Durante la
Grande Guerra tra le mura di Forte Sperone, Forte Ratti e Forte
Begato dimorarono non meno di 900 prigionieri austroungarici
buona parte dei quali utilizzati per svariati lavori di
costruzione e manutenzione di strade e per il rimboschimento
dell'area del Peralto.
"Sopravvivo per Grazia di Dio, prigioniero, lontano
dalla mia casa ma tra gente di cuore. Firmato Georg Montan,
fuciliere dell'Esercito Imperiale Asburgico. Novembre 1916".
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Percorsi d' Autore
I RICORDI DEL FUCILIERE MONTAN PRIGIONIERO SUI FORTI DI GENOVA DAL 1915 AL 1919
Alberto Rosselli
Georg Montan aveva diciasette anni quando entrò nei campi di concentramento a Genova per i prigionieri della 15-18
Il fuciliere scelto Georg Montan aveva appena diciassette anni
quando nella notte del 15 luglio 1915 venne catturato nei pressi
della località friulana di Doberdò da un distaccamento di
bersaglieri. La giornata, come si dice in gergo militare, si era
chiusa male per gli austroungarici e il reggimento di fanteria
del giovane soldato sloveno di lontane origini friulane, aveva
dovuto cedere di fronte all'irruenza e alla determinazione dei
reparti italiani. Dei 1500 uomini del 35mo reggimento (quasi
tutti di provenienza slovena e croata), oltre mille erano caduti
sul campo e parte dei superstiti, circa 150, erano stati
disarmati e catturati dalle truppe regie.
Spedito nelle retrovie assieme ad altri prigionieri del
multietnico esercito ausburgico, Montan fu internato in un campo
di concentramento nei pressi di Vicenza; poi, dopo un paio di
mesi passati dietro al filo spinato, venne caricato assieme ad un
centinaio di compagni su una tradotta militare con destinazione
Genova. "Non avrei mai pensato - scrisse sul suo diario il
soldatino sloveno - di finire in una regione così lontana dalla
mia immaginazione. Della Liguria e di Genova avevo appena sentito
parlare. Ero nato e vissuto a Zagabria e da lì non mi ero mai
mosso. Figuratevi il mio stupore: andare a capitare in una
regione così lontana e a me ignota".
Montan giunse alla stazione Principe che era la fine di ottobre
del 1915. "Quando ci fecero sbarcare dalla tradotta per poi
essere avviati al nostro nuovo campo situato sulle colline
sovrastanti la città, tra le mura di Forte Sperone, la gente si
assiepò ai bordi della nostra fila squadrandoci con un misto di
curiosità, timore e pietà. Per loro eravamo dei nemici ma in fondo
anche degli esseri umani. Ricordo bene quel giorno. Fu il mio
primo contatto diretto con la popolazione genovese: gente dal
carattere non facile ma brave persone, come ebbi poi modo di
verificare durante il mio lungo soggiorno coatto". Annotò Montan
che fu ospite dei campi di concentramento disseminati lungo le
alture di Genova per ben quattro anni, fino al 1919, quando venne
rimpatriato.
La storia dei "campi di concentramento" genovesi dell'epoca della
Grande Guerra non è molto conosciuta. Pochi libri la riportano,
e comunque frettolosamente, forse perchè a torto viene
considerato un argomento non troppo edificante e scomodo. Sta di
fatto che ai margini della civilissima Genova, come in altre
moltissime località della penisola, dal 1915 al '18, sorsero
numerosi "campi" nei quali furono reclusi e sorvegliati in armi
migliaia di nemici della Patria. Fu proprio nell'estate del 1915
che il Ministero della Guerra decise di trasformare alcuni vecchi
forti genovesi in altrettanti luoghi di prigionia. Durante la
Grande Guerra tra le mura di Forte Sperone, Forte Ratti e Forte
Begato dimorarono non meno di 900 prigionieri austroungarici
buona parte dei quali utilizzati per svariati lavori di
costruzione e manutenzione di strade e per il rimboschimento
dell'area del Peralto. L'utilizzazione dei prigionieri per lavori
civili e di pubblica utilità incominciò nell'aprile del 1916.
"Fino a quella data - scrisse Montan - noi prigionieri rimanemmo
internati parte a Forte Begato e parte a Forte Castellaccio". Le
Autorità Militari non obbligarono con la forza i reclusi a
lavorare, ma si limitarono ad offrire loro l'opportunità di un
impegno quotidiano e parzialmente retribuito e quella di un vitto
migliore. Oltre 200 militari austriaci, tra i quali Montan,
accettarono e stando alle testimonianze svolsero un eccellente
lavoro sotto la direzione congiunta di funzionari dell'Ufficio
Tecnico Municipale e degli ufficiali del Genio Benno Jara
(austriaco) e Renato Gavotto. Sorvegliati da una cinquantina di
carabinieri armati con il celebre moschetto modello "91" (questa
scorta, per la cronaca, non ebbe problemi con i disciplinatissimi
prigionieri che mai si ribellarono o tentarono la fuga), gli
austriaci, gran parte dei quali nella vita civile erano contadini
e muratori, costruirono e risistemarono via Mogadiscio, via
Berghini, la strada sopra le mura tra via Cabella e Porta
Chiappe, e piantarono centinaia di alberi nella zona del Peralto.
"Nel secondo semestre di quest'anno (il 1916) i prigionieri
austriaci hanno operato con grande impegno trasformando sentieri
dissestati e impraticabili in ottime strade, preparando il
pietrisco, costruendo muretti, tracciando canali di scolo,
trasformando le vecchie postazioni di artiglieria del Peralto in
spiazzi alberati... Il Comune si compiace di tutto ciò poiché lo
solleva da una spesa non irrilevante... Il costo della manodopera
ordinaria, infatti, sarebbe gravato assai maggiormente sul
bilancio del Municipio", cita un passo di un documento ufficiale
del Comune, datato 16 dicembre 1916.
Ma torniamo al nostro soldatino sloveno. Georg Montan, che in
tempo di pace faceva il falegname, lavorò sodo dapprima come
cuciniere e poi come operaio, palesando una notevole abilità nel
costruire ponticelli, steccati e palizzate antifrana. Come cuoco
del campo (a Forte Begato) superò addirittura se stesso ricevendo
un encomio scritto da parte dei suoi stessi carcerieri (Montan
imparò anche a fare il pesto, la torta pasqualina e la "sbirra" o
trippa accomodata). Il ragazzo, in breve, entrò nelle grazie di
tutti, commilitoni e carabinieri, anche perchè oltre che sveglio
sembra che fosse un tipo simpatico e leale. Fece amicizia con due
ufficiali dell'Esercito italiano, il capitano medico De Negri
(morto nel 1949) e il tenente dei carabinieri Roncagliolo. "Erano
due brave persone e soprattutto due autentici buongustai. Una
sera preparai per loro tre chili di zuppa di pesce, fatta secondo
ricetta genovese, e la innaffiammo con sei litri di vino bianco
di Coronata. Il giorno dopo tutti e tre marcammo visita per
indigestione. Al mio rientro a Genova, molti anni dopo la fine
della guerra, nel 1957, chiesi invano loro notizie, ma non ebbi
modo di rintracciarli", narra il divertente diario del Montan
che, effettivamente, ritornò in Liguria, diciamo sui suoi passi,
dopo quarant'anni. Nell'ottobre del 1957 l'ex prigioniero sloveno
venne ufficialmente invitato dall'Associazione genovese
Combattenti della Grande Guerra per una rimpatriata (l'episodio
venne riportato dal quotidiano "Il Cittadino"). Georg Montan,
ormai quasi sessantenne, venne ricevuto dal vicesegretario
dell'Associazione Carlo Prussia e dal Sindaco che gli donarono
una targa di bronzo dedicata al Milite Ignoto. Montan, in cambio,
regalò al Comune di Genova uno splendido plastico, da lui
costruito, di Forte Sperone. Modellino di cui purtroppo sono
state perse le tracce. Poi furono tre giorni di brindisi, cene
sontuose, ricordi del passato e lunghe passeggiate sulle alture,
dal Righi a Monte Moro.
"Rivisitare i luoghi della mia giovanile prigionia e poter
constatare il buon lavoro svolto da me e dai miei compagni è una
grande emozione", disse nel corso del suo incontro con gli ex
combattenti un tempo avversari. Il cronista de "Il Cittadino"
presente a quella cerimonia racconta che Georg trascorse alcuni
giorni in città, visitando i Forti in lungo e in largo, alla
ricerca del suo passato. Entrato in un grande stanzone situato al
piano terra di Forte Begato - quello nel quale aveva riposato
tante notti assieme ai suoi vecchi compagni di prigionia - non
ebbe tentennamenti di sorta nell'andare a scovare a mezza altezza
dal pavimento una sbiadita ma ancora leggibile scritta in lingua
slovena. "Sopravvivo per Grazia di Dio, prigioniero, lontano
dalla mia casa ma tra gente di cuore. Firmato Georg Montan,
fuciliere dell'Esercito Imperiale Asburgico. Novembre 1916".
Georg Montan, fuciliere scelto, cuciniere e falegname, è morto
nel 1982 a Zagabria lasciando due figli, tre nipoti e un prezioso
diario nel quale é racchiusa una delle più curiose anche se meno
note pagine della storia di Genova.
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