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Strofe piene di una travolgente magia, quella dei sentimenti, per scolpire gli uomini, le donne e gli ambienti del mondo contadino liberando ricordi e immagini sospesi tra spazio e tempo, modulate sui ritmi e la musicalità del genovese che sa miscelare l’efficacia potente, precisa, lapidaria degli accenti a note graffianti, ironiche, a volte persino indulgenti, nel definire gesti, umori e nomi delle cose. Sono quelle delle canzoni di Marco Cambri (“una straordinaria forza interiore nell’interpretare ruoli e sentimenti dei suoi protagonisti” ha detto di lui il presidente della Provincia di Genova Alessandro Repetto) che, innamoratissimo delle proprie radici, sa farle risuonare in strofe che traboccano emozioni vere, originalissime, senza l’ombra di un rituale, come chiarisce subito il titolo del suo album “A curpi de prïa”, cioè “A colpi di pietra”, con un’espressione molto congeniale allo spirito di un genovese di Quinto nato cinquant’anni fa sul Monte Moro, tra i pascoli alti su quel mare dove tuffavano le reti i pescatori e lui, invece, affondava la nostalgia per il padre, marinaio quasi sempre lontano.
Ora Marco Cambri vive in Fontanabuona, ai Bassi di Neirone dove tutti parlano quel genovese che aspetta, paziente come una piramide, di essere riscoperto come patrimonio essenziale e insostituibile del nostro più profondo modo di essere. E’ da lì che parte anche la sua storia, atipica, di cantautore. “E’ quella - dice - di chi ha deciso di raccontare la vita di un ambiente, il mondo contadino, poco considerato quasi da tutti, anche se i contadini hanno sempre dato tanto e ricevuto poco in cambio. Sono nato a Quinto, quando era ancora un paese di contadini e pescatori, vivevo tra il mare e la terra, in alto sul monte Moro dove i miei parenti coltivavano le fasce di ortaggi e di fiori da portare al mercato e le mucche pascolavano l’erba con vista sul mare. Mio padre, invece, era marinaio - lo era già stato sulle navi militari durante la seconda guerra mondiale - poi s’imbarcò su quelle passeggeri, sui mercantili e sulle petroliere. Non lo vedevo mai, i contratti dei marittimi negli anni sessanta e settanta erano tremendi, passavano anche nove mesi tra uno sbarco e l’altro, senza mai tornare a casa. Forse anche per questo poi ho scelto di vivere tra la gente dell’entroterra, andando a cercare cose che ormai sulla costa non ci sono più, quelle che racconto nelle mie canzoni.”
Le sue canzoni sono tutte in genovese o ne ha scritte anche in italiano?
“ Qualcuna si, ma finora non ho mai trovato le ragioni per proporle al pubblico, è ancora prematuro. Mi riesce meglio il dialetto perché in genovese ho ancora molte cose da dire, ritrovo per primo le emozioni e ne sento la magia.”
Si sente un poeta della canzone? “Credo che sia naturale, se si ha una certa modestia e umiltà, provare timore di quello che si è, trovando così difficile fare quello che si fa da non potersi, nemmeno volendo, definire. Poi magari si scopre che qualcun altro dica ‘quello è un poeta’, ma teniamo sempre presente che ci sono artisti maggiori e minori e che la poesia come illuminazione appartiene ai grandissimi. Credo che nelle mie canzoni nasca certe volte qualcosa davvero di poetico che, in modo oscillante, altre volte si manifesta di meno, ma l’importante è dare emozioni, sentire che la gente le prova davvero.”
Insieme a lei c’è un gruppo molto affiatato (Fiorella Zito percussioni e voce, Fabrizio Padoan piano e tastiere, Mauro Panzeri bassi, Roberto Marotta batteria, Marco Cravero chitarre) per far palpitare di musica e sonorità le sue canzoni. Come si è formato? “Partendo da un’amicizia, perché ci conoscevamo già prima di cominciare a suonare. Tutti erano passati da esperienze musicali di piano bar e altri locali, Poi un giorno sono arrivato con la chitarra e queste canzoni e abbiamo deciso di provare a suonare insieme.” Il successo crescente delle sue canzoni (che passa, ad esempio, dall’amore di Rissi - “Un bello giorno me son/ attrovou/ un costo de rissi/ arrampignou in sce die.” - Un bel giorno mi sono ritrovato/ un cespuglio di ricci arrampicato sulle dita/…” o dal ruvido Sarvego, il selvatico con la “Beretta bleu missa in sce l’orsa” il berretto blu messo di traverso, o dallo sguardo affettuoso su uno zio con la maglietta tutta ricucita, il “mariolo de lann-a repessou”) la sta facendo diventare molto popolare.
Resterà a vivere in Fontanabuona o le tournèe non gliene lasciano più il tempo? “Me lo lasciano, piuttosto ho molto lavoro con la terra, dagli orti alla legna. In realtà non facciamo tantissimi concerti, anche se rispetto a prima suoniamo molto di più: per tutta l’estate abbiamo girato la Liguria, a giugno ci siamo presentati agli antichi tabarchini pegliesi di Carloforte e la primavera scorsa abbiamo fatto anche uno spettacolo a Milano.” A Milano per cantare in genovese? “Si, è successo per una serata organizzata da un locale. Non è facile far andare la gente ad ascoltare qualcosa che non conosce, però poi chi c’è sente risvegliarsi qualcosa che ciascuno di noi ha dentro. Pare che le mie canzoni abbiano questa forza e piacciano a una grossa fetta di pubblico, non solo a chi sa il genovese, agli anziani, ma anche a chi apprezza la musicalità del dialetto, capendolo magari solo in parte: è l’armoniosità, la musicalità dei dialetti a far capire anche chi non capisce le parole.” Le canzoni, la gente e la terra delle valli. E poi? “Da un paio d’anni mi occupo anche di medicina cinese e di massaggi shiatzu e ogni tanto continuo a fare il mio vecchio mestiere di tecnico teatrale delle luci. Lo facevo al Modena e l’ambiente del teatro mi piace molto, anche perchè permette di ascoltare parecchio le parole e il modo di presentarle al pubblico. Nel 1998, proprio al Modena, per amicizia, inoltre mi hanno dato modo di salire sul palco per la prima volta.” Come è andata? “Ho scoperto che ci vuole un tremendo coraggio ed è stata un’esperienza bella, ma faticosa, bisogna abituarsi restando se stessi. Ora, dopo aver fatto per tanto tempo, da tecnico, quasi il marinaio dei palchi, mi sono fermato in questa terra e sto ritrovando molte cose della mia vita. Sono contento e soddisfatto e spero di riuscire a far conoscere sempre di più questo mondo, anche se non è semplice, perché vendiamo l’album solo ai concerti e a Genova l’aveva in via del Campo la buonanima di Tassio. Abbiamo avuto una collaborazione preziosa e molto importante dalla Provincia di Genova e spero che prosegua, aprendo canali e sensibilità nuove in altre istituzioni.”
La riscoperta di tradizioni, usanze, prodotti di una volta sta facendo tendenza. Con molti meriti, se arriva anche all’anima e all’essenza di quei mondi. Le sue canzoni aiutano a ritrovarle? “Spero di si, nell’evocare qualcosa che è impensabile possa andare perso, perché esprime valori radicati quasi geneticamente, che possono trasformarsi, ma restano sempre vivi, come i classici. Ho chiamato “A curpi de prïa” il mio album perché esprime, appunto, l’essenza della Liguria, dura di una durezza che non riguarda solo la morfologia del territorio o il lavoro, ma anche la psicologia di chi ci vive, sotto certi aspetti chiusa e selvatica: lo canto anche in Prïa Neigra, dove l’uomo pensa solo e sempre al lavoro, molto di più che ai desideri dei figli, duro come la pietra con cui affila il ferro della falce. La Liguria ha la fortuna e insieme la sfortuna di essere mare e subito monte, una terra che fa faticare tremendamente nel fare le cose, persino nell’amore - non esiste nemmeno una parola in dialetto per definirlo - però quando si tratta di fare o dire cose importanti meglio di un ligure non c’è nessuno, da Calvino a Montale. Tutto nasce da questa grande sofferenza di fondo, che poi sfocia in una forza potente e chiara, trovando la sua via.”
E quella delle sue canzoni nasce da un istante preciso o da una riflessione più lunga? “Non scrivo mai di getto, le canzoni sono frutto di una riflessione, affiorano le immagini e pian piano le completo, magari ci vuole anche un anno a comporre una canzone. Amo la rima, quella vera, baciata - di cui Fabrizio De Andrè è stato il più grande maestro nelle canzoni - e per ottenerla, a parte lo studio della metrica, servono una finezza e una sensibilità particolari: se si possiede questo dono la rima diventa quasi magica, va dritta al cuore, altrimenti c’è il rischio di cadere nella più totale miseria espressiva. Per questo se l’immagine delle cose da raccontare arriva di colpo, ci vuole tempo a intagliarla nei versi.”
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