Dalla guida manoscritta di James Hakewill per Turner:
"...Mem: Baccale Vi darà una lettera di presentazione per Genova&c.&c per
una lista di case, e dopo aver fissato il Vs. Prezzo con lui, Vi risparmierete
la preoccupazione di un alterco; ma ricordate di non non giungere a nessun
accordo come inquilino in qualsiasi casa, senza prima avere questo
incontro. -Genoa- Andate a Palazzo Durazzo senza le Mura per godere di una
buona vista della città - Nella chiesa di Santo Stefano, un famoso quadro
della lapidazione del Santo. Vedete il ponte di Carignano& Chiesa. Il Vs.
Accompagnatore Vi condurrà ai palazzi principali. Non
affidatevi per nessuna ragione ad una feluca- ma affittate cavalli e guide per Spezia..."

La nostra rivista in Liguri.net ha pubblicato alcuni “appunti di viaggio” e links ai quattro Album, conservati alla Tate Gallery in cui William Turner appuntò immagini di Genova e della costa tra Marsiglia e La Spezia durante i suoi viaggi in questa parte d’Europa tra il 1828 e il 1840.
Si tratta di immagini non di carattere documentario, ma quasi sempre di impressioni appuntate sui fogli con un tratto di penna veloce; talvolta acquerellate come le vedute di Genova dall’alto, ma assolutamente avare di quei dettagli che caratterizzeranno invece i compilatori di rami, acciai, litografie ed acquetinte che ritrarranno Genova nello stesso periodo; soltanto in pochi casi la mano e la penna del grande pittore della luce arrivano a dettagli che ci permettono di riconoscere con sicurezza parti della città: la veduta della chiesa di san Pietro in Banchi, la veduta della Commenda di Pre’, o quella in cui si riconosce il fianco di levante del palazzo del Principe a Fassolo, con il fossato di Sant’Ugo (riconoscibile perché Domenico Cambiaso raffigurerà questo angolo di Genova ormai in gran parte scomparso in un disegno molto noto perché varie volte pubblicato, ed in un quadro oggi alla G.A.M. di Nervi).
 Questo carattere non di taglio documentario delle immagini di Genova realizzate da Turner permette forse di capire perché di esse non si trovi praticamente traccia in nessuna delle numerose pubblicazioni sulla città; basti dire che un repertorio scrupoloso ed attento come “Iconografia di Genova e delle riviere “ del Poleggi riporti una sola immagine realizzata da Turner, una veduta della lanterna e della costa con barche, ed anche in questo caso non direttamente ma nell’incisione che il Finden ha tratto dal disegno del pittore e utilizzata nel quindicesimo volume di “The works of Lord Byron” pubblicato nel 1833.
Certamente il pittore, ritrae parti della città con un’autonomia di interpretazione del tutto estranea alle esigenze dei diversi compilatori di guide e repertori di immagini sulla città, che sono quelle di documentare con precisione la realtà urbana dell’epoca.
Ugualmente non sembra che il modo di dipingere di Turner abbia lasciato una qualche traccia sui pittori genovesi di quel periodo: pur non esistendo documentazione sull’esistenza di contatti con gli artisti genovesi dell’epoca, è difficile ipotizzare che ritrattisti e pittori di scene storiche come Fraschieri, Peschiera e Massola – collocabili come formazione ed interessi tra tardo neoclassicismo e romanticismo - o paesaggisti “puntuali” come Garibbo e Cambiaso, potessero ricevere qualche sollecitazione da un pittore presumibilmente del tutto sconosciuto a Genova, e che in quel periodo ormai sfumava i contorni delle figure in un tourbillon luministico del tutto personale, presumibilmente incomprensibile per la cultura cittadina dell’epoca.
Ma quale era, dal punto di vista sociale e urbanistico, la Genova che trovava Turner al suo arrivo nel 1828, e nei suoi successivi viaggi ?
L’autore della sua guida manoscritta, James Hakewill, non è in grado di dargli grandi notizie sulla città: gli dice di andare al palazzo Durazzo fuori le mura per una buona visione della città; di andare nella chiesa di S.Stefano per vedere una famosa pittura della lapidazione del santo; di vedere il ponte di Carignano e la chiesa.
Notizie in parte poco chiare ( quale sarà, tra i tanti, il palazzo Durazzo fuori le mura? Di certo un palazzo sulle alture, perché né la villa di Cornigliano, né quella di Romairone, appartenenti alla famiglia Durazzo, permettevano di vedere alcunché della città; forse il palazzo di salita san Bartolomeo degli Armeni 11, poi Medici del Vascello, che è fuori delle mura cinquecentesche, ma non di quelle seicentesche?). Notizie che comunque denotano una conoscenza “internazionale” poco informata sulla città ( si cita la grande pala di Giulio Romano, allievo di Raffaello, in S. Stefano, ma non una parola sulla pittura locale, allora assolutamente sconosciuta); mentre il ponte di Carignano costituiva allora, con la sua vertiginosa altezza, un’opera di ingegneria molto conosciuta, così come la basilica Alessiana, che era la prima cosa che i viaggiatori vedevano di Genova, per la sua collocazione urbanistica e l’altezza della sua cupola, che il suo autore ed i suoi committenti - la famiglia Sauli – avevano appositamente voluto con un alto tamburo, ed a sesto rialzato, affinché fosse ben visibile dai marinai anche da lontano.
Dire che nel 1828 Genova si trovava in una fase “di transizione” può sembrare una banalità; in realtà la città si trovava circa a metà strada tra il 1815, data di annessione al Regno di Sardegna, ed il 1849, anno in cui il generale La Marmora soffocherà nel sangue la rivolta dei Genovesi contro il dominatore piemontese, che di fatto contrastava le esigenze di espansione commerciale di Genova verso la grande area lombarda e verso l’Europa centrale.
Nel 1815 la Serenissima Repubblica di Genova non venne riconosciuta dal Congresso di Vienna, e venne annessa al regno di Piemonte, senza alcun plebiscito: troppo scarso era ormai il peso politico dell’antica repubblica marinara, ed il suo peso economico – ancora rilevante nel ‘700 in virtù dei traffici marittimi – era stato fortemente ridimensionato durante il periodo dell’impero napoleonico, a causa del blocco degli stessi traffici.
Non vi era stata ripresa, nonostante le realizzazione di opere pubbliche importanti come la strada dei Giovi nel 1822: il Piemonte era un avversario, non tanto perché dominatore dopo lunghi secoli di autonomia, ma perché ancora ancorato ad una economia agricola, protezionista e portato a non comprendere gli interessi commerciali genovesi, storicamente vitali per la propria sopravvivenza prima che per il proprio sviluppo.
Genova aveva bisogno dell’eliminazione delle barriere politiche, prima di tutto verso la Lombardia, per poter sopravvivere e svilupparsi; agli stimoli economici si sommeranno – proprio negli anni trenta e quaranta del XIX° secolo, gli stimoli idealistici, il misticismo mazziniano, e Genova diventerà il fulcro dell’unità d’Italia, stemperando in questo disegno la sua stessa avversione nei confronti del dominatore sardo-piemontese.
La situazione urbanistica della città era, ovviamente,il riflesso di questa situazione sociale ed economica: fino a tutta la metà dell’ottocento Genova è rimasta sostanzialmente come era al momento dell’annessione; chiusa addirittura dentro i confini della cerchia muraria del 1500, nonostante la costruzione nel 17° secolo della nuova ed imponente cerchia che andava dalla Lanterna allo Sperone, per poi ridiscendere verso Carignano seguendo la valle del Bisagno. Anzi, a levante, lo sviluppo urbanistico era addirittura poco più ampio della cerchia muraria medievale: dall’attuale Ponte Monumentale (allora Porta degli Archi) all’attuale piazza di Carignano ed al poggio su cui sorge la villa Mylius tutta l’area era praticamente rurale, e la basilica dell’Alessi si ergeva in tutta la sua imponenza, non circondata se non da casupole. L’unico intervento di ampliamento urbanistico – pensato però come fine a sé stesso, e non come progetto di sviluppo radiale verso l’esterno delle mura – era stato nel 1835 l’apertura di via Serra ad opera della stessa nobile famiglia, e nel 1840 la costruzione del crocevia Galata/Colombo, anch’esso chiuso tra le esistenti vie san Vincenzo e Giulia ( all’incirca l’attuale via XX Settembre).XX).
A ponente, dopo il 1831, Carlo Alberto aveva invece realizzato la strada carrabile lungo la ripa maris, sostanzialmente l’attuale via Milano, eliminando una secolare carenza che costringeva uomini e merci, dopo essere entrati in città attraverso la Porta della Lanterna, ad imbarcarsi per raggiungere più facilmente il centro.
Tutti gli altri interventi effettuati nel periodo si erano limitati alla razionalizzazione del preesistente tessuto urbano: l’attuale via XXV Aprile, costruita da Carlo Felice nel 1825 assieme al teatro che ancora porta il suo nome, per collegare Fontane Marose a piazza San Domenico e completare l’asse di attraversamento urbano tra porta Pila ( all’inizio dell’attuale via XX Settembre) e Piazza dell’Acquaverde (oggi stazione Principe).
Lo stesso porto, così vitale per l’economia cittadina, restava costretto tra il Molo Vecchio ( oggi Calata Mandraccio, cioè l’Expo) ed il Molo Nuovo (oggi Calata Sanità): quindi nei confini dell’arco portuale che oggi chiamiamo porto antico; si trattava però solo di confini geografici, perché l’effettivo utilizzo con banchine e calate era limitato ad ovest alla zona della Darsena, ed occorrerà attendere il terzo quarto del secolo perché anche la zona tra il palazzo del Principe e la Lanterna venissero utilizzati a scopi commerciali (e la fotografia, nata in quel periodo, ci documenta questa fase di trasformazione di quello specchio d’acqua, che culminerà con il poderoso ampliamento delle difese a mare realizzate con il molo Galliera ed il molo Lucedio, finanziati dal Duca di Galliera con l’esorbitante somma di 20 milioni di lire oro di allora; ma ormai sono passati più di venticinque anni dal periodo in cui Turner visitava Genova, e la città era ormai avviata verso un destino di città industriale e commerciale, che verrà meno soltanto con la seconda guerra mondiale.
I Savoia però non avevano costruito solo opere pubbliche per migliorare la viabilità e per la cultura, ma anche la fortezza del Castelletto nel 1819, con la funzione di marcare il proprio dominio sulla città; ma avrebbe avuto vita breve, perché venne demolita nel corso dei moti del ’48.
La città pertanto, tra 1828 e 1840, era urbanisticamente quella “antica”: impianto viario medievale (quello dell’attuale centro storico, rimasto sostanzialmente intatto ancora oggi, salvo qualche marginale sventramento, come Piccapietra e via Madre di Dio) modificato solo nel 1500 con la costruzione di Strada Nuova (oggi via Garibaldi) e di via Balbi, entrambe strade residenziali e non di scorrimento; il rinnovamento dell’edilizia urbana, nell’ambito dell’impianto viario medievale, era stato conseguente soprattutto al bombardamento del Re Sole nel 1684.
Non esistevano musei, ma solo collezioni private, alcune veramente ricche, anche se in quel periodo lasciarono la città alcune delle opere più importanti in mano di privati, vendute dai nobili proprietari a causa delle impellenze economiche: i ritratti di Brigida Spinola Doria e di Maria Serra Pallavicino del Rubens, e numerosi ritratti di Van Dyck eseguiti a Genova, ed oggi nei musei di tutto il mondo, sono solo le punte di una diaspora numericamente molto rilevante, di opere qualitativamente di altissimo livello.
Lorenzo e la chiesa di san Donato, si potevano ammirare allora nella loro versione barocca, antecedente ai restauri che, nel tardo ottocento, restituiranno a numerosi monumenti caratteristiche medievali spesso frutto d’invenzione; anche Palazzo San Giorgio si presentava allora come un edificio barocco, prima della sostanziale ricostruzione effettuata dal D’Andrade.
Se il centro della città era, per molti aspetti, così simile all’attuale, tutta la parte esterna alle mura cinque e seicentesche, oggi così densamente edificata, aveva caratteristiche assolutamente rurali, anche se alcune parti (Albaro, Val Bisagno, Val Polcevera, e la costa da Sampierdarena a Voltri erano costellate dalle ville che la nobiltà genovese si era fatta costruire come residenze estive; tutte zone che ispirarono numerosi vedutisti locali e stranieri, ma forse estranee alla sensibilità di Turner, certamente più sensibile a suggestioni liriche ispirate da situazioni luministiche particolari, che creano sul paesaggio reale un effetto di tipo recessivo, annullandolo in gran parte; un tipo di suggestioni tutt’altro che infrequenti sulla costa ligure, ma nell’ambito delle opere di Turner – soprattutto di quelle realizzate ad olio - sembra francamente difficile individuare riferimenti paesaggistici sufficienti ad individuare le parti di paesaggio nel cui ambito tali suggestioni luministiche si sono verificate; paradossalmente, l’appunto grafico sui taccuini, come quelli della Tate Gallery, potrebbero consentire la riconoscibilità dei luoghi più che le opere finite.
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