| "A LANTERNA" |
Rubrica
dell"ICAL che apare sul giornale "Voce d'Italia"/
Nr. 83
|
|
|
|
Genova. – Oggi la sua focaccia la mangiano anche i giapponesi
di Tokyo e l’azienda della quale e’ amministratore delegato, La Lanterna
Alimentarie SPA, vanta una crescita esponenziale del giro d’affari: dai
750 milioni del ’96 agli oltre 13 miliardi del 2000 con un target a 18
miliardi per la fine di quest’anno. Lui, pero’, Franco Bodrato, 50 anni,
continua a definirsi un “artigiano”, un fornaio. E cita il padre, Francesco,
86 anni, che oltre ad insegnargli il mestiere gli ha sempre ripetuto un
consiglio comune alla Genova che intraprende: “Per fare soldi lavora sodo,
ma sopratutto in silenzio”.
| Un conto pero’ e’ lavorare lontano dai taccuini con 4 forni artigianali, un altro quando ogni giorno se ne sfornano seimila che, opportunamente surgelati a pochi minuti dalla fine della cottura, prendono la via di decine di supermercati in Italia e in Europa dove, rimessi per pochi minuti nei forni che la stessa Lanterna fornisce ai propri clienti, vengono offerti a migliaia di persone che consumano quel pane bucherellato, caldo e profumato, senza immaginare sia stato preconfezionato, nel caso di Tokyo, dall’atra parte del mondo, alla periferia di Genova. | ![]() |
La sua storia. Bodrato, parafrasando un successo di Gino Paoli, la racconta cosi’: “Eravamo due amici al bar: io, un fornaio, Luciano Gennarini, alle dipendenze di Seat – Pagine Gialle. Molto lavoro sulle spalle, pochi mezzi e un’idea: riuscire a vendere anche fuori della regione le focacce che producevo nel forno che mio padre mi aveva lasciato in consegna”.
Nel ’95, Bodrato e Gennarini fondano “La Lanterna”. A spingerli al grande passo, racconta Bodrato, contribui’ l’incontro con un altro tandem, composto da due toscani di Montepascio (Lucca), distretto del pane industriale: Paolo Soldateschi e Osvaldo Ceccanti, entrambi di 53 anni. I due lucchesi vantano una lunga esperienza presso il “Panificio Giannotti” di Montepascio, ceduto pochi anni prima alla Barilla. Conoscono bene il mondo della grande distribuzione e si convincono subito che la focaccia “calda” possa avere un mercato. E fanno poker.
Oggi il prodotto della Lanterna e presente nella rivendite di pane fresco dei supermercati Coop, Condad, Rinascente, Standa, Basco, Esselunga. Attraverso una partnership commerciale con il gruppo alsaziano Neue-Hauser (25 stabilimenti, 600 miliardi di ricavi) la focaccia di Molassana e’ consumata in Francia, Gran Bretagna, Finlandia e Giappone. L’estero “vale” l’8% del giro di affari. Nel contempo La Lanterna cura la penetrazione commerciale in Italia dei prodotti da forno della Neue-Hauser.
“Eravamo consapevoli della potenzialita’ del prodotto, ma la rapidita’ con quale l’azienda e’ cresciuta ci ha sorpreso – confessa Bodrato. Oggi abbiamo 40 dipendenti, produciamo oltre 6500 chili di focaccia al forno e lo stabilimento di Molassana ci va stretto. Stiamo trattando con la Ponente Sviluppo l’acquisto di un capannone di 2800 quadrati a San Quirico. Disporre di un stabilimento piu’ grande sara’ decisivo per ampliare la gamma di prodotti e sviluppare un linea di vendita diretta al pubblico. L’investimento sara’ di 8 miliardi e contiamo anche sul finanziamento agevolato della “488”.
La Lanterna e’ oggi una societa’ per azioni (un miliardo e 180 milioni di lire di capitale sociale) nella qui compagine azionaria figura anche una finanziaria lussemburghese. Nel giro di 6 anni, l’azienda artigianale di Molassana si e’ quindi trasformata in una realta’ industriale la cui dimensione non ha ostacolato la capacita’ di raccogliere la sfida dell’internalizzazione.
“E anche se si sono 2 anni che peniamo per trovare un’area che ci consenta di svilupparci – confida Bodrato – per andare via da Genova non abbiamo mai pensato nonostante a Milano, dove abbiamo il nostro centro logistico, non avremmo certo avuto difficolta’ a trovare un sito”.
Fabio Azzolini
Naufragio finto,
digiuno vero
L’avventura di sette ricercatore
spezzini su un’isola deserta
La Spezia. – Dimagriti di sei-sette chili ciascuno, scottati dal sole, esausti e stravolti dalle piogge; ma assolutamente soddisfatti per l’esito positivo della missione appena conclusa.
Cosi’ sono apparsi ai militari della Guardia Costiera, che li hanno ricuperati con aerei e gommoni, sotto l’occhio delle telecamere della RAI, i sette ricercatori spezzini naufragati a scopo di studio, per sette giorni, sull’isoletta deserta di Pianosa, nell’arcipelago delle Tremiti. Un chilometro quadrato di rocce e capperi.
Alessandro Bertagna, leader dei novelli Robinson Crusoe ha subito elogiato la compattezza del gruppo, costretto per giorni a bere acqua di mare, salvato dalla pioggia che non disseta ma aiuta, poco abile nel procacciarsi ostriche e cozze dalla scogliera rocciosa, con solo conforto di una casa diroccata per tetto.
“E’ stato durissimo, racconta Bertagna – terribile. Sull’isola non cresce niente solo piantine a cespuglio di capperi. C’erano dei conigli selvatici, ma non ce la siamo sentita di attaccarli, di cacciarli. Abbiamo vissuto di pesce e delle razioni delle panic bag, le borse di emergenza che si devono portare sempre, quando si va per mare”.

Dal punto di vista sanitario, i naufraghi avevano le cassette di pronto soccorso forniti da una farmacia. Per il resto se la sono dovuta cavare da soli, esplorando l’isoletta, un paco protetto inaccessibile, dove normalmente non c’e’ un’anima.
Quando ha pesato il fascino di un’ambiente naturale incontaminato ma cosi’ ostico, il gusto di un’avventura che prima di tutto un mettersi alla prova, sulla decisione di sottoporsi a un esperimento di indubbio valore scientifico? E la componente femminile del gruppo come ha affrontato disagi e privazioni?
“Le ragazze, Sara Bonati e Silvia Bocci, sono state le piu’ determinate e coraggiose – sottolinea Bertagna – per Saul Carassale, il nostro operatore, era la prima volta in spedizioni e’ stata ancora piu’ dura ma non ha mai mollato nemmeno lui”.
Sandra Coggio
(IL SECOLO XIX)