ARCHEOLOGIA URBANA A GENOVA
Le ricerche archeologiche, nel centro di Genova, non hanno mai goduto di una percezione positiva da parte del pubblico, perchè in generale si sono contrapposte ad esigenze (vere, o false) del traffico, dello sviluppo, della trasformazione urbana, delle attività economiche in generale.
Basterà ricordare gli scavi al centro di Piazza Matteotti, oltre un decennio orsono, e le "geremiadi" degli automobilisti cui era stata sottratta una parte della sede stradale; più recentemente, si può ricordare la vicenda dell'Expò, quando le esigenze di ricerca degli archeologi si sono scontrate con la volontà della città di fare presto, per arrivare in tempo ad un preteso "appuntamento storico";più recentemente ancora, la vicenda di piazza della Vittoria, o quella di San Donato, dove un parcheggio per residenti è bloccato da alcuni anni, a seguito di ricerche archeologiche che hanno evidenziato reperti della città in epoca romana.
Una mostra, come quella visibile alla "Commenda" di Prè fino al 5 maggio, serve invece, con intelligenza, a ricomporre le polemiche, ed a spiegare alla città che alcuni sacrifici servono per conoscere la nostra storia, il nostro passato, e per cercare giustificazioni della conformazione urbana della città vecchia.
Visitiamo la mostra con Piera Melli - funzionario della Soprintendenza Archeologica, giovane, simpatica, l'esatto antipodo di ogni stereotipo dell'archeologa, - che ci spiega alcuni rinvenimenti che sono stati effettuati negli anni, generalmente per caso, in occasione di lavori che avevano tutt'altri scopi diretti.
La mostra illustra, con criteri topografici, i diversi rinvenimenti mediante semplici pannelli, affiancati da vetrine con alcuni degli oggetti rinvenuti. Vediamo così, nel pianterreno della Commenda, i rinvenimenti effettuati nell'area portuale, durante gli scavi per il sottopasso di Caricamento: non dimentichiamo che l'attuale piazza era mare, e che gli edifici porticati seguono l'originario andamento della costa; via via sono stati realizzati il molo Vecchio (sotto l'attuale Via del Molo), Embriaco (di cui si vede l'estremità dentro l'Expò, vicino al Bigo) e poi i ponti Reale, Spinola, Calvi, la Darsena. Interessante (oltre all'esposizione di un tratto di sedimenti marini, con gli strati riferibili a diverse epoche) la ricostruzione della palizzata lignea rinvenuta all'interno del ponte Spinola, che ci fornisce indicazioni sulle tecniche costruttive in mare usate nel periodo medioevale.
Ai piani superiori della mostra si trovano invece i ritrovamenti riferibili ad epoca più antica, soprattutto romana (anche se, in ogni zona, i rinvenimenti si riferiscono spesso a diverse epoche successive, in sovrapposizione).
Nella zona di S.Silvestro, oggi Facoltà di Architettura, i ritrovamenti più antichi, del VI° e V° secolo Avanti Cristo; il luogo, murato già nel 1° secolo, poi abbandonato fino al 9° secolo D.C., divenne in seguito la cittadella fortificata (castrum), sede del potere politico e religioso.
Nella zona di piazza Cavour, all'interno di un edificio cosiddetto "Casa di Agrippa", i resti di un edificio termale, o di una fontana monumentale; nell'adiacente zona dei "mattoni rossi", tracce di uno sbancamento della collina, effettuato in epoca Augustea, e di un muro di sostegno dello sbancamento, su cui poggiava un edificio.
Nella zona di S.Lorenzo (all'interno del chiostro), di piazza Scuole Pie (all'interno della chiesa ) di piazza Invrea, e di piazza Matteotti sono stati invece rinvenuti i resti di "domus", edifici abitativi urbani, in alcuni casi lussuosi, in quanto dotati di mosaici (piazza Invrea) e di pavimenti in "cocciopesto" a tre colori, di affreschi, e di piastrelle "con cubi" (piazza Matteotti).
Nella zona di S.Donato, sono stati invece rinvenuti i resti di una vasca, o cisterna, usata per la raccolta dell'acqua, e poi presumibilmente abbandonata dopo la costruzione dell'acquedotto, nel 1° secolo D.C.; inoltre, il ritrovamento forse più sensazionale, il muro basamentale, lungo oltre 70 metri, di un anfiteatro del 1° secolo D.C., su cui presumibilmente era impiantata una cavea di legno, in parte appoggiata alla collina, ed in parte costruita in elevazione.
Nella zona della Maddalena, poi, resti di una necropoli del IV°/V° secolo D.C.; nella zona di piazza Dante e Via Fieschi, i resti di una necropoli con anfore dell'inizio del 3° secolo D.C., da cui proviene tra l'altro il famoso "Cerbero", segnacolo funerario oggi nel Museo di Pegli; nella zona di S.Stefano, invece, sono stati rinvenuti i resti di una necropoli preromana.
Nella zona di Via delle Ginestre esiste l'ultimo resto dell'acquedotto romano del 1° secolo D.C., che dal giro del Fullo alimentava la città.
Queste le sparute testimonianze finora rinvenute, della Genova antica; il centro urbano, con i suoi probabili monumenti, il suo abitato, i suoi templi, giace sepolto sotto il centro storico, e sarà lungo e difficile effettuare ritrovamenti che diano qualche certezza alle ipotesi che gli studiosi hanno via via avanzato sulla struttura urbana della Genova romana. Tuttavia, utilizzando le certezze dei ritrovamenti, nonchè ipotesi di studiosi, è possibile ricostruire, in un breve percorso immaginario, la Genova del 1° secolo D.C., che fu in tutta Italia un momento di grande fervore edilizio, in concomitanza con il sorgere delle "municipalità".
Nata sulla collina di Castello, che la delimitava a sud, la città si era espansa, secondo un reticolo ortogonale, sulla sottostante parte pianeggiante (attuali vie S.Bernardo, Giustiniani, Canneto); il limite nord può essere identificato all'incirca lungo la direttrice dell'attuale vico Indoratori, probabilmente delimitato da un terrapieno, o da mura di legno che proteggevano le "domus" più recenti e più ricche, risalendo fino all'attuale porta di S.Andrea; qui arrivava la strada da levante, che penetrava in città lungo l'attuale Via Giustiniani, fino ad incontrarsi con la strada costiera nei pressi dell'attuale piazza S.Giorgio, dove, presumibilmente, era ubicato il foro, o la zona del mercato; le abitazioni erano costrette in questo perimetro, distribuite secondo una maglia stradale a reticolo ortogonale; ad est, dove l'abitato finiva, in prossimità del colle di Sarzano, si trovava l'anfiteatro, sede di spettacoli, e luogo di accasermamento di truppe di passaggio.
Lungo le vie di accesso da levante (le attuali via S.Vincenzo, via porta degli Archi, piazza Dante) le necropoli, ubicate anche lungo la "tangenziale" (attuale via della Maddalena) che consentiva di tagliare fuori l'abitato, ricongiungendosi alla strada costiera che usciva a nord ovest dalla città.
In questo periodo la città cominciò a ricevere l'acqua attraverso un lungo acquedotto che, dalla chiusa del Fullo, percorreva la val Bisagno, secondo un percorso ricalcato nei secoli successivi da altri manufatti.
VILLA NOBEL
"La villa intanto, che a noi pareva unica nella sua bizzarra miscela di stili, con leggeri capricci di ferro e sfoggi di vetrate, e una torretta incrostata di pietruzze da figurare un croccante, si va adornando di graffiti; un pittore, in tunica sui ponti, non ha mai finito di lavorarci.... Finalmente (ma il pittore continua a graffire, sospeso lassù in alto sotto il tetto) la villa riapre le finestre....".
Così il poeta Francesco Pastonchi descriveva - con gli occhi di un ragazzo quindicenne - la villa sanremese acquistata nel 1891 da Alfredo Nobel. Si notano accenti ironici, se non spregiativi, nella descrizione della villa, probabilmente dovuti anche alla scarsa considerazione che Pastonchi riservava al suo precedente proprietario (".....un arricchito delle americhe......, un italiano pomposo.....").
La villa Nobel - attualmente in corso di restauro da parte della Provincia di Imperia, che l'ha acquistata nel 1973 dall'Azienda Soggiorno e Turismo di Sanremo - non sembra invece così disprezzabile ai nostri occhi, abituati ormai a considerare con più attenzione la produzione artistica, e artigianale, del tardo ottocento nostrano.
Ci troviamo, sia chiaro, in un periodo di riproposizione di stili storici, spesso in "accrocchio" tra di loro. Fuori d'Italia, iniziavano le correnti artistiche che avrebbero portato - nell'ultimo decennio del 1800 - allo sviluppo dello stile "Liberty"; ma la Liguria era fuori dai circuiti culturali più evoluti; le stesse grandi opere di urbanizzazione che, a Genova, vengono avviate alla fine del 1800 (in primo luogo Via XX Settembre), non si allontanano molto dalla riproposizione di moduli storicistici.
Premesso ciò - e chiarito, quindi, che siamo di fronte ad un prodotto artigianale, e non ad un'opera di livello artistico - nella villa Nobel sono da apprezzare proprio quegli elementi che Pastonchi considerava con sufficienza: il "croccante", cioè la superficie della torretta, ci appare oggi come un piacevole prodotto di artigianato di qualità; l'intera facciata è rivestita con un intonaco "graffito", di colore rosso su sfondo scuro, prodotto da manualità esperta ed oggi, purtroppo, introvabile; l'aspetto generale della villa, movimentata da tettoie, colonnina di sostegno dei cornicioni, tetti "alla francese", è tutt'altro che spiacevole, soprattutto inserita nel piccolo parco, i cui alberi hanno oggi dimensioni maestose.
In questa villa, nel 1982, trasferì la propria residenza Alfredo Nobel, inventore ed industriale svedese che, proprio in tale duplice veste potè realizzare quella rilevante fortuna che, oggi, consente la corresponsione dei Premi Nobel.
Come è a tutti noto, Nobel inventò la dinamite, non strumento di guerra, ma strumento che ha favorito lo sviluppo pacifico dell'economia, facilitando la costruzione di vie di comunicazione, gallerie, ecc.; Nobel partì dalla scoperta della nitroglicerina, effettuata dall'italiano Sobrero - materiale estremamente pericoloso, perchè soggetto ad esplosione a seguito di urti - per arrivare alla dinamite, facendo assorbire la nitroglicerina con la "terra degli infusori", e rendendola stabile ed inerte durante il trasporto.
Meno note, forse, sono le altre invenzioni di Nobel; in totale 355 brevetti, tra cui l'"extra-dinamite" (dinamite con la stessa potenza della nitroglicerina, resistente all'acqua, di basso costo); la balistite (polvere esplosiva senza fumo); materiali artificiali come la viscosa ed il caucciù artificiale; il fulminante per la nitroglicerina; tecniche per l'utilizzo dell'alluminio (ai suoi tempi, metallo più costoso del platino).
Meno note sono, certamente, le modalità di utilizzo dei suoi brevetti più famosi: non vennero ceduti, ma utilizzati da Nobel stesso in fabbriche disseminate in diverse parti d'Europa; alla sua morte, avvenuta nel 1896, per disposizione testamentaria tutti i suoi beni furono venduti, e destinati a costituire un fondo, amministrato dall'Accademia delle Scienze di Stoccolma, i cui interessi annuali dovevavo essere ripartiti sotto forma di premio tra tutti coloro che avessero reso i maggiori servizi all'umanità, nel campo della fisica, della chimica, della medicina, della letteratura, dello sviluppo della pace,
Nobel visse stabilmente nella sua villa di Sanremo (allora chiamata "mio nido") dal 1892 al 1894; fino al 1896, anno in cui vi morì, vi abitò nei mesi freddi.
Nella villa disponeva di un laboratorio, di collaboratori, e di un pontile che, dalla parte del parco più vicina al mare, si inoltrava nel mare (oggi porto di Sanremo), consentendogli di effettuare esperimento balistici.
Quest'anno ricorre il primo centenario della morte di Nobel, e la Provincia di Imperia intende onorare l'illustre ospite con il restauro della villa e la sua destinazione a museo e sede di convegni e manifestazioni culturali.
Occorre dire che l'interno della villa non è attualmente all'altezza della fama del suo proprietario e del suo aspetto esterno, e che dovrà ricevere una forte riqualificazione del restauro.
Vi si conservano, nel secondo piano nobile, alcuni ambienti con soffitti decorati a tempera, seppure in pessimo stato; l'ambiente più importante, il Salone del piano terreno, è decorato sul soffitto con un "Convito degli dei", che ha avuto la disgrazia di essere pasticciato, negli anni '60 del nostro secolo, da una ridipintintura eseguita con pennellate grevi, e tonalità degne delle peggiori statuine di presepe napoletane del secondo dopoguerra.
Gli architetti Mirella Scianda e Sergio Raimondo, e l'ing. Giovanni Rolando, incaricati del restauro, avranno certo il loro da fare per corrispondere alle volontà dell'Amministrazione Provinciale, e per coniugare restauri con necessità di rifacimenti; per far convivere consolidamenti di solette con recuperi delle cromie originali dei soffitti.
La destinazione a museo della villa non prevede soltanto un riferimento alla memoria storico e culturale di Alfredo Nobel: possono essere ricostruiti studio, anticamera e biblioteca, con i mobili originali (in particolare, la magnifica libreria e scrivania, prodotto di raffinato artigianato del secondo ottocento, per le quali non sembra azzardata un'attribuzione ai milanesi fratelli Pogliani); nel seminterrato esiste una ricostruzione del suo laboratorio; nel parco, un cannone proveniente dalle sue fabbriche; numerosi sono i documenti originali relativi alla sue scoperte, ed alle sue fabbriche.
Accanto a tali documenti, sarà possibile allestire un museo dei "Nobel italiani", cioè documenti e testimonianze inerenti tutte quelle personalità italiane che sono state insignite dell'ambita onorificenza istituita da Nobel.
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LA " BADIA" DI TIGLIETO
A "Badia" i genovesi possono arrivare percorrendo la strada provinciale che da Rossiglione sale verso il Monte Calvo, e ridiscende a Tiglieto; oppure da Voltri, risalendo la strada del Faiallo, per ridiscendere poi verso Acquabianca, Martina d'Olba e Tiglieto. "Badia" si trova sotto il paese, sulla sponda opposta del torrente Orba, al centro della vasta piana che è attraversata dalla strada provinciale di Olbicella.
Ancora per qualche anno, "Badia" potrà essere guardata solo da lontano; questo importante monumento, infatti, è oggi proprietà privata, della Marchesa Camilla Salvago Raggi, che vi abita durante l'estate. Un recente atto, firmato presso la Provincia di Genova nel mese di luglio, concede in comodato una parte del complesso (chiesa, chiostro, e sala capitolare) al Comune di Tiglieto, che assieme alla Provincia e alla Comunità Montana si è impegnato a provvedere al restauro di queste parti del monumento.
Sarà allora possibile, anche al pubblico, accedere a questo straordinario complesso monumentale, fondato nel 1120 dalla comunità monastica dei cistercensi, che insediò qui la sua prima filiazione fuori dalla Francia.
Come è noto, le comunità cistercensi non si limitavano a costruire luoghi di preghiera, ma attraverso il lavoro agricolo, e l'applicazione delle tecniche allora più innovative, realizzavano centri che, si direbbe oggi, contribuivano allo sviluppo economico del territorio; i segni di queste trasformazioni cistercensi possono essere percepiti ancora oggi dal turista attento: la piana, dominata al centro dall'Abazia, oggi prato, era allora intensamente coltivata; ai margini del coltivo, le aree destinate a pascolo, che tendono ormai a confondersi col bosco circostante, a causa dell'avanzare del cespugliato; il bosco, oggi in gran parte abbandonato, forniva il legno necessario alle attività agricole.
Anche il complesso abaziale, quantunque sia rimasto integro nei suoi elementi essenziali - chiesa, convento, chiostro, refettorio, edifici agricoli - rivela profonde stratificazioni di interventi, succeduti nei secoli e soffre di uno stato profondo di degrado, dovuto agli insostenibili costi di manutenzione di un complesso di quella importanza e dimensioni. 
Il complesso abaziale è costruito, a nord, dalla chiesa, con l'asse principale orientato da est ad ovest; ortogonale a questo edificio, sul lato est, e con orientamento nord/sud, si trova l'edificio conventuale, da cui si diparte il volume già destinato a refettorio; nel complesso, chiesa, convento e refettorio racchiudono i tre lati del chiostro; sul quarto lato, e nelle immediate adiacenze, altri volumi destinati ad suo agricolo.
Il complesso degli edifici ha subito, negli anni,una serie di vicissitudini legate alle vicende storiche, ed agli assetti proprietari; nel 14° secolo il monastero perse l'autonomia, divenendo "commenda"; solo nel XVI° secolo, con l'avvento della famiglia Raggi, l'Abazia risorse economicamente, e vennero avviate negli edifici le trasformazioni che ancora oggi vediamo: il corpo del convento fu trasformato in abitazione, sopraelevandolo di un piano; fu costruito l'attuale campanile; la chiesa venne profondamente modificata, invertendone l'orientamento (la facciata originaria divenne abside, e viceversa, con la distruzione delle cappelle absidali); l'originaria copertura a capriate lignee della navata centrale venne sostituita da una volta a botte, mentre le navate laterali vennero coperte con volte a crociera; nei secoli successivi il chiostro subì un progressivo degrado, con la completa sparizione delle tre gallerie, sostenute da colonnine, ed addossate alla chiesa, al convento, ed al refettorio; la navata laterale destra della chiesa venne sopraelevata; quella sinistra parzialmente demolita, e sostituita con un edificio che ospitava il Comune di Tiglieto.
Paradossalmente, alcuni danni alla chiesa furono procurati proprio dai lavori di restauro intrapresi, nel dopoguerra, dalla Soprintendenza; nella ricerca - ormai da considerare del tutto antistorica - dell'originaria struttura interna dell'edificio, furono distrutte le volte laterali, sostituite da un tetto con travi a vista; la pesante volta centrale, non più contrastata da quelle laterali, iniziò un processo di disgregazione che, oggi, fa temere per la stabilità dell'intero edificio; tutti gli intonaci interni, fatta eccezione per la parte absidale, furono asportati, alla ricerca dei mattoni e delle pietre dell'edificio cistercense; la facciata originaria (oggi abside) venne notevolmente integrata con la ricostruzione delle originali monofore, ed il tamponamento delle finestre lobate aperte a seguito della costruzione dell'abside seicentesca.
L'interno della chiesa appare oggi in forme seicentesche, fortemente compromesse dalla ricerca delle pretese murature "a vista" dell'originaria costruzione; sono stati addirittura ricostruiti i volumi del transetto - distrutti a seguito dell'inversione facciata/abside, cui si è fatto cenno - con la conseguenza che quest'ultimo verrà a trovarsi nella parte anteriore della chiesa, vicino alla facciata.
Tra breve, si porrà mano al restauro delle tre parti affidate in comodato al Comune di Tiglieto: la chiesa, con tutti i problemi manutentivi e statici di cui si è detto; la sala capitolare, splendido e quasi intatto ambiente dell'originario convento, con le volte sorrette da quattro colonne centrali; il chiostro, oggi ridotto ad un cortile quadrato, privo delle gallerie.
I problemi da risolvere saranno notevoli, e tra essi è compresa la scelta di cosa conservare, e cosa buttare a mare, del "restauro" degli anni '50. Verosimilmente, si conserverà l'aspetto "medioevale" dell'esterno (con la facciata principale ad ovest, e senza più l'abside originaria), mentre l'interno verrà ripristinato secondo l'aspetto seicentesco, oggi prevalente, mediante la rintonacatura di tutte le parti in mattone, la conservazione della volta a botte della navata centrale, con accesso, e facciata principale, sul lato est. Il primo, indispensabile lavoro, già parzialmente finanziato, consisterà nel rifacimento del tetto, originariamente ricoperto con "focaccine" di cotto, ormai introvabili, ed oggi in "coppi".
Il "chiostro", come si è detto, è oggi ridotto ad un cortile, piantumato a frutteto; sarà, forse, possibile ricostruire una delle gallerie (verosimilmente quella addossata al corpo del convento che ospita la sala capitolare) utilizzando le colonnine ed i capitelli oggi raccolti nella stessa sala capitolare.
Sarà, comunque, un lavoro lungo e non semplice, che sarà forse ripagato dal ritorno di alcuni monaci cistercensi, che potranno così riprendere il loro lavoro sul territorio, e portare, con gli anni, al vero restauro di Badia: quello che si occuperà non soltanto degli edifici, ma soprattutto del recupero delle valenze paesistiche connesse all'uso agricolo del territorio.
E' una caratteristica costante del nostro entroterra essere stato trasformato dall'antropizzazione, e soprattutto dall'utilizzo agro silvo pastorale, attuato attraverso numerosi secoli; è , purtroppo, caratteristica costante di quello stesso territorio lo stato di abbandono; il recupero dell'ambito agricolo di Badia, per la sua limitata estensione, potrebbe diventare il primo vero esempio di recupero di un'area agricola in Liguria, ed il paradigma di futuri interventi, anche nei "parchi regionali".


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