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Rubrica
dell"ICAL che apare sul giornale "Voce d'Italia"/Nr.
134-135.136
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Architetto, un passo indietro. Da dove nasce questo progetto?
"Il presidente della Regione, che non conoscevo, mi ha sollecitato a dare un contributo in quest'anno speciale per Genova, capitale europea della Cultura, sul tema della visione della città e del porto. Riconosco a Biasotti di aver avuto questo moto, lo apprezzo, mi sembra che il suo cuore batta per Genova".
C'è chi teme che il progetto possa essere strumentalizzato a fini politici.
"Non credo proprio che il presidente della Regione lo pensi: sarebbe un autogol. Gli do fiducia. Questo è un progetto che appartiene a tutti, altrimenti smetterei. Biasotti ha il porto nel sangue, ed è più forte di ogni appartenenza politica."
Il sindaco vuole concertazione.
"È fondamentale, ma è nell'ordine delle cose. Ogni istituzione deve assumere le proprie responsabilità e tutto dovrà confluire nel nuovo piano portuale. Ho accettato proprio perché la Regione ha coinvolto subito le altre istituzioni. Conosco il sindaco Pericu da vecchia data, la sua dedizione alla città. Il presidente dell'Autorità portuale, Giovanni Novi, è nuovo nel ruolo, ma ha conoscenza, passione, grandi visioni. Facciamo discorsi molto concreti, come con il presidente della Provincia, lo ascolto tutti, ma non significa ubbidire. Non occorre essere indifferenti per essere indipendenti dalla politica, come diceva Bobbio: ho una testa per pensare e non sono un ragazzino…".
L'ex presidente dell'Autorità portuale, Gallanti, e l'ex ministro Burlando hanno sollevato perplessità.
"Leggo le preoccupazioni, ma vorrei tranquillizzare tutti. Il porto debe espandersi, prendere ossigeno, ma senza paralizzare il piano portuale, che è giusto vada avanti in modo compatibile con la visione d'insieme. Per le riparazioni navali c'è bisogno di un sesto bacino da 320 - 350 metri. Bisogna capire dove e come".
Torniamo alla foto, architetto?
"si vede che la pista dell'aeroporto tiene sotto scacco tutto il porto. Una nave ci mette sei ore per scaricare 400 container e 3 per entrare e uscire: deve scendere a mezz'ora."
Così nasce l'idea di spostare l'aeroporto verso il mare. Qualcuno solleva perplessità tecniche.
"L'idea non è mia, ci sono documenti anche del piano regolare portuale. A chi dice che certe ipotesi erano già state fatte, io dico: è vero. Questo progetto è il frutto di 150 anni di struggimenti, in cui si è pensato tutto e il contrario di tutto. Il mio compito, nobilissimo, è di dare l'ordine giusto, le priorità, il disegno d'insieme, senza altre diavolerie. Genova deve tenere l'aeroporto, sarebbe una follia trasferirlo altrove. Stiamo studiando tutto, i venti, le correnti, con gli specialisti con cui ho progettato l'aeroporto di Kansai".
Cosa accade con il "trasloco"?
"in questo modo si liberano spazi per 300 ettari, di grandi flessibilità, e si realizza un porto canale di otto chilometri. Vi possono attraccare in modo lineare venti navi. Dà al porto la possibilità di diventare competitivo. Il porto è la vera fabbrica di Genova e una splendida macchina da soldi: non ha mai tradito la città. Ma per conquistare valore aggiunto non è sufficiente il transito di merci, bisogna distribuire, assemblare, organizzare. Oggi il porto è serrato, con monti troppo vicini e il mare troppo profondo: davanti all'aeroporto, invece, è solo di 26 metri. Lo spostamento consente anche di ridurre l'inquinamento acustico".
Per la costruzione, lei pensa ai "cassoni" realizzati a secco.
"Sono veri e propri edifici, navi di cemento da 50 metri per 300. È la tecnica della nuova diga di Montecarlo. Con i riempimenti ci vorrebbero 30 milioni di metri cubi di terra: e dove si prendono? E poi è un sistema più sostenibile per il traffico e più affidabile sul piano dei tempo: 4 -5 anni, non i 20 che sarebbero necessari con milioni di camion sporchi, giganteschi che girano per la città".
Il tunnel sotto il porto?
"Stiamo cercando di capire come possa disturbare il meno possibile, o meglio ancora per nulla, l'area delle riparazioni navali".
Guardiamo a Ponente e a Levante.
"La città ha bisogno di essere liberata. Penso a Voltri, Multedo. Non è immaginabile che il petrolchimico resti in mezzi alle casa e porto petroli a 50 metri. Va delocalizzato e ritrovato un rapporto con il mare. Nel Dna di Voltri c'è già una vocazione: riportare lì la flotta peschereccia, nulla gigantesco, a ponente del porto. Una cittadella con ristoranti, un buon mercato del pesce. Un aspetto romantico ma anche industriale, collegato alle autostrade e alle ferrovie.".
Spostiamoci a Levante, l'area della Fiera, delle riparazioni navali.
"Siamo genovesi, non facciamo belinate. Le grandi riparazioni navali è bene che vadano dalla Finacantieri, negli spazi liberati dal porto petroli. Le lavorazioni più artigianali, di eccellenza, un po' care ma conosciute nel mondo, è bene restino dove sono.
E le altre, di medi dimensioni?
"Per le altre attività di manutenzione,
i rimorchiatori penso a un'isola di servizi davanti a Sampierdarena. Sogno
di trasferire lì anche il nuovo generatore dell'Enel, che crea disturbo,
neutralizza la bellezza di 500 metri di porto con mucchi di carbone. E
poi voglio rendere l'acqua pulita: oggi è putrida perché
non si muove, alle riparazioni navali, a Sestri, a Voltri".
| I tempi?
"Li abbiamo davanti agli occhi. Quattro fasi: da zero a cinque anni si fanno le cose già previste dal piano regolatore e si progetta. Da 5 a 10 si comminciano a realizzare le strutture a mare. Negli altri dieci si chiude tutto". |
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Architetto, è giunta l'ora di sognare?
"Sono un geometra.. ho i piedi ben piantati in terra. E nell'acqua".
Il Secolo Xix - Andrea Plebe
Presidente Berneschi, otto mesi fa lei gettò il seme del "patto anti-rattelle". Da allora sono accadute molte cose: soddisfatto di come è stato recepito il suo appello?
"non so se il mio fu un appello, più che altro facevo un ragionamento di buon senso. Mi pare che tutte le parti si siano rese conto che è meglio parlare anziché bisticciare".
Più facile a dirsi che a farsi, viste le abitudini della politica nazionale e locale.
"Caro mio, i problemi sono talmente gravi che o se ne prende coscienza e si rema tutti nella stessa direzione o sono dolori".
Eppure Genova sembra vivere un vero rinascimento, si coglie anche una rinnova vivacità imprenditoriale. Lei ha un osservatorio privilegiato…
"da dove vedo che il novantanove per cento delle richieste di finanziamenti viene da fuori di Genova e da fuori Liguria. Il momento resta molto difficile".
Difficoltà o l'abitudine di girare con il cappello in mano, come ha detto proprio Lei?
"Domandi a Vincenzo Lorenzelli (il presidente della Fondazione Cardige, ndr). Si sentirebbe rispondere che sono tutti lì, tutti i giorni, a chiedere contributi, contributi, contributi. Lo li eliminerei i contributi, a cominciare da quelli alle imprese".
È un fatto culturale?
"Quella di chiedere contributi non è cultura".
Che non-cultura è?
"Una mentalità irizzata, che ha distorto il dna dei genovesi, trasformando l'amore per il rischio di impresa in culto delle attività sotto tutela: se mi garantisci le commesse faccio questo. Ma così sono capaci tutti. Ci vorranno ancora almeno un paio di generazioni per purificare il sangue di Genova da questo virus".
Però qualcosa si sta muovendo, presidente.
"Noi abbiamo presentato il progetto della lli per le infrastrutture. È un fatto concreto, che ci siamo costruiti. Siamo andati per tempo a cercarci gli alleati della banca e ora con questi soci realizziamo una iniziativa che se vuole è l'uovo di colombo, trasformare le strade esistenti in autostrade per azzerare l'impatto ambientale, ma intanto ci abbiamo pensato e lavorato, senza aspettare la manna dal cielo".
Difatti non ci sono imprenditori genovesi coinvolti.
"Sarebbe ingeneroso affermarlo. A parte che il capitale è aperto e qualche genovese c'è, parliamo di un piano che ha tali dimensioni, anche finanziarie, per cui non è facile esserne partecipi. Inquadrando correttamente l'argomento, non è lli che deve aspettarsi capitali dalla città, ma la città che giustamente si aspetta da lli di avere lavoro e nuove opportunità".
Il che ammanta di nobiltà tutta l'iniziativa: un po' retorico.
"Retorico? Innovativo! Non solo la banca si fa imprenditore - sia chiaro: per come le è consentito dalle regole della vigilanza - ma testimonia quale salto di mentalità occorra nell'atteggiamento verso la politica e l'amministrazione pubblica".
Non la seguo.
"È certo che non mi segue… Bisogna rovesciare il ragionamento, non si può più pensare che siano lo Stato e gli enti locali a dare aiuto, prima dev'essere la classe imprenditoriale a dare una mano al sistema pubblico, affinché esso possa poi creare le condizioni dello sviluppo. Non è più tempo di pretendere, sollecitare e aspettare contributi. Genova ne ha avuti tanti che c'è quasi da vergognarsi. E poi, scusi, chi li paga questi contributi?".
Pantalone?!
"I contributi significano tasse, altro che calo della pressione fiscale. I contributi riserviamoli agli anziani, a chi deve pagare cure e medicine. Si parla tanto di pensioni, ma quello che farà saltare il banco sarà la spesa sanitaria. Carige ha tanti clienti centenari e ultracentenari. Meno male, perché la medicina ha fatto progressi enormi e io stesso sarei morto almeno tre volte se non fosse stato così. MA invecchiare significa anche curarsi e curarsi ha dei costi".
L'aspetto curioso è che Genova invecchia ma scommette pesantemente sul nuovo: l'lit, la cittadella tecnologica degli Erzelli…
"Bene, benissimo. Sull'lit mi auguro che Sandro Biasotti (Il presidente della Regione Liguria nrd) porti a casa il risultato finale, realizzando a Quarto quel che dev'essere realizzato. Ci sono impegni, ho fiducia e ottimismo. Il piano degli Erzelli l'abbiamo sostenuto e lo sosteniamo. Ho solo un dubbio: non so, come dice Castellano (il timoniere di Esaote, animatore del progetto ndr), se verranno anche i cinesi".
Facciamo un gioco: ho a disposizione le aree liberate dall'accaio a Cronigliano, per che cosa mi darebbe dei soldi?
"Per un bel progetto legato al porto".
Secolo XIX - Luigi Leone.
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