TRIMESTRALE DI EVENTI, CULTURA, ARTE, MUSICA, PERCORSI D' AUTORE, TURISMO, LAVORO, BENI CULTURALI E MATERIALI, STORIA E TRADIZIONI TRA I MONTI E IL MARE DELLA LIGURIA
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MEDAGLIA D'ORO ALLA PROVINCIA DI GENOVA PER IL SOSTEGNO DELLE SUE POPOLAZIONI ALLA RESISTENZA
 percorsi di storia ligure di stefano villa
 Stretti nella morsa del feroce assedio nazifascista al territorio, ma sempre solidali con la Resistenza. Nei venti mesi dall'8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 gli uomini e le donne di ogni vallata e delle montagne del Genovesato e del Levante offrirono ai partigiani tutto l'aiuto possibile - pagando un prezzo altissimo - senza mai negare "il calore della propria 'stiva' al patriota di passaggio:
nè un giaciglio nè un piatto, nonostante la penuria diffusa e la sete di vendetta del Fascio" ha scritto Emilio Costadura (partigiano e autore de 'Il bel giorno nostro. Ragazzi, omini e armi sull'Appennino 1938-1945') e accolsero nelle loro case gli sfollati dalla città, nascosero gli ebrei sfuggiti alle deportazioni e diedero appoggio ai prigionieri alleati fuggiti alla macchia e ai molti giovani che si rifiutavano di rispondere ai bandi di arruolamento nelle truppe repubblichine.
Per questo straordinario e corale sostegno delle sue popolazioni, fondamentale per il successo della lotta di Liberazione, la Provincia di Genova il 24 aprile scorso ha ricevuto la medaglia d'oro al merito civile dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha definito l'altissima onorificenza "doveroso riconoscimento alle popolazioni che reagirono con fermezza ad angherie, stragi infami, deportazioni, rastrellamenti, torture ed eccidi". Nel Salone dei Corazzieri al Quirinale, alla presenza dei ministri degli Interni Roberto Maroni e della Difesa Ignazio La Russa, prima che il Capo dello Stato appuntasse la medaglia d'oro sul gonfalone della Provincia davanti al suo presidente Alessandro Repetto, è stata data lettura delle motivazioni, sancite dal decreto firmato dal presidente della Repubblica su proposta del ministro dell'Interno: “La comunità provinciale genovese con indomito spirito patriottico e altissima dignità morale partecipava alla Guerra di Liberazione e sopportava sacrifici, deportazioni e distruzioni, offrendo alla causa della libertà un numero elevato di vittime. Nel corso della dura guerra di montagna le coraggiose popolazioni del territorio della Provincia, a rischio della propria vita, prestavano sostegno e aiuto alle numerose formazioni partigiane, consentendone la discesa a Genova e la Liberazione della Città. Splendido esempio di spirito di sacrificio ed amor patrio.” Alla cerimonia del Quirinale hanno partecipato con il presidente della Provincia Repetto gli assessori della giunta, la presidenza e i capigruppo del Consiglio Provinciale, numerosissimi sindaci e amministratori dei Comuni del territorio, il prefetto Anna Maria Cancellieri, parlamentari ed esponenti delle istituzioni liguri.
“Siamo tutti molto felici e orgogliosi - ha detto Alessandro Repetto - perché il valore straordinario delle nostre genti e i loro immensi sacrifici in nome della libertà hanno ricevuto questo così alto riconoscimento proprio in occasione della festa di Liberazione. I partigiani che hanno liberato Genova hanno dovuto combattere l'oppressore sulle montagne per due anni in condizioni difficilissime, ma potendo sempre contare sulla piena solidarietà delle famiglie che hanno nascosto e protetto anche molti ebrei sfuggiti alle deportazioni. Dalla Resistenza sono risorte libertà e democrazia anche per i meriti, i sacrifici e il forte senso di appartenenza della popolazione ai valori di cui il 25 aprile è simbolo e data fondante ”. Da Barbagelata a Rossiglione, da Propata a Cichero, dall’Aveto a Torriglia alla Val Polcevera ogni cascina dall’autunno 1943 ai durissimi inverni successivi e fino alla primavera del 1945 divenne un rifugio e ogni campanile un punto di osservazione per i combattenti della libertà che gli abitanti delle vallate e delle montagne non smisero di aiutare e sfamare, malgrado la barbarie delle rappresaglie nazifasciste che nei rastrellamenti sul territorio seminarono morte, torture e deportazioni tra i civili , lasciando paesi distrutti, incendiati e razziati. "In effetti la vita partigiana nelle vallate del Genovesato e del Chiavarese - aveva scritto Paolo Emilio Taviani nella sua testimonianza raccolta da 'Un archivio della Resistenza in Liguria' di C.Brizzolari - fu un fenomeno unanime perché essendo le Brigate garibaldine unitarie, cioè formate borghesi, operai, contadini, sacerdoti, ognuno portò praticamente il meglio di sé nella lotta comune. Si potevano contare sulle dita di una mano le persone sospette di non collaborare pienamente, anche con grandi sacrifici economici, oltre che con il rischio continuo della propria vita." La Provincia per il conferimento della medaglia d’oro ha presentato un ampio dossier (intitolato ‘Il prezzo della libertà’ e corredato da un dvd realizzato dal centro audiovisivi dell'ente) curato dall’assessorato alla Cultura con autorevoli esperti come il professor Giovanni Battista Varnier, vice preside della Facoltà di Scienze Politiche, che documenta con molte testimonianze il sostegno solidale delle popolazioni alla lotta per la riconquista della libertà. “Abbiamo raccolto - ha detto l'assessore alla cultura Giorgio Devoto - innumerevoli esempi di autentica solidarietà umana con i partigiani, una solidarietà che fu pagata in modo durissimo da chi offriva cibo e rifugio agli uomini della Resistenza." Così accadde a Barbagelata di Lorsica, fulcro dei primi gruppi partigiani, incendiata e razziata dai nazifascisti per l’ospitalità, l’appoggio e il sostegno nelle sue cascine e ‘casoni’ ai combattenti per la libertà, a Moconesi, altro avamposto partigiano che a quella libertà tributò molti sacrifici di sangue e caduti, o a Rossiglione che vide le sue case devastate dal piombo e dai roghi. Sono innumerevoli i segni di questo comune agire e sacrificarsi delle popolazioni in tutta la Sesta zona partigiana (uno dei simboli più profondi della guerra di Liberazione in Liguria tra le Valli Trebbia e Aveto) come testimoniano le steli di Rezzoaglio, di Propata o quella a Torriglia che conserva memoria della “fraterna solidarietà contro l’invasore straniero e il traditore fascista” alla galleria della Buffalora. E se con Cichero il Comune di San Colombano Certenoli fu il primo in Liguria a insorgere per la libertà dopo l’8 settembre, proteggendo la Resistenza e subendo nel luglio successivo l’incendio della vallata e poi le fucilazioni di Calvari, San Colombano e Gnorecco, a Torriglia prese vita la prima esperienza di autogoverno democratico che, seppur breve, fu modello nazionale per la costruzione di nuove istituzioni libere: la Repubblica di Torriglia, strategica per il controllo del territorio, come il blocco partigiano dei collegamenti in alta Polcevera che fu tra i fattori determinanti nella resa agli uomini della Resistenza delle truppe del generale Gunther Meinhold, rendendo loro impossibile lasciare Genova dove proseguivano gli scioperi e i sabotaggi degli operai di Sestri, Voltri, Cornigliano, Sampierdarena e di tutta la Val Polcevera per fermare le produzioni belliche. Come ha scritto il professor Varnier "senza l'appoggio della popolazione civile neppure al più attrezzato logisticamente degli eserciti sarebbe stato possibile non solo combattere, ma neppure sopravvivere." Il sostegno e la solidarietà a chi lottava per la libertà e la democrazia arrivarono da tanti uomini e donne, in ogni parte del territorio, e se non tutti sono ricordati dai libri di storia, sono però tutti parte irrinunciabile della memoria collettiva dei valori fondamentali e più alti della nostra umanità e civiltà. Per questo il dossier della Provincia ha voluto restituire nuova voce a chi tra l'8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, dalle cascine, alle fabbriche alle canoniche sostenne con coraggio e infinti sacrifici, pagando spesso con la vita, la battaglia contro l'oppressione.
La solidarietà dei contadini
 Dall'alta Val Bisagno alle valli dello Scrivia, del Trebbia e Borbera subito dopo l'8 settembre 1943 l’entroterra conobbe la fame sotto l'assedio delle forze tedesche e fasciste "che con metodi di guerra coloniale intrapresero su quelle terre la caccia a chi fosse loro avverso o indifferente" racconta nella sua testimonianza, citata dal dossier della Provincia, il partigiano Emilio Costadura (autore del volume 'Il bel giorno nostro. Ragazzi, omini e armi sull'Appennino 1938-1945) mentre all'ospitalità "già annosa degli sfollati” si aggiungeva “l'accoglienza degli sbandati locali e d'altre regioni, nonché la diffusa renitenza ai bandi di arruolamento". Tuttavia "l'omertà sui rifugi di inermi prima e degli accantonamenti di armati poi" non fu mai incrinata dalla gente del posto e le rare delazioni arrivarono tutte da "elementi estranei all'ambiente rurale". I contadini di fronte alle rappresaglie, alla ferocia delle violenze, degli omicidi, delle devastazioni e degli incendi "non si dissociarono dai partigiani" e per far fronte alla penuria alimentare, anche dei combattenti per la libertà e dei rifugiati, ampliarono le semine, ottenendo due raccolti di grano, a ottobre e in marzo, ed estesero le colture di patate, ortaggi e castagne e intensificarono la produzione di legna. Ripresero antichi mestieri che l'epoca industriale aveva fatto quasi dimenticare, dai carrai ai mulattieri, a maniscalchi, sellai, carbonai o ferrai perché bisognava tentare il trasporto in proprio dei prodotti con muli, carri o slitte e recuperare i vecchi sentieri per le regioni vicine. I contadini cercavano di difendersi dal fuoco delle rappresaglie murando parte delle masserizie, indumenti e attrezzi nelle intercapedini delle case per salvarli dagli incendi tedeschi e fascisti e curavano e ospitavano i partigiani feriti "seppellendo i morti con pietà vietata dai feroci dominatori e non mancarono di pietà verso i caduti tedeschi."
L'ospedale partigiano delle suore di Santa Marta in Val d'Aveto
Cento posti letto, anzi cento "lettini" in una colonia infantile per l'ospedale partigiano in Val d'Aveto. Li misero a disposizione le suore di Santa Marta che dal convento di Chiavari si erano trasferite, con i duecento bambini che assistevano, a Santo Stefano d'Aveto dove nel rigido inverno del 1944 iniziarono un coraggioso sodalizio con la Resistenza. La storia, nel dossier "Il prezzo della libertà" curato dalla Provincia di Genova, è ricordata dalla testimonianza del partigiano della "Caio" Vladimiro Diodati (conservata presso l'Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell'Età Contemporanea). Le venti suore della superiora madre Ignazia e i duecento bambini erano stati abbandonati al loro destino dalle autorità fasciste, senza nulla da mangiare o per riscaldarsi. Appena saputa la situazione i partigiani decisero di aiutarli e "tutta la marmellata disponibile venne trasportata con un carro alla colonia" dove le suore "ringraziarono la Provvidenza". Il giorno dopo, chiamati gli abitanti con muli e slitte, i partigiani fecero caricare da un deposito "tonnellate e tonnellate” di legna da ardere pronta per essere venduta in città e le suore poterono finalmente accendere i termosifoni. Ormai tutti i montanari partecipavano delle sorti dei bambini e delle suore e una cinquantina di loro, con i carri e una staffetta partigiana, valicò il passo sotto la neve per raccogliere altri aiuti dalla Resistenza piacentina, tornando con cinque quintali di farina di grano per la colonia. Poi, una notte, dal comando della VI Zona partigiana arrivò un messaggio drammatico: in Val Trebbia era in corso un pesantissimo rastrellamento e un centinaio di partigiani feriti dovevano essere evacuati dall'ospedale di zona verso la Val d'Aveto. Sarebbero arrivati di notte sulle slitte, legati sui muli o, i meno gravi, a piedi, ma come riceverli? La proposta arrivò da madre Ignazia: sistemando due bambini per ogni lettino, avrebbero potuto liberare cento lettini per altrettanti partigiani feriti. La colonia "divenne così ospedale partigiano e le sorelle divennero tutte infermiere", ma anche maglieriste, perché lavorarono ai ferri innumerevoli calze di lana per gli uomini della Resistenza che nella colonia avevano nascosto anche la radio trasmittente della Missione americana del maggiore Van.
Parroci coraggiosi
 Don Barani, don Casale, don Tealdi e don Tiscornia in Val Graveglia o don Parodi a Ronco Scrivia sono tra i sacerdoti che con coraggio si sacrificarono o si schierarono a favore della libertà. Don Tomaso Barani, arciprete di Nascio, il 21 settembre 1944 fu assalito da una spedizione punitiva di squadracce partite da Chiavari "per dare una lezione al clero non allineato con il fascismo e che aiutava i partigiani della Coduri" si legge nel dossier della Provincia (dalla ‘Raccolta di testimonianze sugli anni del fascismo, della guerra e della Resistenza nel Comune di Ne’ realizzata nel 2004 dalla III C della scuola media statale Garibaldi, sez. ass. della scuola media Carasco-Cicagna). Don Barani non fuggì, ma attese gli squadristi che lo picchiarono, lo insultarono, lo arrestarono e incendiarono la canonica dalla quale il fuoco si propagò al tetto della chiesa. Poi il raid toccò Cassagna, Statale e Reppia. Il parroco di Statale, don Mario Casale ("acido, velenoso, deforme nell'animo come nel corpo che non ha esitato a profanare il Sacro Altare e il Cimitero per nascondervi armi e munizioni che le sue mani sacrileghe hanno benedetto" scrisse pieno di odio e livore dieci giorni più tardi sulla 'Fiamma Repubblicana' il capo della Brigata nera Vito Spiotta), fuggì con i partigiani nella località di Bardineto, mentre il parroco di Reppia don Tealdi che, citando ancora le parole del famigerato gerarca repubblichino, aveva "incitato i giovani a non presentarsi alle armi...e l'8 settembre quando la nazione era in lutto, egli osannava con le sue campane!" fu fatto prigioniero e come don Barani torturato nelle carceri chiavaresi di Spiotta. Don Vittorio Tiscornia nativo di Ne "pur non prendendo posizione ufficiale e aperta nelle file della Resistenza armata” fu “tra gli uomini sempre pronti a far la propria parte, a nascondere un fuggiasco, a curare un ferito..." si legge nella testimonianza (conservata presso l'Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell'Età Contemporanea) di don Giacomo Sbarbaro di Temossi. Nell'agosto 1944 don Tiscornia fu catturato dai fascisti e rinchiuso nelle carceri della Casa Littoria a Chiavari dove secondo diversi partigiani per qualche tempo suoi compagni di prigionia "subì percosse e sevizie". Da testimonianze raccolte tra i superstiti "si sa che il 26 settembre 1944 partirono dalle carceri di Marassi quattro pullman con donne e uomini diretti al lager di Bolzano" e che "don Vittorio faceva certamente parte di questo gruppo". Don Luciano Parodi, vice parroco di San Martino a Ronco Scrivia dal 15 giugno 1942, era "collegato ai partigiani" (come dichiara lui stesso nell'intervista tratta dal volume 'Per la Patria e per l'onor - ricerca sui cattolici nella Resistenza in Liguria per la Federazione Operaia Cattolica Ligure) e il 16 giugno 1944, giorno della drammatica deportazione in Germania di quasi 1.500 operai della San Giorgio come rappresaglia a scioperi e sabotaggi, riuscì a far bloccare la linea ferroviaria, d'accordo con il capostazione di Ronco che aveva azionato il semaforo rosso, per soccorrere i lavoratori rinchiusi nei vagoni bestiame. Il sacerdote e molti abitanti riuscirono infatti a infilare tra le inferriate dei carri "pacchetti di cibo, pane, acqua e piccoli attrezzi da scasso" con i quali "alcuni riuscirono poi a scappare all'altezza di Pavia e tornare poi indietro." Lo stesso sacerdote, con un'abile azione diplomatica nei confronti del commissario prefettizio e comandante delle brigate nere di Ronco, riuscì a far liberare dalla Casa dello studente venti giovani del paese catturati nei rastrellamenti fascisti, sottraendoli alle torture e alla deportazione. Il giorno del rastrellamento il commissario prefettizio aveva accompagnato il figlio a Genova per un esame scolastico e don Parodi al suo ritorno lo informò dicendogli " I fascisti se ne sono approfittati. Lei non c'era e hanno scavalcato la sua autorità per portarsi via 20 dei miei ragazzi alla Casa dello Studente" e il commissario rispose "Stia tranquillo che ci penso io". Così anche se don Parodi e i partigiani avevano "i nazisti con il fiato sul collo " quei giovani furono liberati.
I fatti di Allegrezze
Il 27 agosto 1944 sulle montagne di Santo Stefano d'Aveto la giornata era iniziata con il rastrellamento di una colonna nazifascista (il gruppo Cadele di esplorazione della Monte Rosa) che prese in ostaggio un gruppo di abitanti, tra cui don Primo Moglia, parroco di Allegrezze, e il giovane sacerdote di Alpicella, don Giovanni Barattini. Alle 17, nella località La Cava, a trecento metri dalla parrocchiale di Allegrezze, i nazifascisti furono assaliti da un gruppo partigiano e lo scontro, sanguinosissimo, lasciò sul terreno sette morti: cinque della divisione repubblichina, il giovanissimo comandante partigiano di un distaccamento della Cichero, Silvio Solimano 'Berto' (medaglia d'oro alla memoria) e "un povero giovane di Villanoce preso precedentemente e barbaramente ucciso da un capitano degli Alpini per rappresaglia" si legge nella testimonianza del professor Vittorio Podestà, allora capitano medico, (pubblicata dal dossier della Provincia e conservata presso l'Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell'Età Contemporanea) e trentasette feriti gravi, trentaquattro della Monte Rosa e tre della formazione partigiana. Il capitano medico Podestà "chiamato espressamente dal Molto Reverendo don Primo Moglia" per prendersi cura dei feriti accorse per in canonica dove il parroco di Allegrezze li aveva fatti trasportare con l'aiuto della popolazione che "fece miracoli" mettendo a disposizione "pagliericci e la biancheria occorrente a medicare e ricoverare ben 37 feriti gravi" e portando al cimitero i morti (tranne il partigiano Berto, perché per ordine del comandante del gruppo Cadele il suo corpo era stato lasciato sulla strada, "con minaccia per chi lo avesse toccato"). Per il prodigarsi senza risparmio, con umanità e pietà, del parroco e della popolazione verso tutti i feriti e i morti, il professor Podestà potè ottenere "con l'aiuto dell'interprete tedesca P. Tomas Ruckert" dal tenente delle SS che apparteneva al comando della colonna "la promessa su parola d'Onore" che gli ostaggi sarebbero stati tutti liberati all'alba, come in effetti avvenne. Purtroppo però, passate solo altre ventiquattro ore - era il 29 agosto, la festa della Madonna della Guardia, mentre don Primo celebrava la funzione solenne davanti a tutti i suoi parrocchiani - la frazione fu completamente data alle fiamme dai nazifascisti per rappresaglia dell'attacco subito e "su ordine di un delinquente italiano che comandava la colonna: maggiore Cadèla, infrangendo la parola d'onore impegnata in proposito dal tenente tedesco delle SS" commenta con sdegno amaro Vittorio Podestà. Dalla distruzione si salvarono solo la scuola, la canonica e la chiesa di don Moglia che, due giorni più tardi su iniziativa del capitano medico Podestà, andò "insieme al becchino e al figlio del suo padrone di casa signor Costante Zaraboldi" alla località La Cava per "raccogliere il cadavere del partigiano Berto" e dargli, nonostante la minacciosa proibizione fascista "onorata sepoltura". Un mese dopo il professor Podestà, i due Zaraboldi, padre e figlio, i parroci di Santo Stefano d'Aveto e di Pievetta furono arrestati con l'accusa di collaborazione con i partigiani e se non vennero fucilati "con altri otto disgraziati del luogo” fu solo “perché nel frattempo il maggiore Cadèla (che aveva dato l'ordine di fucilazione) venne ucciso in imboscata da partigiani."
Gli scioperi, le serrate, i boicottaggi delle produzioni belliche a Genova
La prima ondata di scioperi a Genova, nell'autunno 1943, coinvolse gli esercenti, gli operai delle fabbriche e i tranvieri dell'Uite i cui mezzi ormai non trasportavano più solo i vivi, ma anche i defunti al cimitero e ogni tipo di merce. I primi segni di dissenso e malumore per l'aggravarsi delle già difficili condizioni di vita - racconta nel volume della Provincia la testimonianza di Enzo Musitelli (della sezione provinciale di Genova Associazione nazionale vittime civili di guerra) - arrivò il 16 novembre quando i negozianti chiusero le botteghe per protesta contro "la generalizzata penuria di generi alimentari" e per la serrata che si protrasse fino al 20 novembre "le autorità dovettero far prelevare a domicilio i panettieri per costringerli a riaprire i forni." Il 19, intanto, erano entrati in sciopero gli operai delle fabbriche di Voltri e negli stessi giorni minacciavano scioperi anche i lavoratori dell'Uite contro l'arresto di alcuni rappresentanti sindacali accusati di sovversione. I tram, per la scarsità di carburanti e pneumatici, dal 1943 avevano sostituito sempre di più i mezzi del trasporto merci, caricando derrate dal mercato centrale a quelli rionali, rifornimenti alle caserme dei comandi militari e, addirittura, "alcune vetture, opportunamente adattate e dipinte di grigio" erano state adibite "ai trasporti funebri verso il cimitero di Staglieno." Lo sciopero dei tranvieri dell'Uite che aveva un ruolo chiave per l'economia di tutta la città apparve "come un atto di sfida contro le autorità" che temevano l'estendersi della protesta tra la popolazione e i lavoratori delle industrie. Per questo il prefetto Carlo Emanuele Basile lanciò "un appello tra il minaccioso e il paternalistico" ai tranvieri e altre minacce, unite però a promesse di adeguamento dei salari ormai del tutto insufficienti per le famiglie e di distribuzioni più abbondanti di generi alimentari, arrivarono il 20 novembre dal generale delle SS Zimmermann che coglieva l'insofferenza nella popolazione e i rischi dell'arrivo anche a Genova, dopo Milano e Torino, degli scioperi bianchi. Gli operai, pur avendo ricevuto qualche aumento salariale, il 24 ripresero le agitazioni e ai lavoratori di Voltri si unirono quelli di Sampierdarena, Sestri Ponente e Rivarolo. La dura risposta tedesca, con la fucilazione di due operai in Val Polcevera, fece scendere in piazza la popolazione e il 27 novembre scioperarono i tranvieri. Il proclama del generale Zimmermann non aveva spento il malcontento e la protesta degli operai si manifestava anche con gli scioperi bianchi che le autorità nazifasciste contrastarono duramente giungendo "ad equiparare lo sciopero al sabotaggio e disponendo in taluni casi la chiusura a tempo indeterminato di intere fabbriche". Il Comitato di Liberazione Nazionale "superata l'opposizione" di chi ne temeva le conseguenze contro la classe operaia e di chi non considerava i tempi ancora maturi, proclamò per il 1^ marzo 1944 lo sciopero nazionale che a Genova iniziò alle 10 del mattino e proseguì per quattro giorni durante i quali "la produzione bellica cessò nella quasi totalità degli stabilimenti." Gli operai correvano intanto un altro fortissimo rischio, la schiavitù del lavoro coatto nelle fabbriche tedesche, svuotate dai richiami alle armi. Il reclutamento forzato avveniva nei rastrellamenti e per gli uomini divennero pericolose non solo strade, cinema o locali di ritrovo, ma anche gli stessi posti di lavoro dove potevano essere prelevati e deportati in Germania, come accadde il 16 giugno 1944 accadde a 1.488 operai della San Giorgio.
Gli operai del " triangolo industriale" tra Sampierdarena, Voltri e Pontedecimo e le deportazioni
Cinquantamila lavoratori, grandi fabbriche come il Meccanico di Sampierdarena, Fossati e San Giorgio a Sestri o l'Elettrotecnico a Cornigliano: era il triangolo industriale genovese, da Sampierdarena a Voltri a Pontedecimo "con Sestri Ponente capitale morale e politica" scrive Paolo Arvati in "Cronache Resistenti" e quest'area di Genova "con la più alta concentrazione industriale e centro nevralgico delle lotte antifasciste" fu la più bombardata e segnata dalla guerra e dall'occupazione tedesca. Il 17 dicembre 1943 i comunisti, dopo il 27 novembre, tentarono un nuovo sciopero dei tranvieri, ma la rete dei controlli capillari e delle intimidazioni degli avversari non si fece sorprendere. I Gap entrarono comunque in azione assaltando i tram e, dopo aver fatto scendere i passeggeri, li rovesciavano e incendiavano, oppure facevano saltare tratti di binario e tagliavano i fili che tenevano le aste delle vetture. Quel giorno scoppiarono gravi incidenti tra scioperanti e polizia a Rivarolo, Bolzaneto, Pontedecimo e Sestri dove in piazza Poch, mentre cinquanta operai tentavano di rovesciare un tram, gli agenti aprirono il fuoco uccidendo un giovane lavoratore della San Giorgio, Alfredo Ferreggiano. A Bolzaneto vennero sorpresi e catturati Renato Livraghi e Armando Maffei, fucilati il giorno successivo, dando con l’esecuzione pubblica un chiaro e minaccioso segnale. Anche se "i morti pesano e la rabbia è tanta" serviva una pausa per riorganizzare la lotta e il 21 dicembre gli operai tornarono nelle fabbriche. Scioperi e sabotaggi proseguirono nei mesi successivi e scatenarono feroci repressioni nazifasciste, come accadde il 16 giugno 1944 con i tragici rastrellamenti alla San Giorgio, grande e rinomata azienda produttrice di dispositivi ottici, elettromeccanica e strumenti di precisione, dove quasi 1.500 degli 8.000 lavoratori furono deportati sui vagoni piombati a Mauthausen (i reduci costituirono l’associazione Gruppo 16 giugno 1944 lavoratori genovesi ex deportati a Mauthausen) e poi al lavoro coatto nelle fabbriche tedesche, come ricordano le testimonianze raccolte dall'Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell'Età Contemporanea. "Eravamo stati catturati in 1.488 - si legge in quella di Francesco Rossi - e a Mauthausen ne arrivammo in 1.288, ne mancavano all'appello. Qualcuno riuscì a fuggire e non tornò in fabbrica. Molti in quei tentativi sono morti, uccisi non si saprà mai quanti. Io ho qualche nome di morti nei diversi campi. Due, di Cornigliano, si seppe che morirono là." E gli uomini della San Giorgio, ridotti in schiavitù e sfruttati allo stremo, patirono sopraffazioni e umiliazioni feroci come i morsi della fame che cercarono di combattere in ogni modo, anche rischiando la vita: "Io ho mangiato un cane! Per mangiare un cane...ed era il cane del Lagerfuhrer" si legge, per esempio, nei ricordi di uno di loro, Tito Paciotti. Piene di coraggio, nelle fabbriche genovesi, erano anche le donne come Marina Martinoni Miroglio, partigiana che lavorava alla mensa della San Giorgio dove fece "passare tante armi, d'accordo... con il capo proprio della mensa". Dalla finestrella della sua 'garitta' riempiva di minestra i pentolini degli operai e li consegnava coperti, ma sul pavimento della sua postazione aveva anche "le gamelle con rivoltelle, bombe" e quando arrivavano i suoi compagni "lo sapevo chi veniva" nel pentolino non trovavano minestra, ma armi per le azioni partigiane.
Saccheggi e distruzioni sul territorio
Nelle truppe naziste sul territorio non c'erano solo soldati tedeschi, ma anche i temutissimi "munguli" - così la popolazione chiamava i 15.000 uomini, di etnie caucasiche e asiatiche e religione musulmana della 64^ Divisione Turkestan - al comando del generale Von Heidenhoff e di cui facevano parte ex prigionieri di guerra o volontari Calmucchi, Ceceni-Ingusci, Tartari di Crimea, Azeri, Uzbeki, Turkestani - che nei rastrellamenti si accanivano molto spesso ferocemente sulle donne: "ce n'era uno che aveva due o tre catenine, ogni catenina era una donna violentata. Nei paesi di là (...) qualche donna è morta sotto alla violenza dei munguli" racconta la voce di Pietro Isola della Val Trebbia nel dvd realizzato dalla Provincia. E se morti, atrocità, distruzioni di interi paesi durante rastrellamenti e rappresaglie purtroppo non si contarono, nessuna violenza e barbarie recise mai i legami tra la popolazione e i partigiani. Ne furono esempi emblematici Barbagela di Lorsica e Cichero, frazione di San Colombano Certenoli. A Gnorecco di Cichero il contadino e calzolaio Stecca mise a disposizione il proprio 'casone' come base operativa della prima formazione partigiana, guidata da Aldo Gastaldi, il mitico 'Bisagno', e da Giovanni Serbandini 'Bini': la divisione garibaldina Cichero che assunse, appunto, il nome di quel borgo sulle pendici del Monte Ramaceto e divenne "la formazione che risulterà determinante per le sorti della Resistenza nella VI zona operativa" ha scritto lo storico Giorgio 'Getto' Viarengo nella sua testimonianza ripresa dal dossier della Provincia. Il 16 luglio 1944, dopo aver sorpreso e massacrato nel corso di un rastrellamento sette partigiani della 'sezione stampa' della Cichero le SS tedesche e italiane del famigerato Vito Spiotta, futuro comandante della Brigata Nera (poi condannato a morte nell'agosto 1945 per i suoi crimini dalla Corte d'Assise straordinaria di Chiavari e fucilato il 12 gennaio 1946 a Genova) si accanirono sul borgo solidale con gli uomini della Resistenza, con rappresaglie contro la popolazione, incendi delle abitazioni, furti ed espropri di bestiame e derrate alimentari. Barbagelata che con "la sua quindicina di case appollaiate quasi sulla vetta del monte...controlla le strade di accesso dalla Val Trebbia alla Fontanabuona" si legge nella testimonianza del partigiano Renato Motta "fu meta di tutti i rastrellamenti condotti dai nazifascismi contro le forze della libertà." Il piccolo paese, centro organizzato dei primi gruppi partigiani che vi trovarono il pieno appoggio e la solidarietà degli abitanti, nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1944 subì "la prima e più terribile sventura" nel grande rastrellamento estivo delle Brigate nere con fascisti della divisione Monte Rosa e truppe tedesche che assaltarono il borgo, incendiarono le case e, mentre gli abitanti riuscivano a mettersi in salvo nei boschi, uccisero a pistolettate i loro cani. Tre contadini della zona, però, furono catturati, usati come scudi dai nazifascisti e poi trucidati: erano Francesco Casagrande, Luigi Musante e Nazareno Garbarino. Punti di riferimento del paesino erano "la canonica, il giovanissimo parroco don Giovanni Bacigalupo e l'osteria secolare e ristorante poi della famiglia di Cristoforo Cavagnaro" che alimentò, "a pagamento, ma molto spesso gratis" i partigiani, testimoniava uno di loro, Luigi Ferrea 'Mando', nel volume 'Barbagelata il tetto della Liguria' di Andrea M. Cavagnaro. Dopo le devastazioni gli abitanti di Barbagelata, riuscendo "veramente a fare miracoli" iniziarono subito la ricostruzione e prima dell'inverno ci furono "case riattate alla meglio" e ricoveri "sia pure di fortuna" per oltre cento capi di bestiame.
Il rifugio dalle persecuzioni per una famiglia ebraica nella piccola Rondanina, paese dei “Giusti” 
Rondanina, il più piccolo paese della Liguria, durante le persecuzioni antiebraiche salvò dall’abisso della Shoah i cinque componenti della famiglia Mesciulam che arrivava da Genova, come si legge nella testimonianza tratta dal volume “I Giusti d’Italia. I non ebrei che salvarono gli ebrei. 1943-1945”. L’antiquario Leone Mesciulam, con la moglie Eleonora restauratrice di tappeti e i figli Plinio, Emma e Flavio lasciarono la propria casa nel centro di Genova ai primi di novembre del 1943 e per sfuggire ai rastrellamenti raggiunsero Propata e poi, a dorso di mulo, Rondanina dove si presentarono come ‘famiglia Parodi’ a Nino (Ernesto) Brandi e alla moglie Rita (Margherita) Scrivani, proprietari di un piccolo ristorante, che affittarono loro un locale. La reale identità dei Mesciulam fu confidata a Nino e Rita da Leone “solo quando fu sicuro che gli ospiti non li avrebbero traditi” e da quel momento i soccorritori “moltiplicarono le gentilezze e…pensarono ai loro bisogni.”. Quando il cognato di Rita Scrivani, l’impiegato comunale Giovanni Muzio, scoprì che le autorità stavano ricercando una famiglia ebraica nascosta in paese, fu consultato il parroco don Angelo Bassi per trovare una soluzione e il sacerdote suggerì, per motivi di sicurezza, di dividere la famiglia Mesciulam in rifugi diversi. Il padre Leone fu così nascosto in un deposito di castagne, e vi rimase per un anno, a casa di Nino Brandi e Rita Scrivani dove vivevano anche i fratelli di lei Teresa (Tessy) moglie di Giovanni Muzio, e Giuseppe (Giose) che in caso di pericolo accompagnava Leone nei boschi. Don Bassi nascose il figlio maggiore Plinio in una camera segreta della canonica, pronto a fuggire alla macchia se fossero arrivate voci di rastrellamenti, e condusse la madre Eleonora con i figli Emma e Flavio a Fascia, dove restarono profughi sotto falso nome per un anno. Padre Bassi che soccorse a Rondanina anche gli ebrei di Alessandria Enzo e Vittorio Finzi nel 2004 è stato insignito del titolo di “Giusto tra le Nazioni” dall’istituto Yad Vashem di Israele per la Memoria dei Martiri e degli Eroi della Shoah. Lo stesso titolo, la più alta onorificenza dello Stato d’Israele, il 28 ottobre 2005 è stato conferito a Rondanina alla memoria dei coniugi Nino Brandi e Rita Scrivani e dei suoi fratelli, Giose e Tessy Scrivani.

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1. La solidarietà dei contadini
2. L'ospedale partigiano delle suore di Santa Marta in Val d'Aveto
3. Parroci coraggiosi

4. I fatti di Allegrezze
5.Gli scioperi, le serrate, i boicottaggi delle produzioni belliche a Genova
6. Saccheggi e distruzioni sul territorio Nelle truppe naziste sul territorio non c'erano solo soldati tedeschi, ma anche i temutissimi "munguli" - così la popolazione chiamava i 15.000 uomini, di etnie caucasiche e asiatiche e religione musulmana della 64^ Divisione Turkestan - al comando del generale Von Heidenhoff e di cui facevano parte ex prigionieri di guerra o volontari Calmucchi, Ceceni-Ingusci, Tartari di Crimea, Azeri, Uzbeki, Turkestani - che nei rastrellamenti si accanivano molto spesso ferocemente sulle donne: "ce n'era uno che aveva due o tre catenine, ogni catenina era una donna violentata. Nei paesi di là (...) qualche donna è morta sotto alla violenza dei munguli" racconta la voce di Pietro Isola della Val Trebbia nel dvd realizzato dalla Provincia...
7. Il rifugio dalle persecuzioni per una famiglia ebraica nella piccola Rondanina, paese dei “Giusti”
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