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Rubrica
dell"ICAL che apare sul giornale "Voce d'Italia"/Nr.
Aprile
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La conquista del Mediterraneo
Da secoli il mare rappresenta per i Liguri, sopratutto per quelli che abitano le zone aride e rocciose dell'interno, la certezza, se non la sicurezza, che il mondo é aperto alla loro iniziativa. Il Mediterraneo é dunque per loro il primo strumento di lavoro; e in tale modo, forse poco poetico, ma essenziale per la loro identitá, essi cominciano a considerare, all'incirca mille anni fa, quando gli europei decidono di interpretare in prospettiva dinamica le possibilitá espansive del commercio e del denaro, facendo del Mediterraneo, fino a quel momento area dominata da altri, una zona di scambi controllata e perfino, in alcuni momenti e per alcuni spazi, quasi una naturale estensione dell'Europa.
Nasce sulla base di questi impulsi organizzativi
la strategia di alcune cittá portuali, sostanzialmente convergenti
verso il controllo totale delle linee di mercato che é all'origine
dell'ostinata ricerca genovese di un primato faticosamente acquisito attraverso
la conpressione di alcuni eventuali concorrenti sul piano locale (basta
pensare alla soluzione finale dell'interramento del porto di Savona) e
"regionale", raggiunto con la debacle pisana del 1284; la costante ricerca
del controllo sulle aree provenzali e di un rapporto privilegiato con i
potenti islamici della costa meridionale del Mediterraneo; le sanguinose
lotte con Barcellona; l'uso disinvolto della pirateria e della guerra ;
il controllo delle isole tirreniche; la conquista delle Riviere;
l'obbligo di un rapporto non facile, ma essenziale con le zone pedemontane
e padane, seguendo il naturale gioco del gran fascio delle vie di comunicazione,
senza le quali qualunque operazione centrata sul commercio sarebbe fallita.
Il primato di Genova, cittá che é
per condizioni naturali il piú grande porto del Mediterraneo occidentale
e le scelte del ceto dirigente , costantemente incardinate su "un
capitalismo familiare", destinato a produrre ricchezze sostanzialmente
derivanti da commercio e finanza, rappresentano e spiegano, allo stesso
tempo, il modello di espansione attuato e il continuo condizionamento
che questo modello ha esercitato su un ambiente regionale ed extraregionale,
sul quale l'iniziativa genovese si é abbattuta con effetto-onda
di impatto secolare, promuovendo formule di emigrazione e immigrazione,
che sarebbe improprio leggere alla luce di una sola chiave interpretativa;
anche se é vero che le scelte genovesi hanno condizionato l'area
regionale, creando una pompa aspirante di energie e ristribuendole all'esterno
piuttosto che, salvo in questo secolo, tentare di proporre soluzioni in
loco.
Il "capitalismo familiare" attento a separare i rischi e a non sprecare forze inutili, ha fin dall'inizio limitato le formule di colonizzazione diretta a zone strategicamente essenziali, controllate con formule d'impianto sostanzialmente privatistico (come le "maone" o il Banco di San Giorgio), prevaricanti qualsiasi iniziativa statuale. É il caso della Corsica o quella della fioritura delle "atre Zenoe" nel Mar Nero o della "maona" di Chio. In tutti gli altri ambiti, la presenza di una emigrazione ligure che oltrepassa, per le sue conotazioni d'origine, il bacino del Mediterraneo per collegarsi all'espansione ispano-portoghese nelle Americhe e nelle Indie, assume la fisonomia di un inserimento naturale che si colloca con uguale successo sia in aree culturali e religiose omologhe, sia in ambiti diversi. I quartieri, dove per lo piú si concentrano i Genovesi (denominazione con cui liguri, e spesso non liguri, sono stati identificati dal Medioevo in poi), si assomigliano tutti, a Siviglia, come a Bisanzio, a Bruges, ad Alessandria d'Egitto o a Tunisi.
Il successo é garantito in ogni caso, salvo
imprevisti; perché, se tutto é subordinato all'altrui volontá,
essi, da parte loro, non creano problemi, considerata la loro adattabilitá
e la loro propensione alle unioni matrimoniali o di fatto con chiunque,
alla naturalizzazione e all'offerta di servizi e merci in qualunque occasione.
In definitiva, seguendo il percorso storico-geografico degli insediamenti
genovesi, si puó leggere non la storia del Mediterraneo, ma quella
del mondo intero; e squadernando l'enorme massa delle tesimonianze, si
puó scrivere un meraviglioso romanzo, nel quale le storie dei grandi
personaggi, da Gugliemo Embriaco a Benedetto Zaccaria a Cristoforo Colombo,
si mescolano naturalmente con le mille vicende della gente
sconosciuta, che davvero costituisce il tessuto connettivo della
comunitá dei Liguri che, proprio perché sparsi dappertutto,
sentono ed asprimono fortemente la loro identitá "nazionale", anche
quando vivono non nel quartiere di un paese cristiano o islamico o in zone
oltreoceaniche, ma in una di quelle "atre Zenoe" che hanno scelto e arredato
sul piano urbanistico e istituzionale, richiamandosi ai modelli della madrepatria.
Ovunque ci sará sempre un notaio a testimoniare il loro tentativo
di ricostruirsi un mondo su misura e a sottoscrivere con le ben note e
amate formule, la loro profonda nostalgia nei confronti della madrepatria
lontana.
Da "Il Secolo XIX" del 24.02.2007
Colonie genovesi
Da alcuni atti legali, é accertato che parecchi cittadini pegliesi (Pegli quartiere di Genova) emigrarono per fondare piccole colonie in Corsica, Sardegna, Sicilia, Alessandria d'Egitto, Provenza, Catalogna e un pó ovunque nel Mediterraneo.
Se in alcune di queste localitá non vi si stabilirono, sicuramente vi commerciarono. Sono peró di notevole importanza gli stanziamenti, storicamente accertati, di Tabarca, di Carloforte e di Nueva Tabarca. Tutto incomincia nel 1544 quando Carlo V dá in concessione alla famiglia dei Lomellini, l'isola di Tabarca al largo della costa tunisina, per praticarvi la pesca del corallo e il commercio in generale. I Lomellini assumono il diritto di nominare un amministratore di fiducia con poteri quasi politici. Un ramo della famiglia muta il cognome in Lomellini di Tabarca. Dato il numero di ville e la loro ubicazione a Pegli, probabilmente i Lomellini erano i piú autorevoli nobili della cittadina. Dovendo colonizzare l'isola si rivolgono quindi alla popolazionme pegliese, sempre aperta a nuovi sbocchi commerciali. E cosí alcune decine di famiglie pegliesi prendono il mare e si trasferiscono a Tabarca, piccola isola al largo delle coste africane della Tunisia. A Tabarca i coloni vendono per 4,50 lire/libbra il corallo ai Lomellini, i quali lo rivendono per 9,10 lire/libbra. I vicini saraceni e francesi peró, non si rivelano affatto ospitali. I primi si specializzavano in scorribande, pirateria e cattura di schiavi da vendere o riscattare. I secondi fanno dei veri e propri tentativi di occupazione, oppure manovrano i saraceni in modo da liberarsi della scomoda concorrenza pegliese. Nel 1633 il corso Guidicelli, con un gruppo di francesi, fallisce nell'impresa di occupare l'isola. Il Bey di Tunisi ed Algeri invece continua a taglieggiare i coloni, forse manovrato dai francesi. Le perdite economiche dovute ai saraceni, la diminuzione del banco corallifero, le incursioni corsare e sopratutto l'eccesso di popolazione, fanno diventare meno attraente la piccola isola. Per impedire l'aumento demografico sembra che fosse addirittura vietato il matrimonio, pena l'allontanamento. Tra il 1718 ed il 1729, Tabarca viene subaffittata a Giacomo Durazzo e Giambattista Cambiaso. Nonostante tutto peró, la ricchezza della colonia e la sua importanza continuano a diminuire ed allora i tabarchini-pegliesi cominciano a guardarsi letteralmente intorno, sempre in quel lembo del mare Mediterraneo. Giá nel 1736, quando Carlo Emanuele III decideva di valorizzare la Sardegna, un gruppo di tabarchini guardava con molto interesse all'isola di Carlo Emanuele III. Il 24 giugno Giambattista Segni viene eletto sindaco di S.Pietro (Sardegna sud-occidentale), sino allora abitata da conigli selvatici. In accordo col Viceré di Cagliari, si pianifica allora l'arrivo di 300 coloni tabarchini nella nuova terra. L'anno dopo si prepara l'arrivo di altri 700 tabarchini con la promessa di poter commerciare il corallo con lo stesso trattamento economico fatto ai Lomellini a Tabarca. Il 17 ottobre 1737 tra il nobile don Bernardo Genovés y Cervillon, marchese della guardia, il conte Botton de Castellamont, intendente generale dell'isola e Agostino Tagliafico, rappresentante dei tabarchini, viene stipulato l'atto di infeudazione dell'isola di S.Pietro e si stabilisce che la futura cittadina, che si sta per fondare come piccolo capoluogo della sino allora deserta isola, sarebbe stata battezzata con il nome di Carloforte, in onore del Re. Viene programmato l'arrivo degli esuli tabarchini entro la primavera del 1738. Sembra che a Tabarca, appena giunta la notizia, siano stati celebrati almeno 30 matrimoni.
Un primo gruppo di 86 persone funge da testa di ponte per preparare la zona dei successivi. Il 17 aprile arriva il secondo gruppo, costituito da altri 381 tabarchini. Il 21 maggio, tre delegati tabarchini giurano fedeltá a Carlo. Sull'isola son a quel tempo presenti 118 fmiglie. E finalmente quella gente avvezza a tutti i sacrifici, ha anch'essa modo di prosperare. Non solo si dedica alla tradizionale raccolta di corallo, ma anche alla pesca del tonno, alla produzione del sale, all'agricultura e, sopratutto, all'arte della marineria: i maestri d'ascia di Carloforte vengono considerati dall'ammiraglio Orazio Nelson addirittura i migliori del Mediterraneo! La fiorente comunitá richiama allora a sé un folto gruppo di nuovi immigrati dalla Liguria (ancora da Pegli naturalmente, ma anche da Rapallo e da S.Margherita L.), dalla Campania (Ischia, Napoli e Torre del Greco) e dall'isola di Ponza. Nell'ormai quasi avita isola di Tabarca invece la situazione precipita. I Lomellini, consci del fatto che, a questo punto, tutti i tabarchini avrebbero abbandonato definitivamente l'isola, cercano di restituirla (o per meglio dire, di rivenderla) alla Spagna; ma, non riuscendovi, provano allora a rivolgersi alla Compagnia francese d'Africa. Il Bey di Tunisi, peró, non gradisce affatto l'essere stato escluso dalle trattative e per mezzo di 8 golette ed un inganno, sequestra i notabili e tutti i 900 circa abitanti ancora rimasti sull'isola. Distrutto il possibile, conduce i prigionieri in terraferma come schiavi per venderli o riscattarli (1741). La nobiltá europea, e maggiormente Carlo Emanuele III, paga il riscatto di 50.000 zecchini. Nel 1759 vengono liberati 121 tabarchini. Nel 1753, grazie al Papa, ne vengono affrancati altri. Alla morte del figlio, il Bey lascia andare anche gli ultimi prigionieri rimasti. Quasi tutti gli schiavi liberati raggiungono la nuova patria a Carloforte dove viene eretta una statua in onore del Re Carlo Emanuele III. Tra il 2 gennnaio ed il 24 maggio 1793 la Francia occupa l'isola di Carloforte per farne una base navale. Interviene allora la flotta spagnola comandata dal duca Borgia che libera l'isola ed imprigiona 625 francesi. Ma tra il 2 e 3 settembre 1798, Carloforte , proprio come era stato negli anni passati uno sventurato attributo di Tabarca, subisce anch'essa l'assalto e la violenza di un'improvvisa incursione saracena. La tradizione vuole che fosse un giovane della Capraia a guidare una feroce scorribanda tunisina sull'isola. Al termine di questa si contano 800 prigionieri fatti nuovamente schiavi, 1000 abitanti in fuga e i rimanenti tutti morti. Il Papa, la Turchia, la Russia, il Re di Sardegna e Napoleone organizzano separatamente il riscatto. Pio VII con una bolla del 1798 destina alcuni fondi a tale scopo. Ma solo nel 1803 Vittorio Emanuele I con 360.000 lire riesce finalmente a riscattare tutti quanti. Da allora , come si direbbe nelle favole, tutti vissero finalmente felici e contenti. Ma non ogni discendente dei tabarchini si trova a Carloforte. Durante tutte quelle incursioni saracene, periodi di schiavitú e successive liberazioni, alcuni gruppi di tabarchini si rifugiarono su un'isola spagnola al largo di Alicante , che venne battezzata Nueva Tabarca. Quest'ultima non mantiene peró i contatti con Pegli, perse le sue tradizioni e "da allantou a se missa a parlä spagnollo". Carloforte invece rimase culturalmente legata e molto fedele alle sue origini genovesi di Pegli, perché i pegliesi-tabarchini-carlofortini giustamente credettero e credono tuttora nel "mi son nasciüo zeneize e no me mollo!"
Da "Il Secolo XIX" del 29.01.2007
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