| "A LANTERNA" |
Rubrica
dell"ICAL che apare sul giornale "Voce d'Italia"/Nr.
87
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| Ma i liguri non partivano né poveri né disperati |
Diari personali e lettere ai famigliari, autobiografie e temi scolastici, pagine dall’ortografia incerta e dalla calligrafia involuta, lunghe memorie affidate alla pagina e all’affetto dei destinatari.
Molti di noi conservano con rispetto o per abitudine le pagine vergate in passato da genitori e antenati, ma quanti sanno che questo materiale spesso ha un valore più che affettivo? Gli eventi cruciali della grande storia, quando sono vissuti e raccontati dalla gente comune, forniscono un punto di vista speciale, dal basso, che a volte si specchia nella versione ufficiale tramandata dai libri di storia,e a volte vi apporta alcune sostanziali correzioni.
Per proteggere questo materiale povere ma prezioso, che rischia di finire buttato, perduto o dimenticato fra cantine, soffitte e vecchi bauli, nel 1986 è nato a Genova l’Archivio Ligure della Scrittura Popolare (ALSP), che ha sede preso il Dipartimento di Storia Moderna e Contemporanea della Facoltà di Lettere in via Balbi 6. L’archivio, che recupera, conserva e studia le testimonianze scritte prodotte dalla gente comune nei secoli XIX e XX, e lavora in stretto constato con simili realtà nazionali, come il Museo Storico di Trento e l’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano in provincia di Arezzo, e internazionali, come l’Università d’Alcalà de Henares in Spagna, quella di Tolosa e quella di Peronne in Francia, è aperto al pubblico (tel. 010 – 209983, e-mail alsp@lettere.unige.it) e dispone anche di un consistente fondo fotografico.
Il materiale conservato in originale o anche copiato su dischetto
e poi restituito ai leggittimi proprietari.
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I grandi eventi separatori della storia, come la guerra o l’emigrazione
– dice il professore Antonio Gibelli, ordinario di Storia Contemporanea
e fondatore dell’archivio – hanno dato sempre origine a corposi diari e
fitti epistolari, che raccontavano le lunghe giornate in terra straniera
e costituivano l’unico legame di chi partiva con la patria e la famiglia.
Sono testimonianze alla confine fra oralità e scrittura, perché
sono scritte ma mantengono un andamento tipicamente colloquiale e, una
buona parte di esse, quasi un quarto dei circa 20000 documenti conservati
nell’archivio riguardano gli emigranti liguri e aprono nuovi squarci sulle
particolarità dell’emigrazione dalla nostra regione verso le Americhe.
Dobbiamo subito dimenticare quell’idea romantica e drammatica dell’emigrante
che parte sempre con la valigia di cartone e le tasche vuote, aggiunge
Gibelli, perché nel caso della Liguria corrisponde raramente alla
verità. Abituati a spostarsi per vendere e comprare, fino al caso
limite dei contadini di San Colombano che andavano a piedi addirittura
a Kiev per vendere la loro merce, e navigatori da sempre inseriti nella
cultura della mobilità, i liguri giocano la carta dell’emigrazione
verso la Merica come una delle tante possibilità per guadagnare,
e non come ultima chance per sopravvivere.
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Emigranti precocissimi (le prime segnalazioni dal Ponente ligure verso il Sudamerica risalgono alla fine del settecento), i liguri partono quindi per commerciare, per aprire nuove attività, per non presentarsi alla chiamata di leva, per non pagare le tasse, per non frazionare il patrimonio di famiglia. E almeno nelle prime intenzione l’emigrazione è considerata una misura provvisoria, ecco anche il motivo di tante missive verso casa, anche se molte volte col tempo diventa permanente, specialmente nel caso di chi si spingeva fino in Cile, e dopo la perigliosa traversata di Capo Horno tendeva a fermarsi a lungo.
Dopo fitti scambi epistolari con chi è partito in avanscoperta, di cui nell’archivio è conservata un’abbondante traccia, i liguri partono già con le idea chiare su cosa faranno in America e si distinguono sopratutto nel settore alimentare – aggiunge Fabio Caffarena, assistente di Antonio Gibelli – ed addetto all’Archivio – fondando piccole fabbriche di pasta, bibite o liquori, trasportando e vendendo olio, funghi secchi e altri cibi. Del resto a La Boca, il quartieri dei genovesi a Buenos Aires dove le case sono colorate come quelle delle nostre riviere, vengono ancora oggi a fugassa confermando in pieno quel vecchissimo adagio cittadino che diceva: “e tanti sun li Zenoesi e per lo mondo si destexi/che und’eli van e stan un atra Zenoa ghe fan”.
Lucia Compagnino de “Il Secolo XIX”
Convegno in
municipio per spiegare i vantaggi e le agevolazioni
L'energia solare, risorsa
del Paradiso
| Quasi trecento giornate di bel tempo l'anno.
Un patrimonio climatico e meteorologico, che ha permesso di denominare
Paradiso il golfo che va da Nervi a punta Chiappa e che, all'alba del terzo
millennio, può diventare anche un prezioso elemento nel campo dell'energia
pulita. È di questa prospettiva che si è discusso nel corso
dell'importante convegno nella sala consiliare recchese, aperto a tutti
gli amministratori e cittadini del comprensorio. L'obiettivo è quello
di ribadire la convenienza di installare pannelli solari per riscaldare
case, aziende, impianti sportivi.
Grazie al finanziamento regionale a fondo perduto, che arriva a coprire
fino al 40 per cento dei costi d'installazione, grazie alla possibilità
di usufruire di uno sconto fiscale del 36 per cento e grazie ancora a un
risparmio praticamente perpetuo sulle spese energetiche, la sistemazione
di collettori solari non è solo un mezzo per diffondere la cultura
dell'energia ma un vero e proprio.
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E.M. Il Secolo XIX