Rubrica dell"ICAL che apare sul giornale "Voce d'Italia"/Nr. 158 - 161

Le donne (Liguri) erano uomini e gli uomini ... “leoni”

Questo scrisse dei Liguri Diodoro Siculo, grande storico greco del primo secolo a.c. instancabile navigatore in Europa e in Asia, viaggiò per trenta anni per preparare il materiale necessario per la sua opera “Biblioteca”, in 40 volumi.

A lui fecero eco, alcuni secoli dopo, gli storci che ricordavano le lotte della nostra gente contro i Romani imperialisti: “Se il soldato Romano veglia, il Ligure non riposa..” Un'altra bella frase che ci fa onore. In effetti, tutta la sotiria del nostro popolo e della nostra gente è un costante ricondursi alla fatica ed alla solerzia della nostra razza, alle lotte contro i nemici più agguerriti che assalivano dai monti e dal mare e sopratutto contro la Natura, più colte matrigna perfida. Dopo l'epoca gloriosa, o forse è meglio dire fruttuosa e attiva dei secoli XVII e XVIII, giunse l'infausto periodo delle guerre napoleoniche: la Liguria, falsamente osannata e vigliaccamente calpestata delle varie “opinioni” politiche di moda, cadde nuovamente in gravissima crisi e la “miseria” gettò sul lastrico molte famiglie. Oppressa dallo strapotere francese, la nostra terra fu impoverita, colpita da tasse e balzelli insopportabili: si susseguirono angustie, ruberie, profanazioni e deboli furono e impotenti le sollevazioni contro le sempre più esose richieste di denaro e di provvigioni da parte dei Francesi e mentre questi la depauperavano fino all'osso, le navi inglesi chiudevano i porti e impedivano la navigazione, quando (e succedeva speso) non requisivano le stese imbarcazioni.

Così, quando le nazioni del Sudamerica, nei primi decenni del nuovo secolo poterono liberarsi dal dominio spagnolo, amarono fortemente accogliere sul proprio suolo sopratutto emigrati liguri, affidabilissimi uomini di mare eccellenti e “leoni” appunto nella loro varie attività. Vi giunse qualche Ligure nostro, già noto (come Garibaldi, Badarò, Belgrano o l'alassino Gaibisso, famoso “armatore”), ma sopratutto gente alla buona, anonima, senza grandi titoli, né studi, ma che con la capacità e la volontà delle braccia finì per assecondare e valorizzare quelle terre sconfinate che avevano “sete” di uomini di “ferro”.

Nel Nord-America (gli emigrati italiani provenivano in prevalenza dal Sud d'Italia) si creò ben presto un ambiente ben diverso, ambiguo, a volte cruento, a volte facinoroso. Nel Sud di quel continente arrivarono, invece, uomini sobri e capaci che fecero grandi sopratutto l'Argentina e lo Stato di San Paolo e le terre interne bagnate dai grandi fiumi (il Rio Negro, il Rio de la Plata, il Rio Paranà) che le “barche” percorrevano con i loro esperti marinai di Liguria.
 


Uomini capaci che fecero grandi l'Argentina e il Sud America
(Disegno di Gibba)

Nella costruzione di nuove strade e città c'erano in prevalenza inmigrati bergamaschi e bresciani; nei campi si parlava il friulano e il veneto, il lombardo o il piemontese, ma in Argentina, e non solo sul mare, a navigare e a creare vitigni e nuove culture c'era molta gente nostra, armatore e marinai esperti e latri che sapevano ben lavorare la terra, braccianti e contadini, ma anche tecnici e imprenditori. Lo ricorda in un suo splendido libro (“L'epoca eroica della vela” AGT 1941, Rapallo) Agio Bono Ferrari che, parlando del nostro concittadino (e compagno di scuola di mio padre), lo scrittore prof. Arrigo Fugassa, cita un brano da don Lazzaro De Simoni (pagg 511 e seg.): “Alassio, plaga così amena e deliziosa, abitata da gente affabile e cortese in mezzo a cui non sono punto tramontate le tradizioni di laboriosità e di sobrio vivere di cui godettero sempre i forti e intelligenti popoli di questa terra... Molti si sono sparsi per il mondo a far vivificare i frutti del loro ingegno fervido e pronto. in ogni campo dell'attività umana, sai del commercio, sia della navigazione, come in quella delle lettere e delle arti”.

Molti di quei Liguri “antichi”, infatti, hanno impegnato una vita intera di lavoro e di onestà nel Sud America; hanno creato nuove famiglie e col tempo e le generazioni molti dei nostri cognomi si sono perduti: si sono associati a fusi con altri non nostri, ma i figli dei figli spesso, oggi ancora, hanno in fondo al cuore il ricordo lontano, se non della terra avita che non hanno mai conosciuto, certamente quello dei vecchi che di essa hanno parlato con nostalgia, con amore, con venerazione: hanno il ricordo di gente sobria, seria, che ha rispettato sempre le leggi e la bandiera del popolo e della terra che li ha accolti, ma con nel fondo dell'anima i tre colori della bandiera della patri lontana e perduta.

A loro, ai discendenti di questi pionieri di onestà e di bene, a questi nostri lontani “cugini – cugini”, a chi leggerà queste righe e a tutti coloro che non le leggeranno mai, volgiamo dedicare, con affetto, con amore, con riconoscenza, questo capitolo.

Da Tommasso Schivo – "L'Alassino” 14.05.2005


La gastronomia della Valfontanbuona

La gastronomia 'fontanina' è un tipico esempio di cucina nata povera diventata – col tempo – ricca e molto apprezzata. Tra i prodotti- oltre l'olio – le castagne e le verdure le protagoniste assolute del pasto quotidiano preparate nei modi più disparati.

“Intra Siestri e Chiavari si adima una fiumana bella...”

Sono questi i versi con cui Dante descrive la Val Fontanabuona nel canto XIX del Purgatorio.

Stretta tra l'Appennino e la costa la Fontanabuona è la valle che segna il passaggio dai grossi centri costieri quali Sori, Recco, Camogli, Santa Margherita Ligure, Chiavari e Lavagna alla Pianura Padana.

Il suo essere alle spalle di Genova e l'estrema vicinanza al mare ne spiegano il clima mite che permette una vegetazione ricca di specie botaniche e una grande varietà di paesaggio.

Il suo sottosuolo è costituito da un'ossatura di ardesia la cui estrazione e lavorazione la rende conosciuta in tutto il mondo.

La Fontanabuona – anche se tanto privilegiata dalla natura – però – non sarebbe quella che è oggi se i 'fontanini' – così sono chiamati i suoi abitanti – dal carattere solido e costruttivo, non l'avessero resa così ospitale come appare.

Anche al palato! La millenaria cultura delle erbe spontanee che qui crescono rigogliose, la tradizione contadina della gente 'fontanina' unite alla professionalità di alcuni ristoratori, hanno fatto si che la Val Fontanabuona diventasse luogo dove il palato riscopre quagli antichi sapori che la memoria non aveva dimenticato.

La salvaguardia e la tradizione della gastronomia delle Fontanabuona sono garantite e preservate dall'Associazione per la Promozione Turistica e Gastronomica della Val Fontanabuona che nasce nel 1990 dall'iniziativa di un gruppo di ristoratori della valle.

Scopo dell'Associazione Gastronomica è appunto quello di promuovere e valorizzare il territorio della Val Fontanabuona attraverso percorsi gastronomici di diversa impostazione.
 

Nell'arco degli anni hanno capito che diventava sempre più importante portare avanti un discorso legato al rilancio turistico della Valle. Il modo più semplice di trasformare questa volontà in fatti concreti è stato attraverso il loro lavoro ai fornelli.
 
Sono otto i ristoranti dell'Associazione che con le loro ricette trasformano semplici ingredienti in gustose portate.. Naturalmente ognuno degli otto ristoratori offre un'interpretazione personale dei piatti. Qui non esiste omologazione, ma solo creatività e passione che resistono anche dopo molti anni di dedizione alla cucina. 

Il loro rimana un modo di far da mangiare un po' all'antica, seguendo talvolta ricette legate ancora alle nonne. Certo sono cambiati i procedimenti di preparazione e cottura, ma non gli ingredienti principali. 

Ne sono un esempio la farina di castagne e di ceci, così come le patate, oppure le erbette utilizzate per preparare pansoti, ravioli e taglierini verdi. E i funghi che crescono nei boschi intorno.

da Il Secolo XIX

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