| "A LANTERNA"
Rubrica dell"ICAL che apare sul giornale "Voce d'Italia"/ Anno
2, Nr. 49
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| Genovesi, banchieri audaci |
Genova, alla fine degli anni venti del Cinquecento, si orientó verso l’Impero e la Spagna e – come scrisse Giorgio Doria – si inserí in un “business” che risultó vantaggioso tanto da diventare l’impegno prevalente dei capitalisti liguri. Nel 1528 Andrea Doria passó dal servizio della Francia alla Spagna firmando un “asiento de galeas” con il quale mise a disposizione di Carlo V e le sue 12 galee per un compenso annuo di 72 mila ducati.
Altrettanto importanti erano gli “asientos” degli “hombres de negocios” genovesi. In 36 anni furono prestati alla Corona circa 11 milioni di ducati, che produssero un utile netto annuo attorno al 15% per il 1520-1532 ma raggiunse il 67,41% per gli anni 1552-1556. Gli interessi che un gruppo ristretto di famiglie della vecchia e nuova nobiltá genovese incassarono equivalevano ad una media annua di oltre sei quintali di oro puro.
Appare comprensibile come, nonostante le non poche sospensioni dei pagamenti, i banchieri genovesi continuassero ad operare sulle piazze commerciali della Spagna e delle Fiandre concedendo prestiti a Filippo II e poi Filippo III al quale vengono presati 33 millioni di ducati – tra i 1598 ed il 1609 – che resero quasi 4 milioni di ducati, pari 16 quintali annui di oro fino. Cifra ancora maggiori furono prestate a Filippo IV.
Braudel, a questo proposito, definisce Genova “cittá diabolicamente capitalista europea e mondiale”. Dopo la prima bancarotta di Filippo II nel 1557 i prestatori tedeschi, in particolare i Fugger, avevano subito un trancollo finanziario decisivo per l’affermarsi dei genovesi nel mondo spagnolo, che tuttavia operavano anche a Venezia, a Mantova, a Roma. Si chiede allora Giorgio Doria: quale era il punto di forza dell’”Azienda Genova”?. Come mai una cittá che contava solo 25 mila abitanti priva di terre fertili, senza alcuna effettiva forza politica e militare, suddita della Spagna poteva emergere ed affermarsi con tanto successo?
La riuscita é da attribuire “alla capacitá di un gruppo omogeneo di elaborare un percorso strategico vincente”, con scelte competitive, che tenessero conto delle capacitá dell’avversario. Le informazioni giungevano da operatori genovesi che si stabilirono talvolta per sempre, e che mai dimenticarono la loro cittá d’origine, in ogni cittá italiana o europea dove si commerciavano lane e tessuti, spezie e oggetti d’arte, metalli preziosi o derrate alimentari.
Tutti questi genovesi erano uniti dalle
attivitá commerciali e finanziarie ma anche da rapporti di parentela
e, “lo scagno, il fondaco, la nave diventavano le loro palestre e la loro
formazione si completava nel contatto immediato con la pratica con paesi
e uomini nuovi, arricchendo ogni giorno di piú”.
| I ragazzini
delle scuole genovesi sognano in mensa patate fritte e fragole
(Diana Bonometti ,
“Il Secolo XIX”)
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“Vorrei pranzare nel giardino della scuola. Oppure nella soffitta”. Ovunque, ma non nel refettorio, sopratutto se é triste e poco colorato perché rende triste e poco colorata anche la pizza. Che pure é tra le cose piú gustose e significative del menú. “Vorrei pranzare in un tavolo a forma di ferro di cavallo, come ai matrimoni”. Lo suggeriscono alcuni bimbi di scuole elementari, forse stanchi di frettolose mense casalinghe dirimpetto alla televisione. Cosí immaginare di mangiare con i propri compagni di scuola in un tavolo quasi cerimoniale, restituisce un po’ di ritualitá ad atti quotidiani che davvero conoscono canoni e tradizioni. Ma chi se gli ricorda piú? Eppure se lo ricordano i bambini, i bambini genovesi. Che il Servizio ristorazione del Comune intervista organizzando gruppi di ascolto, alla presenza di insegnanti (che per i piú piccoli sono figure di riferimento quasi materno), di dietiste del Comune, ma anche e sopratutto di psicologi dell’infanzia, che sanno come avvicinare i bambini, con giochi, e tecniche “avvolgenti” e tali di non suggerire le risposte.
L’intelligente lavoro é stato messo in piedi per indicare – a chi ha il gravoso compito di governare i gusti, i desideri dei bambini. Inoltre sulle proposte dei bambini si sta riflettendo: sia sulle minimali – quando per esempio chiedono maionese,oppure frutta che non sia solo pera, mela o banana – sia sui sogni. Mangiare tutti insieme all’area aperta, nel giardino della scuola. Di complicata realizzazione, ma si prova. E a qualche refettorio che risulta opprimente si povvederá a dare un mano di colore, per decorare, insieme ai muri, l’appetito.

Amatissime le patatina, che il Comune serve
solo arrosto e che loro vorrebbero assolutamente fritte. Ma ogni fritto
é rigorosamente escluso dal menu comunale. Adorano la pizza, il
pollo arrosto, la torta, il gelato, le lasagne, la pasta al pesto. E’ questo
in sintesi il menú ideale. Parti di questi alimenti sono compresi
nel menú ideale. Non le fragole, che i piccoli amano perché
belle, rosse e senza buccia. L’aspetto estetico per questi piccoli é
una componente ben piú condizionante che per un adulto.
Come termina il proverbio: “Sacci navegâ segondo o vento....” (=sappi navigare secondo come spira il vento..)?
Inviar la soluzione, alla nostra casella postale (ICAL , CC 798, Correo Central, 1000 Buenos Aires, Argentina) prima del 10.07.2000, indicando il mittente completo con il numero di telefono. Tra le risposte esatte si sorteggera’ un libro sulla Liguria, che sara’ inviato al vincitore per posta.
La soluzione del concorso numero 47 é:
Sinibaldo Fieschi aiutó Andrea Doria a scacciare i francesi (1528)
e meritó per il suo valore il sopranome di “Magnifico”. Vincitore
é il signor Ugo Franzante, “Mendoza”.
Umore:
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