La quadreria
e i mosaici:


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Beni culturali in Liguria

RECCO: UNA CHIESA POSTBELLICA CON TANTI MOSAICI ED UNA STREPITOSA QUADRERIA


Bruno Cervetto

Dalle ricostruzioni postbelliche sono usciti, in generale, prodotti di livello abbastanza basso: le esigenze erano soprattutto di tipo utilitaristico, ed i decisori generalmente prodotti frustrati del vecchio regime, od emergenti impreparati al nuovo ruolo. Penso che solo così si possa spiegare il caso di Recco, cittadina della riviera di levante completamente distrutta dalla seconda guerra, e ricostruita nel giro di pochi anni : il nuovo piano urbanistico, invece di valorizzare le peculiarità del luogo, vi ha sovrapposto un impianto di tipo ottocentesco, con maglia viaria ortogonale del tutto incongrua rispetto al nucleo preesistente; l'edificazione è generalmente frutto della mancanza di cultura, che mirava prima a ricostruire in fretta, poi a massimizzare il profitto derivante dai "foresti" che cercavano seconde case. Poco o niente ha non solo validità, ma anche semplici pretese artistiche, e da questa tendenza non si salvano neppure i prodotti più recenti, come l' assurdo edificio pubblico, sorto in questi anni in riva al torrente, nei pressi del ponte sulla via Aurelia' che utilizza come elemento decorativo le mensole reggi-balconi del seicentesco palazzo Massone, rovesciate ed illuminate dall'alto con faretti: esempio di decontestualizzazione forse unico nel suo genere, che dimostra come l'incultura non fosse appannaggio soltanto degli anni cinquanta, ma sia quasi connaturata allo spirito dei luoghi. Soltanto un edificio mi sembra si possa salvare, forse perché è stata progettata da due architetti non del luogo, i romani Attilia e Umberto Travaglio: mi sto riferendo alla chiesa parrocchiale dedicata ai Santi Giovanni Battista e Giovanni Bono, che ha sostituito l'antica plebana, riutilizzandone in parte elementi decorativi ed opere d'arte.





La chiesa

Definita in passato "un hangar", deve invece la sua validità proprio alle forme semplici e squadrate che ispiravano il paragone aeronautico: un sottile parallelepipedo rivestito di travertino, circondato alla base da un portico architravato, definisce la facciata, che contiene anche la cantoria; unica concessione alla decorazione, le statue dei quattro evangelisti, provenienti dalla vecchia chiesa, ed il mosaico trapezoidale realizzato da Antonio Giuseppe Santagata negli anni settanta. Tutto l'edificio è definito da linee ortogonali che delimitano parallelepipedi geometricamente nitidi: navate, transetto, abside, campanile, così come l'adiacente casa parrocchiale. Geometria anche nella cupola, ovviamente emisferica su tamburo cilindrico, ricoperta da scaglie smerlate di ardesia. In certe giornate di sole, i nitidi volumi bianchi di questo edificio si stagliano contro il cielo azzurro intenso, e la sua cupola fa pensare a quella di una moschea; ma l'ispirazione dell'edificio non è assolutamente orientale, bensì deriva dalla tradizione classica italiana: quella che lega tra di loro Leon Battista Alberti ed il migliore Marcello Piacentini; oppure Antonio da Sangallo il vecchio ed Aldo Rossi;e forse Francesco di Giorgio Martini e i due quasi sconosciuti autori di questo interessante edificio. All'interno della chiesa le linee ortogonali delle tre navate principali, suddivise da colonne architravate e sottolineate dal mosaico della volta della navata centrale, terminano invece nel presbiterio in un tripudio di linee curve: quattro arconi sorreggono la cupola, mentre transetto e presbiterio - definiti all'esterno da linee ortogonali - sono qui ricoperti da volte a botte; la decorazione musiva sottolinea la parte interna degli arconi, e riveste completamente il tamburo, il ballatoio e la cupola con un fondo oro su cui si stagliano le monumentali figure di Santagata: questa è senza dubbio la parte più ricca di fascino dell'edificio, in cui ispirazioni orientali e paleocristiane si fondono in una colta reinterpretazione del nostro secolo. Un recente intervento di restauro degli interni ha eliminato i lampadari settecenteschi, che impropriamente riempivano navata e presbiterio rendendo difficile percepire la purezza dell'architettura; si apprezzano così meglio le decorazioni provenienti dalla vecchia chiesa, che qui hanno trovato collocazione: lo splendido altare di Francesco Maria Schiaffino, e soprattutto l'importantissima quadreria, in cui sono presenti alcuni dei principali nomi della grande scuola genovese tra XVI° e XVIII° secolo, con alcune opere di importanza capitale, pubblicate sui principali testi di pittura genovese.





La quadreria

L'opera più importante è certamente la pala di Valerio Castello, datata 1655, che è attualmente collocata nel transetto sinistro, a fianco di un'opera, di importanza molto minore, di G.B. Paggi o della sua scuola. La pala di Valerio si caratterizza per le tonalità calde e scure - con prevalenza dei blu e dei rossi tipici del pittore - e per gli straordinari guizzi creati dalla luce che cade dall'alto, definendo alcuni particolari: i due angioletti che sollevano un drappo sopra la scena; la testa di S: Marco evangelista e il libro su cui sta scrivendo; testa, petto e mani di S. Cecilia; la fronte, una mano ed il camice di S. Lorenzo; leggermente arretrati, ed illuminati da luce più tenue, S. Giovanni Battista e San Giorgio. I cinque santi sono disposti secondo un andamento circolare su di una scala sormontata da due colonne, ma la composizione non ha più niente della rigidità tipica di analoghe composizione del primo seicento, e diverrà un modello per le analoghe composizioni del periodo successivo: ognuno dei Santi ha una sua autonoma funzione, e mentre S. Lorenzo guarda lo spettatore, S. Cecilia guarda in basso a sinistra, e S. Giovanni Battista guarda in alto a destra, senza essere impegnati in una comune azione, come invece avveniva nei modelli compositivi vigenti fino a quel periodo. Vere nature morte sono poi gli strumenti musicali e gli spartiti che vediamo nella parte bassa della scena: da soli un vero ed autonomo capolavoro.

Il quadro del Paggi, che si trova a fianco di questa pala, è interessante anche se di livello molto inferiore: una Immacolata Concezione, circondata da angeli e dai simboli della purezza, che nonostante il mediocre stato di conservazione sembra da attribuire a G.B. Paggi, ottimo allievo di Luca Cambiaso, o a qualche suo seguace; un buon restauro potrebbe evidenziare i veri colori di quest'opera, sotto la vernice verdastra che la ricopre.

Nel transetto destro possiamo vedere un altro capolavoro, la "decollazione del Battista" di Andrea Ansaldo, opera del 1615 ; le atmosfere sono completamente diverse da quelle della pala di Valerio che le sta di fronte; derivata dal manierismo toscano che influenzava in quel periodo la pittura genovese, si caratterizza per i colori vivaci, quasi smaltati, e per l'equilibrata impostazione della scena tripartita: quasi al centro Erodiade, caratterizzata da ricche vesti ingioiellate, contempla il braccio del carnefice che pone la testa del Battista su di un vassoio sorretto da un'ancella; in basso il corpo del Battista giace riverso, ai piedi del suo carnefice; in alto, sopra scorci prospettici , il luminosissimo angelo librato in volo richiama a sé il precursore con i simboli della palma e della corona di fiori che reca nelle mani.

Altro capolavoro presente nella chiesa è la pala realizzata nel 1626 da Gioacchino Assereto che raffigura i Santi Giovanni Battista, Bernardo, Caterina, Lucia e Giorgio, collocata nel transetto destro a fianco della pala dell'Ansaldo. Questo artista - uno dei più interessanti e affascinanti del seicento genovese - è presente nelle collezioni genovesi con opere caratterizzate da tonalità calde e scure, che rappresentano scene bibliche o storiche, in cui teatralmente si affollano vigorosi personaggi illuminati da una luce di tipo caravaggesco. La pala di Recco ha invece caratteristiche completamente diverse, con il prevalere dei colori chiari ed uno schema compositivo estremamente semplice: i cinque santi sono disposti a semicerchio nelle parte inferiore, tre di essi impegnati nella contemplazione della misteriosa apparizione divina, svelata dal gruppo di figure angeliche che si librano in volo sopra di loro; Santa Caterina guarda invece lo spettatore, e con l'indice alzato della mano sinistra lo rende partecipe dell'apparizione divina che domina la scena; sulla sinistra anche S. Giorgio, rivestito da una splendente corazza, rivolge il suo sguardo verso lo spettatore.

Degna di nota - anche se di importanza nemmeno lontanamente paragonabile a quella delle opere descritte prima - è anche la pala di Giovanni Andrea De Ferrari, che si trova nella controfacciata, e rappresenta S. Erasmo, con insegne vescovili, posto su di un piedestallo marmoreo; ai suoi lati S. Chiara e S. Nicola, ed alle sue spalle S.Biagio e S. Simone.

Notiamo ancora due belle opere ottocentesche: nella seconda cappella di sinistra la tela di Luigia Mussini Piaggio, datata 1863, che rappresenta con colori chiari e trasparenti la gloria di S. Giovanni Bono; nella terza cappella destra l'enorme tela di Matteo Picasso ( recchese, autore tra l'altro del ritratto di Maria Brignole Sale De Ferrari che, fino a qualche anno fa si trovava nell'atrio di Palazzo Rosso, oggi sostituito da altro ritratto della marchesa con il figlio); l'opera, datata 1830, rappresenta con gusto neoclassico, e colori puri e freddi, la predica del Battista.

Distribuiti lungo i muri perimetrali dell'edificio troviamo numerosi pannelli bronzei di Guido Galletti - artista genovese vissuto a cavallo dell'ultima guerra - realizzati apposta per questa chiesa: nella controfacciata i due pannelli che ornavano i pulpiti oggi rimossi, e nelle navate laterali le scene della via crucis.