TRE CASTELLI: MILLESIMO, LERICI E IL CASTELLO DELLA PIETRA A VOBBIA di Bruno Cervetto
IL CASTELLO DI MILLESIMO
È difficile, oggi, rendersi conto dell'originaria
consistenza del borgo fortificato di Millesimo, importante nodo militare della Val Bormida.
Tre elementi architettonici soltanto sono oggi
chiaramente visibili, tra quelli che in altri tempi lo
caratterizzavano, testimoniandone l'importanza strategica e militare: il ponte fortificato; il rudere del
castello; una torre inglobata nel palazzo comunale.
Nonostante queste tre "emergenze", la parte più
integra del borgo è probabilmente la piazza interna:
un lungo quadrilatero, a sviluppo curvilineo, che
segue l'andamento dell'ansa della Bormida, su cui il
borgo si affaccia; la piazza è caratterizzata da alcuni
portici ad ogiva, da arcate ogivali in mattoni che
affiorano sotto vecchi intonaci, da alcune cordonature di archetti pensili; sul lato corto, verso nord è
dominata dal cinquecentesco palazzo comitale, in cui
è inglobata l'unica torre superstite dell'originaria cerchia di mura.
Il quadrilatero murato di Millesimo - costruito agli
inizi del XIII secolo - era impostato direttamente
sulla riva del fiume, dove oggi si trova la palazzata
continua, che va dal castello al palazzo comunale;
dobbiamo immaginarci, al posto di tale palazzata,
una cortina difensiva, non distrutta per far posto alle
attuali abitazioni, ma soltanto modiicata nei secoli,
mediante l'apertura di finestre delle case addossate
all'intemo delle mura stesse, e mediante la distruzione di parte delle mura per dare aria a giardini e
distacchi interni. Questa cortina muraria costituiva
uno dei lati lunghi del borgo fortiicato.
I lati corti che lo chiudevano erano costruiti,
verso nord, dall'attuale palazzo comunale (già palazzo dei conti del Carretto di Millesimo, in cui è inglobata l'unica torre superstite) e verso sud da una
muratura continua che andava dal fiume al castello;
quest'ultimo era posto a guardia della strada romana che, da Vado, passando all'interno di Millesimo,
si diramava attraverso il ponte fortificato per raggiungere Ceva; ed attraverso la parte nord della cerchia muraria, per raggiungere Acqui Terme, costeg-
giando la "Bormida di Millesimo ". L' altro lato lungo
del quadrilatero fortificato, costruito a monte, seguiva pressoché parallelamente la cortina muraria sul
fiume; al centro, la piazza, di cui si è già fatto cenno,
stretta e lunga, per seguire la conformazione del
borgo.
Quasi al centro della cortina difensiva impostata
sul fiume, un ponte fortificato con due arcate era
posto a guardia della strada che si diramava per
Ceva. Questo ponte è l'elemento più interessante, ed
integro, del complesso fortificato; è ridotto ad una
sola arcata, perché l'altra è crollata già nel 1744, a
seguito di una alluvione; nel panorama dei ponti fortificati italiani (peraltro poco numerosi) non raggiunge neanche lontanamente le dimensioni del veronese
ponte di Castelvecchio, ma possiede una caratteristica unica: la porta-torre è costruita al centro dell'arcata che costituisce il ponte (cioè, sulla pane staticamente più debole, anziché sulla spalla, che sarebbe
stata più adatta a riceverla, dal punto di vista puramente statico); questa caratteristica, oltre che rendere
il ponte unico in Italia, fa assumere alla torre una
spiccata prominenza nel paesaggio.
Nel cinquecentesco palazzo dei conti del Carretto,
oggi palazzo comunale, a nord dell'abitato, è inglobata l'unica torre superstite del borgo fortificato; un
recente restauro lo ha qualificato, evidenziando gli
elementi architettonici medioevali, in pietra, da quelli
dovuti alle sopraelevazioni ottocentesche, di cui
fanno parte anche le merlature.
Invece il castello medioevale, di proprietà privata,
sorgente sul lato sud del quadrilatero, è ridotto alla
muratura perimetrale - quadrangolare, e in parte
crollata sul lato prospiciente la strada e il fiume - e a
due torri; quella angolare nord, più possente e integra, ha la base fortemente scarpata; quella ovest,
soprastante la strada, è pressoché inglobata nella sottostante villa ottocentesca, e presenta alcune bifore e
trifore in mattoni e pilastrini; sono da ascrivere al
periodo della trasformazione dell'edificio in residenza, in epoca tardo medioevale, ma sono state notevolmente integrate nel corso di un restauro ottocentesco; sul lato est, ancora notevolmente intatto, il
castello è caratterizzato da alcune aperture, con mensoloni aggettanti in pietra, che sostenevano balconi,
anch'essi dovuti al periodo della trasformazione dell'edificio in residenza.
Notizie storiche. Notevole, nel medioevo, l'importanza di Millesimo, posto alla confluenza di due
importanti percorsi viari: quello più antico che, da
Albenga, attraverso il Neva, costeggiava la "Bormida
di Millesimo", toccando Bardineto, Calizzano e
Murialdo, proseguendo poi verso Acqui Terme; e
quello romano, che da Vado raggiungeva Ceva e
Mondovì. Il borgo fortificato fu costruito nel 1206 da
Enrico II del Carretto; il borgo, titolo feudale del
ramo di Millesimo della famiglia del Carretto, fu sottomesso al marchese del Monferrato, e nel 1428 a
Francesco Sforza. Nel 1553 il castello fu diroccato
per impedire l'occupazione da parte dei Francesi.
Dopo questo evento i conti di Millesimo trasferirono
la propria residenza nell'edificio dove oggi ha sede il
palazzo comunale, abbandonando l'originario castello, che non venne più ripristinato. Nel XVII secolo il
feudo di Millesimo divenne titolarità dei Savoia, poi
degli Spagnoli; ritornò ai Savoia solo agli inizi del
XVIII secolo.
IL CASTELLO DI LERICI
Il Golfo di La Spezia - come tutte le zone che,
storicamente, hanno costituito confine tra stati - è
terra di fortificazioni: all'estremità di levante il sistema fortificato di Portovenere, culminante nel castello
cinquecentesco, protetto dalle isole della Palmaria,
del Tino, del Tinetto e dallo scoglio fortificato detto
"Torre Scuola"; poi il castello di San Giorgio a La
Spezia; il castello di San Terenzo; quello di Lerici;
sull'opposto clinale, verso il Magra, i castelli di
Arcola, Trebiano, Ameglia; e ancora Sarzana, con le
fortezze di Firmafede e Sarzanello.
Il castello di Lerici, posto all'estremità sud del
profondo golfo spezzino, si presenta come un blocco
compatto, un enorme monolito che sembra costituire
l'ideale prosecuzione del sottostante promontorio.
Guardandolo, viene da chiedersi se sia veramente
un castello; a cosa serve, infatti, un castello senza
finestre? Non sarà, piuttosto, un singolare elemento
geologico?
Soltanto quando si è individuato il percorso di
accesso - che lo costeggia, impostato su alte arcate,
sul lato nord-ovest - e si è riusciti a penetrare nel suo
interno, si ha la conferma che si tratta veramente di
un'architettura. Iperprotetta da mura di incredibile
spessore, rivela al suo interno un "pozzo di luce",
costituito dallo stretto cortile, che dà luce ad alcuni
vani, tra cui spicca la cappella di Santa Anastasia,
duecentesca, di grande valore architettonico e di
grande fascino, perché totalmente inattesa, all'interno di un'architettura così chiusa e imponente.
La parte più antica dell'edificio è quella interna,
di forma rettangolare, costituita dal cortile e dagli
adiacenti vani voltati; questo nucleo è stato ingloba-
to, verso la metà del XVI secolo, dentro le attuali
poderose mura, che circondano il castello sui due lati
verso il mare; sul lato monte dell'edificio - caratterizzato da un andamento convesso, e animato dalla
torre - un triplice fregio di archetti a sesto acuto, e
un paramento murario in parte a strisce di pietre
bianche e nere, denunciano una fase intermedia di
consolidamenti medioevali, che hanno interessato
anche la torre, in cui è stata inglobata anche quella
pentagonale, più antica e molto più piccola.
La parte più straordinaria del castello sono gli
spalti, costituenti un'ampia, eccezionale terrazza,
aperta sull'impagabile panorama di tutto il golfo di
La Spezia.
In quest'edificio ebbe sede, fino a un decennio fa,
un ostello per la gioventù; certo impagabile come
posizione, ma presumibilmente molto scomodo, e
carente di servizi.
Oggi i vani interni del castello sono utilizzati dal
Comune di Lerici, che ne è proprietario, come sede
di mostre; di recente, inoltre, da parte della
Provincia è stata allestita una interessante mostra
paleontologica, relativa alle impronte lasciate da
preistorici dinosauri in una vicina località: il materiale della mostra è destinato a diventare il primo
nucleo di un futuro museo paleontologico, da allestire permanentemente nell'edificio.
Notizie storiche. La zona di Lerici fu zona contesa,
nel XII secolo, tra la Repubblica Genovese e la famiglia Malaspina; successivamente, tra Genovesi e
Pisani, che ebbero a Lerici il punto più a nord della
loro espansione.
Il nucleo principale del castello risale alla prima
metà del XIII secolo e sembra sia stato edificato all'inizio del dominio pisano. Successivamente alla riconquista genovese (1256) vennero eseguiti lavori di
ampliamento e consolidamento, - tra cui l'attuale
cortina muraria a monte - e il rafforzamento della
torre originaria inglobata nell'attuale.
Nei due secoli successivi, su Lerici si alternarono i
domini della Francia, dei Fiorentini, degli Aragonesi,
degli Sforza. Nel 1555 la Repubblica Genovese, che
lo aveva riconquistato nel 1479, adattò il castello alle
nuove esigenze militari, inglobandolo nelle poderose
mura, quasi senza aperture verso l'esterno, che ancora oggi lo caratterizzano.
IL CASTELLO DELLA PIETRA A VOBBIA
Il più celebrato, restaurato, accattivante castello
del territorio genovese, è un pezzo di monte di
Portofino, addirittura un frammento di greca Meteora capitata "chissà come" nell'entroterra genove-
se; i geologi, in verità, ci spiegano anche " come", ma
è preferibile pensare che il misterioso fascino che
promana da questo castello si estenda anche all'origine dei due speroni rocciosi, nei quali si è talmente
integrato da farli diventare le sue torri naturali,
rinunciando a quelle costruite tipiche dei castelli
medioevali.
Infatti, "castello della Pietra" non è soltanto un
edificio ubicato su una gigantesca "Pietra", ma un
sistema di murature, scale, camminamenti, che trasformano due speroni rocciosi in un imprendibile
nido d'aquila, destinato ad usi militari .
Il sito geologico - una stretta vallata, con pareti a
precipizio che improvvisamente si allargano, mettendo in evidenza il " castello" - induce a pensare a fiabe,
misteri, magie, puntualmente riprese dalle storie che
circondano l'edificio e i suoi dintorni: un ponte
costruito dal diavolo in una notte; il "bric delle streghe" che lo fronteggia; un ipotetico camminamento
sotterraneo per collegarlo chissà dove.
Proteiforme, e impossibile da condensare in un'unica immagine, cambia completamente aspetto a
seconda dei diversi punti da cui lo si guarda: da sud,
provenendo da Isola del Cantone, appare di dimensioni superiori dal reale, quasi un gigantesco monastero tibetano, arroccato sui due torrioni che si elevano direttamente dal fondovalle; da ovest è possibile
solo una veduta fortemente zenitale, che lo nasconde
quasi completamente; da nord, provenendo da
Vobbia, appare un complesso verticale, appoggiato
su di un pendio boscoso, stretto tra i due torrioni,
che da tondeggianti sono divenuti larghi e preponderanti; da est appare come un'esile e aguzza guglia
rocciosa. '
All'interno si può agevolmente accedere, dopo
l'ultradecennale restauro effettuato dalla Provincia di
Genova, che lo ha restituito alla sua originaria e geometrica consistenza. Sebbene un incendio avvenuto
alla fine del XVIII secolo, e due secoli di incuria,
avessero fortemente degradato il castello, esisteva
una sorta di "negativo fotografico" del suo precedente stato, costituito dai profondi segni che murature e
tetti crollati avevano lasciato sulla roccia tra cui era
stato edificato. Le ricostruzioni effettuate non sono
pertanto arbitrarie, ma condotte su precisi riferimenti.
Si entra in un avancorpo strettissimo, costretto
tra la roccia e una ardita muratura a valle, che si
eleva per tre piani fino al tetto, chiaramente percepibile attraverso le griglie metalliche con cui sono stati
ricostruiti i piani intermedi; dall'ultimo piano si
accede al grande salone sovrastato da una volta
lunettata, impostata su alti pennacchi; più sopra
ancora, il camminamento ovest, con la piazzola terminale a strapiombo, che consente una veduta asso-
lutamente unica sul fondovalle; e il salone superiore,
cui si accede attraverso un ponte sospeso; poi, volendo, si può ancora salire (solo i rocciatori) al camminamento est, alla torre maggiore e alla piazzola di
avvistamento, scavata nel durissimo conglomerato,
che la conclude. Da qui, il castello cambia ancora
aspetto: il prisma, costituito dal tetto in scandole del
corpo principale, è serrato tra le torri e tra i tetti dell'avancorpo e del camminamento ovest; più sotto
(oltre 200 metri a strapiombo) la strada, il torrente, il
piccolo invaso "della Pietra" che, quando è pieno, ha
i colori di un gigantesco smeraldo. All'interno, nessun arredo - che sarebbe stato del tutto arbitrario -
ma un percorso di visita, lungo il quale il visitatore
può trovare notizie sull'edificio, sullo stato di degrado in cui si trovava prima del restauro, sugli interven-
ti eseguiti nei singoli ambienti.
Notizie storiche. Sul castello si hanno diverse notizie storiche, ma pochissimi documenti iconografici
(anzi, solo due: il disegno di Matteo Vinzoni e una
veduta che fa da sfondo a un affresco di San Marco,
nell'oratorio di Vobbia).
Nel XIII secolo l'edificio è proprietà dei vescovi
di Tortona, poi dei marchesi di Gavi, poi titolo feu-
dale autonomo, in capo ad Opizzone della Pietra; nel
1313 passa agli Spinola, che lo cedono agli Adomo
nel 1518; nel 1613 il castello perde la sua autonomia
(evidentemente, a seguito di una diminuita importanza militare e strategica) e viene annesso al feudo
Pallavicino, in Val Borbera .
Sembra che il castello sia stato incendiato dalle
truppe di Napoleone, dopo la soppressione dei feudi
imperiali nel 1797. Certamente, dopo tale data, l'edificio diventa sempre più un romantico rudere e,
fiscdinente (cioè al catasto) non è più neppure considerato un edificio, o un rustico: è semplicemente una
componente della particella catastale del "bosco
ceduo" che lo circonda; da questa posizione si riscatta nel 1979, quando i proprietari (famiglia Beroldo e
Bracesco) regalano al Comune di Vobbia, a seguito di
frazionamento catastale, il "subalterno" di particella,
composto da castello e torrioni. Poi il restauro, concluso dalla Provincia di Genova nel 1994, e l'apertura al pubblico.
Al castello si accede da Isola del Cantone, percorrendo la provinciale n. 8 di Vobbia, per circa 6 km.
in direzione di Vobbia; oppure da Vobbia (cui si
accede da Busalla, attraverso la S.P, n. 9 di
Crocefieschi) percorrendo per km. 2,5 la S.P. n. 8, in
direzione di Isola del Cantone.
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