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Beni culturali in Liguria
UN CASTELLO PER MARCELLO
Il Castello Mackentie di Genova
Bruno Cervetto
In un articolo di qualche tempo fa ho parlato di Castelvecchio di Rocca Barbena, e di un antiquario matto, che era riuscito a far rinascere l'antico borgo; ovviamente la definizione era tutt'altro che dispregiativa, anzi era una vera dichiarazione di affetto nei confronti di Marcello Cambi, imprenditore-poeta visionario che era riuscito in un'impresa in cui nessun ente pubblico si era neppure cimentato; lui, però, si era un po' risentito per quella definizione, ovviamente senza farmi mai alcuna rimostranza , forse per un certo lato "inglese" della sua poliedrica personalità.
I più recenti sviluppi di quella personalità mi inducono oggi a confermare il giudizio, ovviamente sempre in senso affettuoso: Marcello, infatti, si è appena comprato il castello Mackentie, l'insolito edificio che sorge sulle alture di Genova, proprio alle spalle di piazza Manin, su di un bastione della cerchia muraria seicentesca, nel tratto chiamato mura di San Bartolomeo.
La follia di una simile acquisizione sta, a mio avviso, nel fatto che nell'impresa di restaurare il castello, dopo decenni di abbandono, si era cimentato senza riuscirci addirittura un Paperon De' Paperoni come Miky Wolfson, che intendeva destinarlo ad ospitare la sua collezione di arte del novecento; dopo una quindicina d'anni, e dopo aver completamente restaurato gli esterni dell'edificio, aveva abbandonato la partita donando alla Fondazione Colombo la collezione, tenendosi però il castello che nessuno voleva, temendo per i costi di restauro e manutenzione di quel sontuoso ma folle edificio, definito "capriccio da Re" ai tempi della sua costruzione.
Il castello venne edificato negli ultimi anni del 1900 da Gino Coppedè, architetto toscano allora sconosciuto, ma destinato ad un grosso avvenire non solo a Genova: a lui si devono, infatti, alcuni palazzi nella zona di via XX Settembre - caratterizzati da una esuberanza decorativa al di fuori dei canoni eclettici allora vigenti in città - e soprattutto il famoso "quartiere Coppedè" di Roma, per il quale si parla di "stile Coppedè", indicatore di un'autonomia decorativa elaborata dall'architetto nello stanco panorama italiano a cavallo tra i due secoli.
Committente del castello fu Evan Mackentie, ricco proprietario di società assicurative che occupavano oltre cinquecento persone, che scelse per la sua abitazione questo sito ai margini della città che stava crescendo verso le colline, allora come oggi dominante sulla parte più bassa della val Bisagno, ma non ancora invasao dalle costruzioni che negli anni successivi avrebbero riempito la vallata ed il castello, fin quasi a soffocarlo.
Il Mackentie acquistò, nella zona, una villa che esiste ancora all'interno del castello, e che affiora all'interno in qualche apparato decorativo, pur essendo stata completamente rivestita all'esterno con il nuovo paramento murario in pietra, che caratterizza il castello; la villa venne sventrata, i piani di calpestio realizzati in putrelle di ferro e laterizio, anche se la distribuzione interna dei vani condizionò il corpo principale del castello, che ha una struttura razionalista forse abbastanza insospettabile da parte di chi osserva la sua articolata struttura esterna; Coppedè vi aggiunse infatti, oltre al paramento in arenaria delle Spezia e laterizio, una serie di volumi, torri, torrette, edicole, scale e cornicioni su mensole, merlature, scale aggettanti, balconi, altane; le finestre divennero bifore, le pareti esterne vennero decorate con mosaici, ceramiche alla maniera dei Della Robbia, stemmi, colonne e pilastrini, portali in arenaria; il giardino venne circondato da mura merlate, che inglobano la casa del custode; sotto il parterre venne realizzata una grotta "alla Ludwig di Baviera".
L'ispirazione di questo repertorio strutturale e decorativo è toscana, come toscano era d'altra parte Gino Coppedè: anche se niente è riprodotto in modo pedissequo, sono numerosi gli edifici "citati" nel castello, a cominciare dalla poderosa torre, un po' torre del Mangia e un po' torre di Palazzo Vecchio; certamente il castello si distingue per la rilevante qualità di tutto l'apparato decorativo, opera di uno stuolo di artigiani di alto livello, a cominciare dallo stesso padre e fratello dell'architetto, i cui lavori caratterizzano anche i ricchi interni del castello. Se si vuole trovare un elemento unificante dell'edificio, nel bailamme delle "citazioni", si trova nell'alto livello artigianale che caratterizza mosaici, ceramiche, portali, sculture che ornano l'esterno, nonché soffitti, boiseries, vetrate, camini che ornano l'interno; quasi tutti realizzati appositamente per l'edificio, con tecniche artigianali dell'antica tradizione toscana.
Tecnologicamente avanzati per l'epoca erano invece gli impianti, soprattutto quello elettrico, che è addirittura "sfilabile".
I vani più interessanti sono l'atrio su Via Cabella, e la Cappella, realizzati ex novo in corpi di fabbrica addossati al corpo principale dell'edificio, e pertanto non condizionati dalla distribuzione planimetrica della precedente villa inglobata nel Castello.
L'atrio è certamente l'ambiente più articolato spazialmente, riunendo in un unico vano sia l'atrio vero e proprio, che lo scalone a tre rampe, su cui si affaccia anche l'ampio ballatoio del piano superiore.
Lo stile che ispira questo vano, pur con tutte le riserve del caso, si può definire "neo-romanico"; è caratterizzato da grandi colonne in marmo bianco - che sorreggono archi e sesto pieno - con complicati capitelli zoomorfi, sostenute ognuna da quattro animali stilofori, che poggiano a loro volta su alti basamenti ornati da formelle polilobate, e contornati da quattro sedili. L'atrio è ornato da un gigantesco camino, da un satrapico trono a tre sedute in marmo, da enormi cancelli in ferro battuto, da una statua di Venere che invita i visitatori a salire al piano superiore; su tutto dominano due pareti completamente decorate a tempera, tipo affresco, con scene storiche; lo scalone, ornato da una balaustra a colonnine, è sormontato da una cupola a vetri, col tamburo decorato da putti "alla Della Robbia"; in mezzo a tanto ben di Dio non manca neppure una copia del lampadario cosiddetto "di Galileo", il cui originale si trova nel Duomo di Pisa.
La cappella, in stile gotico, nonostante la limitata superficie, è decorata con le opere d'arte più belle di tutto il Castello; un organo a canne, vetrate, robbiane, stalli lignei sormontati da Santi a mosaico, due superbe tavole (un'Annunciazione ed una Resurrezione del Sepolcro), copia di originali rinascimentali.
Il piano terra è ornato da boiseries intarsiate e scolpite, abbastanza tetre nonostante l'alta qualità formale; l'ambiente più interessante - su due piani, nonostante un incongruo intervento del dopoguerra lo abbia diviso in due vani sovrapposti - è la biblioteca, i cui volumi sono stati donati dalla Famiglia MacKentie alla Biblioteca Berio.
Più piacevole il piano superiore, in cui affiorano alcune parti della villa inglobata nel Castello; gli affreschi con piacevoli scene di paesaggio, che ornano il grande salone ed un'altra sala, sono infatti veri affreschi, già esistenti e contornati da nuove quadrature in stucco.
La caratteristica generale di questo piano, escluso il salone, sono gli imponenti soffitti a cassettoni, in stile cinquecentesco, e le porte, un po' alla "Pelagio Palagi", decorate con tempere neo-cinquecentesche. Il vano più interessante è la stanza da bagno che ha al centro una vera e propria piscina, ed era sormontato da un soffitto con lucernaio in vetri piombati, oggi smontato ed in attesa di ricollocazione.
Il secondo piano - abitato dalla figlia del MacKentie, che non amava i gusti del padre - è più normale, caratterizzato da vani storicistici analoghi a tanti altri che venivano costruiti in quell'epoca, e quindi poco interessante.
Il Castello, con i suoi quattromila metri quadri di superficie, ed i suoi oltre ottanta vani, avrà in qualche modo un utilizzo "pubblico"; Marcello Cambi vi trasferirà infatti la sua casa d'aste, ma penso che con la sua capacità inventiva troverà altre forme di utilizzo, che gli consentano di avviare i lunghi e costosi lavori di recupero degli interni del Castello. Certamente, in questa meritoria opera di recupero, Marcello avrà bisogno (ma, direi, anche legittimo diritto), all'aiuto di soggetti pubblici e privati, che dovranno riconoscere l'alto valore culturale della prosecuzione del lavoro di restauro a suo tempo interrotto da Mik Wolfson.
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