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Rubrica dell"ICAL che
apare sul giornale "Voce d'Italia"/Nr. 114-115
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"Che Tempi", girato a Genova nel 1947, ci tramanda tutta una serie di immagini di una Genova ormai perduta (impagabili le scene girate in una Circonvallazione a mare o in una Piazza Acquaverde ben diversa dai nostri tempi) "una Genova ancora fresca delle ferite della guerra, ma ancora all'antica". In quella Genova fu effettuata la trasposizione cinematografica di "Pignasecca e Pignaverde", un classico del repertorio di Gilberto Govi, per la regia di Giorgio Bianchi ed una casta di interpreti di tutto rispetto: Gilberto Govi, Lea Padovani, Paolo Stoppa, Anna Caroli, Daniele Chiapparono e due giovani attori alle prime armi: Walter Chiari ed Alberto Sordi.
Alberto Sordi, ancora utilizzato in parti secondarie, dava vita al figlio
dell'imprenditore argentino che - costituendo una filiale genovese della
propria impresa - permetterà ad Eugenio, tornato dopo sette anni dall'Argentina
con la fortuna in tasca (proprio che tempi?) di sposare finalmente Anna,
stappando il consenso al padre, interpretato da Gilberto Govi.
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Un buon film che volgiamo ricordare - presentando una foto di scena con Alberto Sordi, Gilberto Govi e Paolo Stoppa - perché l'"Alberatone nazionale" ha mosso i primi passi cinematografici proprio a Genova ed a Genova è tornato, avanti negli anni, per una giornata di gioia con gli anziani ospiti del Don Orione a Quarto. |
"Di fronte al 2004 non mi tiro indietro". Renzo Piano risponde all'appello del sindaco Pericu. Il suo, probabilmente non sarà un impegno specifico per la grande mostra sui transatlantici, non farà la regia, ma darà un aiuto importante, fatto di consigli, suggerimenti e, sopratutto, utilizzando la sua fama in tutto il mondo per far conoscere Genova capitale della cultura e i suoi secreti.
Intanto, Piano segue con passione la sua ultima creatura: è
la "bottega" sullo stile di quelle dei grandi maestri medioevali e rinascimentali
nella quale imparano giovani futuri architetti che arrivano nello studio di
Vesima dalle più prestigiose università internazionali.
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"Bisogna rendere leggibili i misteri della città, svelarli. È contrario all'essere genovesi il concentrate tutto in un arco di tempo abbastanza breve, ma si deve fare. Però non dimenticando il carattere della città: è l'opposto delle città in cui l'artificio fa sì che emozioni, odori, colori si accumulino. Questo è un artificio. A Genova, invece, è tutto l'opposto. Qui è tutto nascosto, va scoperto. Mi rendo conto che non è il caso di celebrare la segretezza, però non bisogna nemmeno disconoscerla perché è la nostra peculiarità." |
M.P. Segreti, misteri, assenza di artifici, silenzi e lentezze, È la Genova che lei riconosce meglio...
"Non parliamo di elogio della lentezza, ma questa dimensione lenta e un po' kunderiana si trova anche qui nel mio studio di Vesima dove vorrei passare più tempo e un giorno lo farò. Intanto ho cominciato a lavorare a questa idea di bottega. Arrivati a una certa età ci si rende conto che quello che serve ai giovani non è fare conferenze o partecipare a tavole rotonde, ma dare l'esempio e la bottega è arte del dare l'esempio, ripetere quotidianamente alcuni gesti delle mani e insegnare ai ragazzi questi gesti. In questo momento qui, nel mio studio sono a bottega una dozzina di studenti di altrettante università internazionali con le quali abbiamo concluso un accordo. Da Harvad al Mit, dall'Università del Texas a quella di Brasilia, dalla Waswda University di Tokyo all'Ecole d'architecture Marne-La Vallèe, dall'Università di Praga a quella di Genova. Una dozzina di ragazzi all'anno che imparano i gesti dell'architetto. Questo è un mestiere complesso, un misto di società e d'arte, e non si può insegnare se non attraverso l'esempio. Università ed esempio. Li tengo a bottega questi ragazzi, quando sono a Vesima facciamo le riunioni, parliamo, correggiamo i loro lavori, glieli facciamo rifare. Alcuni stanno lavorando su elementi del museo delle scienze che realizzerò nel Golde Gate Park di San Francisco. Oggi il sapere si diffonde in modo diverso rispetto al Settecento e all'Ottocento."
M.P. Perché la bottega, perché questo desiderio di dare l'esempio?
"Non perché improvvisamente si diventa buoni, ma perché a un certo punto della vita e della carriera questo diventa naturale. Non avendo mai insegnato all'Università per me questa esigenza è maggiore e così ecco il modo nuovo di distribuire delle informazioni. Cinque anni fa non avevo ancora sessant'anni e andai in Giappone e rimasi due giorni in un tempio tra Tokyo e Osaka. Il tempio ha un particolarità: ogni vent'anni viene ricostruito daccapo. Questo fa parte della cultura giapponese, cioè che la durata di un edificio non sta tanto nell'eternità della pietra quanto nel ripetersi del gesto. In Giappone gli artigiani che sanno fare certe cose sono monumenti nazionali, le loro mani, non l'oggetto che fanno. I monaci mi hanno spiegato: a vent'anni uno entra qui e impara a fare il tempio, da quaranta a sessanta rifà il tempio, e dopo insegna agli altri a farlo. Mi pare proprio una bella cosa."
M. P. Come è organizzata la bottega?
"Intanto è riconosciuta dal Comune di Genova, non perché partecipi finanziariamente. Dal punto di vista economico è pagata dalla nostra fondazioni e dal contribuito di alcuni clienti. Quindici studenti all'anno vuol dire che in dieci anni girano a bottega centocinquanta ragazzi. Questi ragazzi sono mantenuti e pagati, metà lo mette la loro università e metà noi. Non devono dare un contributo produttivo, ma sono studenti e basta e alla fine, quello che fanno qui da noi è un corso riconosciuto: che sia Harvard o Monterey questa loro esperienza viene riconosciuta come un esame."
MP. È una bottega riservata a studenti stranieri?
"No, abbiamo inserito anche l'Università di Genova."
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