumentare la resistenza ai colpi di artiglieria; le cortine murarie, a loro volta, sono state rivestite con nuove murature fortemente scarpate, di spessore molto maggiore. M'interno, invece, l'edificio non era stato modificato dall'intervento cinquecentesco, e aveva conservato il suo aspetto preesistente: una piccola piazza d'armi, lungo la quale erano allineati i diversi vani, collegati tra di loro da ballatoi impostati su colonne; su di un lato, il vecchio maschio conservava la sua struttura, molto più elevata dei bastioni. Straordinarie le potenzialità dell'edificio, una volta ultimato lo sgombero delle macerie dall'interno; situato in centro del paese, potrebbe diventare sede di attività culturali in alcuni vani recuperabili, o parzialmente ricostruiti; mentre il resto potrebbe essere adattato per diventare un singolare anfiteatro, sede di manifestazioni turistiche.

Notizie storiche. L'importanza dell'edificio - posto a presidio di una zona strategica di confine, nei pressi del valico verso la Valle Padana - è documentata anche dalla sua trasformazione cinquecentesca, motivata dal suo persistente valore strategico. Nel 1164 Federico Barbarossa investì del feudo di Santo Stefano i Malaspina, che ne furono titolari fino al 1495, quando lo cedettero a Giannetto Fieschi, conte di Lavagna. Dopo il 1547 - anno della "congiura dei Fieschi - il feudo fu donato da Carlo V ad Andrea Doria; il dominio di questa famiglia - dapprima come Doria, poi come Fieschi Doria, e infine come Doria Pamphili - durò fino alla soppressione dei feudi imperiali. E' oggi proprietà del Comune di Santo Stefano, fatto questo che ha consentito l'intervento di restauro con fondi pubblici. Il completamento del restauro, sulla base di un'ipotesi di riuso dell'edificio a scopi culturali, è condizionato dalle vaste dimensioni dell'edificio, e dagli alti costi che richiede un intervento di tale portata.









IL CASTELLO DI CAMPO
L'abitato di Campoligure appare come un blocco unitario, costretto tra la confluenza dei torrenti Angassino e Ponzema nello Stura, e costituito da alcuni edifici pubblici in netta evidenza (i due volumi della chiesa parrocchiale e del palazzo marchionale, ai margini della piazza interna all'abitato) e da numerosi edifici privati disposti ortogonalmente rispetto al torrente e ricoperti da tetti "a capanna" in tegole. Immediatamente a monte dell'abitato, il castello sorge su di uno sperone roccioso, ed è costituito da un torrione cilindrico, coronato da merli, e circondato da un corpo di fabbrica esagonale, con tetto a sei falde degradanti dal torrione. Attorno a questo nucleo si sviluppa una cinta muraria, verso sud a protezione di una piazza d'armi pianeggiante, a pianta triangolare; e verso nord a protezione del pendio sottostante il torrione. La geometrica definizione del corpo centrale dell'edificio - fino a pochi anni fa in completa rovina - è frutto di un recente intervento, interamente realizza- to dal Comune di Campoligure, sulla base del progetto di recupero a suo tempo affidato all'architetto Bruno Repetto dalla Provincia di Genova. Repetto è ormai uno specialista di recupero di edi- fici antichi: suo è il progetto, da tempo fruibile da parte del pubblico, relativo al castello della Pietra a Vobbia; a lui si deve - proprio davanti al sentiero di accesso al castello di Campoligure - l'adattamento del refettorio del convento dei Gerolimini, a sede della Comunità montana Valle Stura. Si è parlato di recupero, e non di semplice restauro; intendendo per restauro di un castello medievale, ridotto allo stato di rudere, un intervento limitato esclusivamente all'esigenza di bloccare il degrado delle murature superstiti, per evitare ulteriori compromissioni. Nel caso di Campoligure (e di altri castelli figuri, recuperati o in corso di recupero), si è scelta una strada più proficua di quella esclusivamente conservativa: ricostruire, basandosi sulla documen- tazione storica rinvenuta sul corpo stesso dell'edificio, quelle parti che consentono un utilizzo dell'edifi- cio coerente con le esigenze di riuso espresse dalla collettività locale interessata. Nel caso di Campoligure, l'interesse e la volontà dell'Amministrazione comunale consentivano un progetto più ambizioso, e più intelligente: il recupero funzionale del nucleo principale dell'edificio, per scopi collettivi. Il corpo centrale del castello di Campoligure è ora dotato di una copertura, che ne suggerisce l'originaria consistenza (le antiche vedute in nostro possesso documentano l'esistenza di un ulteriore piano); chi entra nel corpo esagonale, vede la torre, svettante e isolata, circondata da un "pozzo di luce" che la mette in risalto, consente giochi di luce e di ombra, stimola la fantasia; attorno, il corpo esagonale è stato ricoperto con un tetto in scandole di legna, sostenuto da una raffinatissima "ragnatela" di travetti in legno, sostenuti da mensole in acciaio; nei vani così recuperati, è stato realizzato un percorso di visita, all'interno del quale sono possibili anche mostre e manifestazioni diverse. Gli elementi necessari per garantire la fruizione (le eleganti scale elicoi- dali in ferro e legno, le porte e finestre in pannelli di vetro) mettono in condizione chiunque - anche il visitatore più sprovveduto - di individuare gli interventi oggi realizzati, di capire lo stato di degrado cui era pervenuto l'edificio, e il complesso e delicato lavoro che la collettività di Campoligure ha attuato per realizzare il recupero.

Campoligare. "Campo" e "Campofreddo" sono i nomi con cui nelle antiche fonti, viene indicato l'attuale "Campoligure" . Ilattuale borgo è stato quasi interamente ricostruito dopo un incendio appiccato dai genovesi nel luglio 1600. Il castello fu risparmiato dall'incendio del 1600, ma presumibilmente aveva già perso importanza, come è testimoniato dall'assenza quasi totale di interventi di adeguamento alle esigenze militari - conse- guenti all'introduzione delle armi pesanti da campagna - che altrove hanno determinato l'introduzione delle architetture "a bastione". Nel 1693 gli Spinola (ramo .S. Luca, signori di Campoligure) asportarono pietre, per edificare il palazzo marchionale; nel 1753, ne lasciarono rovinare il tetto; l'esercito francese lo incendiò durante l'invasione napoleonica. Nel 1986 il Comune di Campoligure lo acquistò (assieme al terreno circostante, destinato a divenire parco pubblico) iniziandone il recupero a beneficio della collettività. Il nucleo più antico dell'edificio è certamente la torre, che dovrebbe risalire all'anno mille; più tardi, per aumentarne la capacità difensiva, venne circondata con il corpo esagonale oggetto del recente recu- pero; al 1330 dovrebbe risalire la cerchia muraria più esterna, caratterizzata da tre torrioni costruiti sui vertici: uno è quello esistente presso l'attuale accesso al castello dal borgo, oggi trasformato in abitazione; un altro fu modificato nel XV secolo; un terzo, verso il torrente Angassino, è da tempo crollato, assieme a una parte della cerchia muraria . Da segnalare è inoltre l'esistenza - sul lato del castello retrostante la chiesa parrocchiale - di un manufatto interrato costituito da due cilindri affiancati, di diverso diametro: era in origine una "nevie- ra", destinata alla raccolta e compattamento della neve in inverno, per poterla utilizzare durante l'anno; nel progetto di recupero, dovrebbe diventare il collegamento di accesso al castello dal paese, mediante l'inserimento di una lunga scala a chiocciola.









IL CASTELLO DI DOLCEACQUA
Da una stampa della seconda metà del Seicento, il castello di Dolceacqua - comune dell'estremo ponente figure, posto sul fiume Nervia, nell'entroterra di Ventimiglia - viene rappresentato come un signorile edificio, dominante il paese, caratterizzato da ampie e numerose finestre, da due torri quadrate ai lati della facciata principale, da un ampio edificio interno, dominato da un torrione cilindrico, di epoca chiaramente anteriore. Pur nell'idealizzazione della rappresentazione grafica - che tende ad annullare il circostante borgo, per enfatizzare strutture e dimensioni del castello - viene evidenziata una delle caratteristiche peculiari, e forse unica, del castello di Dolceacqua, nell'ambito dei castelli liguri, cioè la sua trasformazione da struttura difensiva a residenza nobiliare, avvenuta in epoca post-rinascimentale. Anche un osservatore superficiale può infatti notare che la stragrande maggioranza dei castelli liguri sono rimasti strutture difensive medioevali, cinquecentesche, e talvolta posteriori - e raramente hanno avuto la sorte di essere trasformati, in epoca moderna, in residenze, come invece è avvenuto normalmente per i castelli del Piemonte. Quello di Dolceacqua, purtroppo, possiede l'ulteriore- caratteristica di essere oggi ridotto allo stato ruderale, e di trovarsi, anche come rudere, in condizioni statiche estremamente precarie: la natura del terreno su cui è edificato - strati di argilliti, altemati a strati di arenaria - unita all'assenza di una regimazione delle acque all'intemo dell'edificio, conseguente alla sua distruzione avvenuta nel 1748, hanno generato l'attuale situazione, che ha reso necessario l'intervento di consolidamento statico attualmente in corso. Lintervento - coordinato dalla Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici della Liguria, e per essa dall'architetto Costanza Fusconi - vede una consistente partecipazione finanziaria della Provincia di Imperia con 400 milioni, della Regione con 200 milioni, del Comune di Dolceacqua con ioo milioni, della stessa Soprintendenza con 500 milioni in due anni; sforzo econo- mico notevolissimo, ma appena sufficiente per eseguire interventi straordinari una documentazione interdisciplinare - aggiornata, aggiornabile e computerizzata - preliminare a qualsiasi intervento conservativo sull'edificio e sul terreno che lo interessa; in secondo luogo, a consolidare il terreno su cui appoggia la facciata ovest (quella caratterizzata dalle due torrette) e ricostruire le arcate che sorreggevano la piazzetta semicircolare, antistante l'ingresso dell'edificio; inoltre, a studiare la provenienza, distribuzione e regimazione delle acque nell'edificio. Scopo degli interventi in corso è pertanto quello di impedire ulteriori compromissioni della superstite struttura dell'edificio, attraverso l'utilizzo di diverse competenze disciplinari, geologica, idrogeologica, archeologica, architettonica, ecc; con ciò si prosegue in una tradizione di studi e di interventi corretti e documentati sull'edificio, iniziati da Nino Lamboglia, direttore dell'Istituto Internazionale di Studi Liguri, e proseguiti da Ezio Mitchell fin dal 1970. Tali studi hanno permesso di ricostruire le diverse fasi costruttive del castello, corrispondenti a ben determinate fasi della sua storia. La parte più conosciuta - quella ovest caratterizzata dalle due torrette - è in realtà una delle più recenti, essendo stata costruita dai Doria verso la metà del XV secolo, unitamente alla facciata sud, che domina il paese, ed è caratterizzata da grandi finestre ad arco, oggi in parte tamponate. All'interno dell'edificio, precisamente dietro la torre circolare (una delle torri perimetrali dell'originario castello) si trova la parte più antica dell'edificio, anteriore al 1200; su questa parte orientale del castello, oggi in condizioni pessime, era stata costruita da Stefano Doria, dopo il 1553, una sontuosa, abitazione, un vero palazzo nobiliare, residenza della sua famiglia e della sua corte. Ancora più a oriente, sopra l'abitato del borgo, si trova inoltre un grande bastione, costruito nel XVII secolo, che sovrasta la rampa di accesso al castello. Su questo lato orientale si trovava l'accesso del castello prima degli interventi rinascimentali. Occorre ricordare che, negli anni '80, era stato realizzato un progetto di riuso del castello, finalizzato all'ottenimento di fondi FIO, che poi non vennero mai ottenuti. Si trattava di un progetto di intervento ricostruttivo, molto diverso dall'attuale, che di eventuali, futuri interventi ricostruttivi costituisce soltanto una premessa; premessa che, comunque, non esclude la possibilità di una fruizione, limitata per ora a un percorso di visita del rudere. Un vero e proprio riuso dell'edificio è invece legato, in primo luogo, alla possibilità di disporre di consistenti fondi, nei prossimi anni, e alle scelte operative che verranno effettuate dalla Soprintendenza.