una ringhiera del bovindo








Il vasto parco della villa si estende tra l’area dell’istituto Maria Luigia e la strada che sale verso il castello di Chiavari, al suo interno sorgono numerosi edifici, dove abitano i proprietari della villa.







 architrave traforato del bovindo

interno del salone del piano nobile

due porte interne del salone

(solo lato destro): particolare della decorazione del salone

bovindo: volta e vetri interni degli architravi traforati

particolare del retro della villa

il pavone che decora l’interno della loggia in facciata



le finestre dell’attico della villa
Beni culturali in Liguria

CHIAVARI: un misterioso fondale giapponese

Villa Ottone - Bombrini

Bruno Cervetto



facciata della villa

Tra le medie città liguri, Chiavari è certamente una di quelle che meno hanno subito gli stravolgimenti generati dallo sfrenato sviluppo urbanistico del dopoguerra.
Capita così, girando per la zona del centro che contorna l’intatto centro storico, di imbattersi in numerose ville costruite tra la fine del XIX secolo, e gli inizi del XX, ancora mantenute come residenze unifamiliari e circondate dal loro giardino; quasi mai di grande estensione, ma comunque sufficiente a creare uno stacco tra le diverse dimore.
Il viale che dal lungomare conduce al casello autostradale, è circondato da numerose di questa abitazioni, ma è il fondale del viale che colpisce il visitatore: un misterioso parco, che riveste una piccola collina, circondato da una fantastica cancellata che sembra composta di innumerevoli serpenti gialli; dietro la cancellata cespugli, poi un declivio erboso , e sulla sommità numerosi pini che circondano un edificio che si intuisce, dalla torretta e dal tetto che sovrastano i pini stessi.

Il cancello della villa è sempre chiuso, e mancano altri apparenti segni di vita nel parco; ma questo non è l’ammasso informe di alberi cresciuti senza cura che spesso circonda gli edifici in abbandono; anzi, i prati all’inglese che rivestono la parte bassa della collinetta su cui sorge la villa sono perfettamente tenuti, ed i prati, alberi e parti visibili dell’edificio appaiono come un curato insieme dal carattere vagamente giapponese, del tutto estraneo al contesto urbano in cui si trova, dove impera lo storicismo eclettico caro alla borghesia chiavarese.

Il vasto parco della villa si estende tra l’area dell’istituto Maria Luigia e la strada che sale verso il castello di Chiavari, al suo interno sorgono numerosi edifici, dove abitano i proprietari della villa, discendenti degli Ottone che la costruirono nei primi anni del 1900; l’edificio principale è invece poco vissuto, abitato solo stagionalmente, forse poco amato: si racconta di un’ava che, nel dopoguerra, lo affittò ad un’istituzione pubblica perché i figli non potessero usarlo, ed i nipoti non ebbero quindi la possibilità di viverlo da ragazzi, e forse, oggi, non lo amano come si amerebbero i luoghi legati ai ricordi d’infanzia.
E’ un vero peccato, perché la villa non ha niente da invidiare, quanto a qualità formali, ad altre importanti ville sparse sul territorio regionale, comprese le ville Nobel e Grock, di cui abbiamo parlato di recente.

Fu costruita da un architetto genovese molto noto, Marco Aurelio Crotta, autore di numerosi edifici a Genova e Riviera, come il castello Figari a San Michele di Pagana, il castello Peirano di Rapallo, la palazzina Ottone a Torriglia; intervenne anche nel Castello D’Albertis di Genova, sempre operando un “revival” di quel medioevo alla cui interpretazione si era formato alla scuola del D’Andrade. Solo nella villa Ottone di Chiavari operò in completa autonomia dagli altri esempi della sua produzione, realizzando un’opera dotata di notevole autonomia stilistica.

La facciata della villa – praticamente impossibile da fotografare se non da un’angolazione quasi zenitale, a causa dell’antistante vegetazione – è animata da un notevole repertorio di elementi architettonici: una scala poligonale a doppia rampa, delimitata da transenne traforate, conduce ad un alto loggiato, esteso a tutta la facciata, da cui si accede al piano nobile; il loggiato, aggettante al centro in corrispondenza dello scalone, è sorretto da quattordici alte colonne composite, che sembrano ispirate da modelli indiani, anche se il repertorio decorativo di palmette e gigli fiorentini ci riportano ad un ambito più nostrano.

Sopra il loggiato un terrazzo delimitato dalle solite transenne traforate corrisponde al secondo piano nobile della villa, mentre gli abbaini del sottotetto – quasi casette di Biancaneve – sono sormontati da abnormi “acroterion” decorati con palmette e teste femminili.

La facciata è delimitata, ai lati, da due corpi aggettanti, loggiati in corrispondenza del secondo piano nobile: uno a pianta quadrata sulla sinistra, ed una torretta ottagona sulla destra, sormontata da un’alta guglia.
L’animata facciata riceve ulteriore articolazione dai colori, che alternano il rosso del basamento al rosa antico alternato ad avorio dei piani superiori, al tenue cadmio dei coronamenti; nonché dal chiaroscuro di transenne, ringhiere e timpani di finestre. Non manca un’interessante decorazione pittorica - realizzata a secco, e non ad affresco – che si sviluppa all’interno della loggia del primo piano nobile, e nel retrostante grande salone.

Nella parte bassa della loggia troviamo tralci di alberi da frutto di colore verde scuro, mentre la porta del salone è sormontata da tre pavoni che sormontano i soliti tralci, questa volta realizzati con diverse tonalità di bianco, giallo, azzurro e turchese.

Ma è all’interno dell’ottagonale salone del primo piano, e dell’adiacente bovindo, che la decorazione dipinta esplode su tutta la superficie delle pareti: fino a due terzi dell’altezza le pareti sono ricoperte da enormi foglie azzurro-turchine, rialzate da frutti giallo-dorati, disposte secondo una scansione geometrica che sembra simulare grosse piastrelle; la restante superficie delle pareti, e la volta a cupola, sono invece decorate con nuvole su fondo di cielo azzurro, su cui si staglia una variegata decorazione di tralci vegetali; al centro del salone un gruppo di putti tiene distesa una tovaglia ricamata sopra il tavolo da pranzo, apprestandosi a posarvela. Nell’adiacente bovindo pentagonale, nuvole e verdure, assieme a due spossati puttini, sovrastano i vetri colorati che chiudono all’interno gli splendidi architravi traforati sovrastanti le finestre, fanno filtrare una luce attenuata verso l’interno. Splendide porte in ciliegio, recanti vetrate con arabeschi colorati, dividono il salone dagli ambienti circostanti; non abbiamo potuto vederli, come il resto degli interni, ma la qualità del salone è stata sufficiente a darci un’idea della cura formale che Marco Aurelio Crotta, e gli artigiani che collaboravano con lui, dedicavano alle proprie realizzazioni; cura formale che non ha niente da invidiare alle realizzazioni di altri architetti austriaci, francesi, belgi e scozzesi che – seppure con consapevolezza stilistica molto superiore a quella del Crotta – riempiono oggi le pubblicazioni sul liberty europeo.



Resta peraltro da capire, ma non è compito di un giornalista, se la mancata creazione di uno “stile Crotta” autonomo rispetto al revival storicistico che ha caratterizzato la sua produzione, sia dovuta alle richieste della sua committenza, oppure ad una sua incapacità di approfondire una propria autonomia creativa.