Rubrica dell"ICAL che apare sul giornale "Voce d'Italia"/Nr. 153 - 154

FRAMMENTI DI STORIA NOSTRANA
Tommaso Schivo - L'Alassino

Le fasce per sopravvivere e l'ardesia

Parlando dei vari gruppi etnici di antica origine ligure, ci siamo soffermati (come era giusto) a trattare di quel "rivieraschi" che, dopo la dispersione della grande e antica "razza", amarono restare ancorati alla loro madre terra, anche se angusta e stretta tra le aride colline e il mare. Nulla di eccezionale: ogni popolo, ogni uomo (se non è spinto da atroci necessità, se non è vinto da grandi sciagure) ama profondamente la sua terra come una madre e, quand'anche sia costretto a lasciarla per altre terre e per altra vita in cerca di pane, sente lancinante il distacco e vive con la nostalgia di rivederla. Non è il caso di ricordare il Renzo manzoniano quando lascia il paesello "tratto dalla speranza di fare altrove fortuna".

È là "pensa con desiderio inquieto, al campicello del suo paese, alla casuccia..." E, insomma, legge universale, a cui non sfuggirono neppure i Liguri che emigrarono e non tornarono più. Gli altri, i più, restarono, ma la terra era avara; era arida e riarsa dal sole e dalla salsedine e la terra è necessaria alla vita; le piogge improvvise e dilavatrici, il vento spesso furioso, i lunghi periodi di siccità li costrinsero a modificare il terreno per renderlo più agevole, più amico, più generoso. Ed ecco l'intuizione e la grandezza dei Liguri, le "fasce" per le quali ancora oggi la nostra gente è famosa ed è richiesta in ogni parte del mondo, le "fasce" a secco. Ne avevo scritto un articolo, pubblicato dalla rivista "A fregüa" (marzo 1992) che ripetendo testualmente, ritenendolo utile per la nostra storia .."Le fasce, questi innumerevoli e perfetti terrazzamenti a secco che le antiche generazioni della nostra gente hanno eretto a sostegno dei ripidi pendii che si buttano al mare, come nati da una falda morenica alpina o da una nobile e frantumata lava vulcanica.

Si vedono ancora, a sfidare i secoli, da Ventimiglia a La Spezia, e sono il monumento più geniale e più vero dei nostri antenati...

In sostanza si trattò di un pesante impegno: creare una piccola zona di terra, su cui piantare l'olivo, il fico, il carrubo o gettare il seme di erbe mangerecce ed alimentari dell'orto, necessarie alla vita povera dei Liguri. Diversamente quel terreno in forte pendio sarebbe franato con le prime piogge o si sarebbe spaccato. Inutile, durante i lunghi mesi çdi siccità e di sete che anche la nostra regione conosce e teme fin da tempi immemorabili.

Così, come scrisse Pierleone Massajoli, la "verticalità" avara della nostra terra fu faticosamente trasformata in un possibile e breve "orizzontalità", capace di compensare, sia pur parcamente, il sudore dei marinai-contadini della nostra regione.

Certamente il gravoso lavoro di questi terrazzamenti geniali a secco, l'aver disposto pietra su pietra in modo ammirevole (moltissimi "muri" resistono ai millenni e al tempo!) premiò l'abilità dei costruttori ma non sufficientemente la fatica impegnata.

Non li compensò certo con i prodotti di quelle aride "fasce" che ben poco davano in cambio, ma dimostrò quanto grande fosse nei Liguri l'amore alla terra, un amore viscerale che tenne legate moltissime famiglie a quell'immane fatica che dava scarso compenso. Mentre altre videro migrare gli uomini, più spesso per lavori stagionali in terra di Francia o sul mare e talvolta, per non far più ritrono, oltr eoceano e, sopratutto, apprezzati, richiesti, cercati, amati nelle immense "pampas" umide e coltivate dell'Argentina.

Le "fasce", pietre vive, milioni di pietre squadrate e composte come in un mosaico verticale con la grande maestria dei Liguri, ma soprattutto con il profondo amore verso la Madre comune, un monumento per il quale è persino difficile trovare le parole adatte.

Non è difficile trovare l'origine nell'intuito laborioso dei Benedettini nel Medio Evo e nella necessità di salvare e di drenare una terra che diversamente sarebbe franata rovinosamente vero il fondo valle e il mare. Fu un lavoro certosino che premiò l'abilità dei costruttori, ma non sufficientemente la fatica impegnata, un lavoro enorme che ha superato i mille chilometri di lunghezza complessiva e anche per questo paragonato (non so se con giusti realismo) alla muraglia cinese. Si tratta certamente di un'artemestiere che oggi ben pochi ancora sanno eseguire. Proprio per questo le Amministrazioni locali dovrebbero istruire dei "corsi" per giovani, onde evitare che "domani", sì, già domani, non si trovi più un solo paio di braccia capace di continuare l'opera preziosa degli antichi padri.

Tuttavia un altro elemento tipicamente nostro può celebrare, accanto alle "fasce", la terra e il carattere ligure, come seppe tracciare con esattezza psicologica e con rara perizia in un suo stupendo e ormai introvabile libro il nostro concittadino e amico Giannetto Beniscelli ("Ardesia, pietra di Liguria"). In essa egli vide il volto, l'immagine, la storia, il carattere della nostra gente: "Noi Liguri siamo fatti più di silenzi che di canti e l'ardesia è la più silenziosa delle pietre; è la pietra dei giorni feriali, la più adatta a noi, fatta come noi, la pietra fraterna, la pietra di una povertà dignitosa che non declama, che non vuol essere né aiutata, né compatita".

È la pietra della fierezza ligure in cui si rispecchia la nostra gente, la storia millenaria di questo nostro lembo di terra e, ripensandoci, vedo in essa, come soffusa di luce, sullo sfondo del mare che si incupisce sul giorno che muore, i miei vecchi, i vecchi di  Liguria, il cui ricordo, purtroppo, ogni giorno di più si attenua, impallidisce e muore.

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