Rubrica dell"ICAL che apare sul giornale "Voce d'Italia"/Nr. 167 - 168

L'Europa protegge il basilico ligure

Bruxelles. Il basilico genovese ha ottenuto la sua Dop. Lo ha deciso la Commissione europea, associandolo all'olio “Tuscia” e dunque banalizzando l'evento, in qualche modo, perché un conto è la tutela dei frantoi laziali e un altro il riconoscimento di una bandiera. Non soltanto gastronomica. La concessione dell'Dop al basilico coltivato tra Ventimiglia e Sarzana impedirà le grandi aziende alimentari, nazionali e multinazionali, di abbinare l'aggettivo “genovese” all'ingrediente principale del pesto: il primo passo per arrivare alla veridicità delle etichette.

L'antico sopruso delle multinazionali che si appropriano di un marchio senza chiedere permesso ed escludono dal business gli inventori del prodotto stesso, i quali non possono contare sule grandi catene di distribuzione, e distruggono tutto ciò che c'era prima: economie artigianali, posti di lavoro, tradizione, cultura, turismo,...

Se il pesto fosse stata una ricetta amazzonica sarebbero scesi in piazza i no global e i movimenti alternativi. Invece toccò a Il Secolo XIX, tre anni fa, difendere il condimento delle trenette e del minestrone dalla Nestlè, che pretendeva di battezzare Genova un nuovo basilico, e dai sementieri tedeschi della Ghg di Rasatt che a Bruxelles avevano brevettato la varietà più coltivata nel mondo, chiamata appunto “genovese”.

Fu una grande battagli, che vide in prima fila il presidente della Regione S. Biasotti ma anche l'eurodeputato Marta Vincenzi (“Se non sono queste le battaglie della sinistra..”), il ministro delle Politiche agricole G. Alemanno, l'ambasciatore preso la Ue U. Vattani, i verdi e i consumatori.

Alti sorrisero. E invece la Nestlé ritirò i suoi marchi e Kathrin Spaath, amministratore della Ghg, si lasciò convincere e dopo qualche mese venne a Genova per firmare l'atto di rinuncia al nome: “Genovesi”, dichiarò, “avete fatto una cosa storica”.

Ora il basilico con la foglia a forma di cucchiaino, verde chiaro, profumatissima ma senza alcun sentore di menta – i puristi sostengono che cresca solamente a Pra' per via del mircoclima, al massimo sui tetti di Genova . non potrà essere chiamata genovese se cresciuta al di là dell'Appennino.

“Complimenti: alla fine ce l'avete fatta”, riconosce il parmigiano J. Bandini che con i suoi ottomila quintali di basilico l'anno è il più grande produttore italiano: “lo ho fatto fuoco e fiamme per anni ma alla fine mi sono arreso, il problema non mi tocca più di tanto. Posso sempre coltivare le zucchine o i pomodori. Ma Barilla, tanto per fare il nome del mio cliente più importante? Non potrà più scrivere sui barattoli basilico alla genovese. Perché è chiaro che questo è solo il primo passo”.

Raggiante S. Biasotti, “ridevano tutti e alla fine ho vinto io: Scusate, ma perché non dovrebbe puntare sull'agroalimentare di qualità una regione come la nostra”? Soddisfattissimo anche il ministro delle Politiche Agricole, G. Alemanno, oggi in vista ai viticoltori delle Cinque Terre e ai floricoltori di Sanremo: “la nostra politica di tutela dei prodotti tipici ha fatto un passo avanti importantissimo”. Il prossimo dovrà esser, necessariamente, la dop per il pesto.

Che è poi la linea dell'attuale assessore all'agricoltura., G. Cassini. “Si tratta di un primo, ma importante passo – evidenzia Cassini – verso nuove forme di commercializzazione di questo prodotto di grande qualità. Per far ciò è ora sostanziale l'azione congiunta dei produttori e del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali. I produttori dovranno, infatti, costituire il Consorzio di tutela e il ministero dovrà proceder all'approvazione di un Piano di controllo capace di salvaguardare il prodotto da attacchi concorrenziali. Questo primo passo è significativo anche nella prospettiva dell'ottenimento dell'Igp, necessari alla sua salvaguardia”.

Paolo Crecchi, Il Secolo XIX,  05.10.2005



Nelle Cinque Terre la vendemmia è un'impresa. Ma il trenino dell'uva aiuta
Sciacchetrà, simbolo di fatica

Non è un vino qualunque (ma alle Cinque Terre, terra di corrusca bellezza definito dall'Unesco “patrimonio dell'umanità”, nessun vino è “qualunque”). È unico, inimitabile, preziosa specie protetta, tanto che a Manarola, nella strada principale, gli hanno dedicato un museo. Parliamo di sua maestà lo Sciacchetrà, vino simbolo delle fatiche e della fame di chi vive tra queste colline a strapiombo sul mare, scandite dal ritmo della monumentale grandinata dai muretti a secco.

Nella Cantina sociale di Groppo, sopra Manarola, già fervono i lavori. Sabato, domenica e lunedì nelle vigne di Campo, Posa e Serra, il trenino dell'uva, che l'ingegnosa gente del luogo ha copiato ai montanari svizzeri, comincerà a scalare la collina per la raccolta dei grappoli dei vitigni bosco, albarola e vermentino destinati al prezioso vino dolce con ineffabili note di albicocca, cacao, miele e spezie, la cui preparazione richiede tempi e regole precise: vinificazione non prima del primo novembre dell'anno della vendemmia in modo di dare tempo all'uva di passire al punto giusto, e mesa in commercio non prima di dodici mesi.

“L'uva è perfetta, non ha subito attacchi fungini, e ci consentirà di raggiunger un grado alcolico di circa dodici gradi. Sarà una vendemmia che riconfermerà quelle eccezionali del 2003-2004 e che lascia prevedere una raccolta di ottanta quintali di uve da Sciacchetrà”, considera soddisfatto Matteo Bonanini, presidente della Coop di Groppo.

É questo il periodo in cui le Cinque Terre, da Monterosso a Riomaggiore, incrociando i piccoli borghi senza tempo, vivono la loro “estate indiana”, un'autentica festa di colori e profumi che per la gente del luogo è, soprattutto, sinonimo di vendemmia. Che quest'anno sarà ottima, anche se la produzione sarà caratterizzata più dalla qualità che dalla quantità: piogge e cinghiali, per esempio, hanno causato una lieve perdita nei vigneti di Volsatra e nelle zone alte, dovi si è cominciato a vendemmiare questa mattina.

Sulle colline del Corniolo, dove la raccolta dell'uva è cominciata da qualche giorno, si va invece a gonfie vele. Da dieci ettari rimessi in produzione dal Parco nazionale delle Cinque Terre per la raccolta di Schiacchetrà e Vini Doc, tra cui il magnifico Cinque Terre bianco secco di colore paglierino, decantato dai maestri sommelier per il suo aroma aspringo, di salino e ginestre, ci si attende una raccolta di venti quintali di uva, “il doppio rispetto all'anno scorso”, annuncia orgoglioso Pierino Moggia presidente della cooperativa Sentieri e Terrazze. Prepariamoci a brindare.

Garzonio, Melisa – 16.09.05, Il Secolo XIX

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